Memoria e Futuro
La mossa
C’è una scena che chi è cresciuto in certe città del sud d’Italia conosce a memoria: due uomini (ma non mancano le donne esperte del tema), circondati da alcuni spettatori-amici si azzuffano a parole in mezzo alla strada, il tono sale, i vicini si affacciano, e proprio quando sembra inevitabile che si arrivi alle mani, gli amici li trattengono per le braccia, mentre i due contendenti, urlanti “tinitimi, tinitimi”, si lasciano trattenere con sollievo evidente. La rissa non c’è mai stata: c’era solo bisogno che qualcuno la vedesse in scena. Il Parlamento italiano, in questi giorni, ha allestito la stessa coreografia in due teatri diversi, con lo stesso copione e gli stessi obiettivi.
Il primo teatro è quello della Vigilanza Rai, che il 2 luglio si è liquidata da sola: prima i sedici commissari di opposizione, con la presidente Barbara Floridia in testa, poi, nel giro di poche ore, anche i venticinque di maggioranza. Un suicidio bipartisan che arriva dopo quasi due anni di stallo sulla nomina del presidente Rai, la cui elezione richiede una maggioranza dei due terzi che nessuno schieramento riesce a raggiungere da solo. La destra ha boicottato sistematicamente le sedute pur di non rinunciare al nome di Simona Agnes; la sinistra ha rivendicato il diritto di non ratificarlo. Inutile dire che se la maggioranza fosse stata compatta su questo nome (cosa che non è) non ci sarebbe stato alcun problema ad avere un nuovo presidente Rai da tempo. Già ad aprile il Quirinale aveva bollato la situazione come inaccettabile, dopo oltre un anno di stallo nell’assetto della Rai. Alla fine, dopo le dimissioni dell’opposizione, la maggioranza ha replicato accusando gli avversari di aver sfruttato cinicamente la legge sulla Rai, arrivando a parlare apertamente di una vergognosa pantomima inscenata dagli avversari. La parola giusta, per una volta, l’hanno scelta loro ma vale per entrambi i contendenti in campo.
Non è la prima crisi della Vigilanza, ed è bene ricordarlo a chi pensa che si tratti di un incidente di percorso legato a questa specifica maggioranza. Forse la commissione di vigilanza è anzi lo specchio più chiaro dell’incapacità di governo che ha caratterizzato la politica italiana negli ultimi decenni. Nel 2008 lo scontro sulla presidenza, con il caso Villari, portò allo scioglimento dell’intera commissione e alla sua ricostituzione da zero. Nel 2018 la mancata nomina di Marcello Foa bloccò i lavori per settimane. Ogni volta la sceneggiatura è identica: una legge pensata per garantire il pluralismo attraverso il consenso tra le parti si trasforma nell’arma con cui ciascuna parte impedisce all’altra di esercitare il controllo. Trent’anni di questo meccanismo hanno prodotto l’unico risultato coerente: una Rai che continua a trasmettere senza un vertice pienamente legittimato, retta di fatto in questo momento da un consigliere della Lega con funzioni vicarie, mentre il Paese la guarda come si guarda un ente sospeso in un limbo amministrativo permanente.
Il secondo teatro, ancora più paradossale, è quello della Commissione d’inchiesta sul Covid, dove da giorni va in scena lo scontro tra Giuseppe Conte e Fratelli d’Italia. Il copione, qui, è più moderno ma non meno teatrale. Conte rivendica di aver chiesto da tempo di essere audito e di essere pronto a dimettersi dalla commissione non appena gli verrà fissata una data; Fratelli d’Italia risponde con una nota durissima, accusandolo di essersi presentato in aula in una minoranza risibile delle sedute e di usare la commissione come scudo processuale. Da una parte si difende punto per punto l’operato dell’ex premier durante la pandemia, dall’altra si ribatte punto per punto sulle stesse accuse. È un rimpallo perfettamente calibrato: nessuno dei due contendenti ha interesse reale a che la commissione produca qualcosa, perché a entrambi serve il conflitto in sé, non la sua risoluzione. A Conte, che sta pensando ci costruire anche così la sua candidatura a leader del campo largo per il 2027, serve la persecuzione mediatica; a Fratelli d’Italia serve un nemico storico da riesumare ogni volta che l’agenda politica lo richiede. Il merito, cioè cosa sia realmente accaduto nella gestione dell’emergenza sanitaria, resta sullo sfondo, materia buona per gli storici, non per i contendenti.
Il filo che lega la Vigilanza e la Commissione Covid non è ideologico, è strutturale. Sono entrambe commissioni parlamentari nate per garantire un controllo terzo, l’una sul servizio pubblico, l’altra su una vicenda che ha segnato la vita di milioni di italiani; ed entrambe sono state sequestrate dalla stessa logica, quella per cui ogni organismo di garanzia diventa, in un sistema polarizzato all’estremo, semplicemente un altro campo di battaglia elettorale. La differenza tra la rissa finta di paese e quella finta di parlamento è che nella prima, alla fine, capita a volte che qualcuno si faccia male davvero; nella seconda, l’unico a farsi male è chi ci crede, chi si affaccia alla finestra pensando che questa volta sia sul serio. In questo caso a farsi male è il servizio pubblico radiotelevisivo, che resta senza presidente, e la ricostruzione storica di una pandemia, che resta senza verità condivisa. Gli attori, “tienimi tienimi”, tornano a casa, entrambi soddisfatti e convinti di aver fatto una bella figura.
Devi fare login per commentare
Accedi