Memoria e Futuro

La maledizione

di Marco Di Salvo 6 Luglio 2026

“Certe volte io vorrei saperne meno di come va il mondo: ormai non mi sorprende più.” Così cantava ormai tanti anni fa Mario Venuti, nel suo pezzo forse più conosciuto, Fortuna. Ecco, anch’io spesso mi trovo in questa situazione. Io non riesco a saperne meno, dalle piccole alle grandi cose, ed è tutt’altro che una fortuna, piuttosto una maledizione.

E la settimana che si chiude è la prova provata di quanto sia una condanna, non un privilegio, conoscere un minimo di inglese in un paese che lo tratta come un accessorio di bigiotteria, da esibire senza sapere bene cosa sia. Perché la lingua che si è studiata, che si è masticata per anni fino a farla propria, diventa un filtro che non si può spegnere: uno la sente storpiare e non può far finta di niente, come non si può far finta di non aver visto un incidente stradale. Ci si passa davanti e si resta lì, con lo sguardo incollato allo scempio.

Il primo scempio, in ordine di tempo, arriva da un campo da tennis raccontato in televisione, su La7, l’altra sera, da un cronista sportivo che nel descrivere una rimonta ha creduto di dover spiegare al pubblico cosa fosse il “tie break” — e lo ha spiegato come se il tie break riguardasse le cravatte. Non è chiaro se il cronista pensasse a un pareggio di stile fra concorrenti di eleganza, o se semplicemente il suono della parola gli abbia suggerito un’immagine e lui, invece di controllare, ci abbia costruito sopra una frase intera, in un servizio di quelli che l’autore avrà pure immaginato essere brillante, davanti a centinaia di migliaia di persone. È il sintomo più puro di un modo di trattare l’inglese che non ha niente a che fare con la lingua e tutto a che fare con il rumore che fa: un suono da citare per darsi un tono, senza il fastidio di sapere cosa significhi. Il tie break non è una gara di rottura di cravatte, è la parità che si rompe, il momento in cui il punteggio smette di essere uguale e qualcuno prevale — ironia della sorte, esattamente il contrario di quello che è successo nella testa di chi doveva raccontarlo. Se non siete Gianni Brera o Gianni Mura, per favore, astenetevi dalla fantasia.

Il secondo scempio, quello più clamoroso, porta la firma della Repubblica: Robinson, il supplemento culturale della domenica, quello con i nomi pesanti in redazione, quello che si rivolge a un pubblico che i libri li legge, ha titolato in copertina “Wish You Where Here” al posto di “Wish You Were Here”, per un pezzo dedicato a Syd Barrett e alla canzone che i Pink Floyd gli dedicarono. Where al posto di were: non un anglicismo di troppo, non una scelta di registro, ma un errore ortografico elementare su una citazione che chiunque abbia mai ascoltato un disco rock in vita sua saprebbe scrivere a memoria. E qui viene il sospetto, ed è un sospetto che vale la pena mettere per iscritto: siamo sicuri che sia stata soltanto distrazione? O non è che, in un’epoca in cui un titolo sbagliato genera più clic, più screenshot, più indignazione condivisa di un titolo scritto bene, qualcuno nelle redazioni ha imparato che l’errore paga più della correttezza? Non lo so, e non ho le prove per affermarlo. Ma la domanda resta lì, ed è legittima quanto inquietante: viviamo in un sistema mediatico in cui sbagliare, quando lo sbaglio è virale, funziona meglio che scrivere bene.

Perché a questo punto arriva puntuale, come ogni volta, la scappatoia più comoda: qualcuno dirà che non è un errore, che è una scelta di stile, che l’italiano si prende le sue libertà con le lingue straniere e che sindacare su una preposizione o su un accento è provincialismo, pedanteria, complesso di inferiorità verso l’anglosassone. È il trucco più vecchio del giornalismo che sbaglia e non vuole ammetterlo: ribattezzare l’errore in libertà creativa, la sciatteria in coraggio. Ma “where” al posto di “were” non è una libertà, è un refuso; il tie break scambiato per le cravatte non è un adattamento culturale, è ignoranza travestita da colore. Le scelte di stile si dichiarano, si argomentano, si difendono con coerenza lungo tutto il pezzo. Gli errori si scoprono, e quando li si scopre non si trasformano in stile per il solo fatto di essere stati scoperti.

C’è poi un ulteriore livello, ed è quello più preoccupante di tutti perché riguarda il futuro e non più solo il presente: quanto di tutto questo passa oggi attraverso un traduttore automatico o un’intelligenza artificiale interrogata in fretta e presa alla prima risposta, senza il controllo che un tempo un redattore avrebbe fatto per abitudine e per orgoglio? Non lo sappiamo con certezza in questi due casi specifici, ma il sospetto è fondato: chi si accontenta della prima uscita di un traduttore automatico, senza rileggerla con la testa e non solo con gli occhi, produce esattamente questo tipo di errore — un suono giusto e un senso completamente sbagliato, la forma dell’inglese senza la sua sostanza. La tecnologia non inventa la sciatteria, la amplifica: prima ci volevano tempo e impegno per sbagliare così clamorosamente, oggi basta un clic sulla prima risposta e la fiducia cieca in una macchina che non ha ancora imparato a dubitare di se stessa.

E allora la considerazione che resta, alla fine, è la stessa di Venuti capovolta: non è che vorrei saperne meno, è che vorrei che chi scrive e chi parla in pubblico ne sapesse di più — o almeno avesse l’onestà di controllare prima di mettere la propria ignoranza in prima pagina, spacciandola per stile.

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