Memoria e Futuro

La campanella dell’ultimo giro

di Marco Di Salvo 10 Giugno 2026

C’è un momento preciso in cui una legislatura smette di governare e comincia a sopravvivere. È il momento in cui ogni atto del governo diventa un gesto elettorale, ogni dichiarazione un posizionamento, ogni riforma una promessa rivolta non ai cittadini ma alla propria fetta d’elettorato. Quel momento, in Italia, è adesso.

I ballottaggi di domenica scorsa sono stati la campanella dell’ultimo giro. Nessuno ha vinto davvero, e tuttavia tutti hanno rivendicato la vittoria. Meloni: “il crollo del centrodestra lo rimandiamo a domani”. Schlein: siamo in buona salute. Il vero segnale, passato quasi inosservato, viene dai dati aggregati sui comuni sopra i quindicimila abitanti: il centrosinistra perde nove sindaci rispetto alla tornata precedente, il centrodestra ne perde due, e i candidati civici balzano da diciassette a ventotto. La gente scappa dai partiti nazionali (o alcuni partiti, tipo Il PD, scappano dai candidati vincenti, come a Salerno ed Enna).

Il quadro che si apre da oggi a quella data — autunno inoltrato del prossimo anno o scadenza naturale, poco cambia — è quello di una politica che per sedici mesi sarà strutturalmente incapace di fare altro che campagna elettorale. Non per scelta, ma per necessità fisiologica. Non che prima si siano spesi a fare molto di altro, visti i risultati per il paese nel suo complesso. l’Italia di oggi non è particolarmente diversa da quella del 2022, se non in peggio. Nelle stanze del Mef e di Palazzo Chigi si ragiona su stime da Giano bifronte: economia tendente al ribasso nel primo semestre del 2027, poi possibile ripresa. E già si calcola come la prossima legge di bilancio — l’ultima della legislatura — possa essere approvata in piena campagna elettorale. Un governo che vara la sua ultima manovra con un occhio ai sondaggi non è un caso eccezionale della storia repubblicana: è la norma. La particolarità italiana è che lo si ammette con candore crescente, quasi come vanto. Non mancano le strizzatine d’occhio ai settori di riferimento.

Nel frattempo, l’ecosistema dei micro-partiti personali continua a proliferare, in quel modo carsico che precede sempre le elezioni italiane. A sinistra, è l’ora di Pina Picierno. Vicepresidente del Parlamento europeo, eletta con un numero stratosferico di preferenze nel 2024, Picierno ha lasciato il partito che ha contribuito a fondare dopo mesi di gelo politico, isolamento interno e attacchi che — denuncia — venivano coordinati dall’alto e che hanno portato a saluti freddi come quelli di stamattina da parte di un “ideologo del PD” ultima versione come Bettini. La sua formula è quella collaudata del riformismo esule: invoca un movimento ampio, pluralista, popolare e riformista per chi crede nella democrazia liberale, nell’Europa e nella libertà. L’abbiamo già sentita. Parole che preparano un contenitore, non un progetto. Nel mercato centrista si agitano già Calenda, Renzi, Marattin, Magi, Boldrin e ora anche lei, con la suggestione di una regia berlusconiana — quella di Marina Berlusconi — che potrebbe convergere dopo le elezioni le anime liberali disperse tra centrodestra e campo largo. Una cattedrale nel deserto che tutti descrivono in costruzione e nessuno inaugura mai, altro che Sagrada Familia.

A destra, il problema da mesi si chiama Roberto Vannacci, ed è un problema serio. Futuro Nazionale, il partito fondato dal generale nel febbraio scorso, ha superato la soglia di sbarramento e tallona la Lega: i sondaggi lo collocano tra il quattro e il quattro virgola sei per cento, con un divario dal Carroccio ridottosi in un mese da due punti e mezzo a poco più di uno (sondaggi dicunt). Il prossimo fine settimana è convocata a Roma l’assemblea costituente all’Auditorium Conciliazione: da quel momento prenderà forma la struttura territoriale, con i referenti regionali, provinciali e comunali. Il tour mediatico che anticipa e seguirà l’evento farà di Vannacci l’ingombro principale della coalizione di governo da qui alle elezioni: troppo grande per ignorarlo, troppo scomodo per cooptarlo, troppo piccolo — per ora — per temerlo davvero. I numeri (sempre dei sondaggi, eh) parlano chiaro: senza Futuro Nazionale, il centrodestra non raggiungerebbe la soglia del 42% necessaria per il premio di maggioranza. Il generale lo sa, e lo usa.

Il governo, intanto, deve fare i conti con un’aritmetica brutale. Il Documento di finanza pubblica ammette che la crisi energetica prodotta dalla guerra in Iran si farà sentire ancora a lungo, e che se le cose non migliorano ci saranno tagli nella prossima manovra, con la spesa netta a rischio di sforare i paletti europei. Non è lo scenario ideale per una legge di bilancio che vorrebbe essere generosa con gli elettori. Meloni lo ha detto in Parlamento con quella franchezza che le serve da scudo: nessun botto di fine anno, nessun regalo elettorale dell’ultimo minuto, quella roba appartiene al passato. Peccato che il passato, in materia di leggi di bilancio preelettorali, sia un prontuario a cui tutti i governi repubblicani hanno attinto con identica disinvoltura. Vedremo se alle parole non seguiranno i fatti.

Il paradosso finale è che la campagna elettorale comincia esattamente quando gli elettori smettono di votare. Quell’affluenza al 52% ai ballottaggi — un dato che vent’anni fa avrebbe scatenato allarmi, dibattiti, commissioni parlamentari — scivola via senza quasi commentario. Tutti i partiti sono già altrove, già proiettati sul 2027, già al lavoro per cambiare la legge elettorale in modo da sfruttare quel poco di elettori che sono ancora rimasti e per mostrarsi belli a un “popolo” che, nel frattempo, ha smesso da tempo di guardarli. Quale sia il trucco che si inventano per provare a catturarne l’attenzione.

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