Memoria e Futuro

La tela di Donald

di Marco Di Salvo 6 Maggio 2026

Domani, a meno di novità dell’ultimo minuto del tutto prevedibili, arriva Marco Rubio a Roma con l’incarico di rattoppare quello che Donald Trump non ha smesso un solo istante di strappare. È il quadro tutto americano della diplomazia contemporanea, ma con una dinamica che conosciamo bene: mandare il sottomesso a rimediare i danni del padrone, e il sottomesso che va, perché cosa altro potrebbe fare. Ieri — ieri stesso — Trump diceva al microfono di Salem News Channel che il Papa “sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone”. Oggi Rubio fa i bagagli. Domani chiede udienza a Leone XIV come se nulla fosse, come se il presidente che lo comanda non fosse ancora lì, a soffiare veleno sui social, a demolire pezzo per pezzo quello che lui sta cercando di costruire. È uno spettacolo di una crudeltà così minuziosa da sembrare quasi inconsapevole — come quando in paese uno sa benissimo che sta facendo male, ma continua lo stesso perché il potere consiste, appunto, nel diritto di continuare a fare quello che gli pare.

La storia fra Trump e Rubio viene da lontano, dalle primarie del 2016, quando Rubio era ancora un uomo intero, con un’immagine rispettabile— aveva speranze, una candela accesa nel torneo dei pretendenti alla nomination repubblicana. Trump in quella occasione lo ha fatto a pezzi, primo di una lunga serie. Non con argomenti — con il ridicolo. “Little Marco”, lo chiamava. E quella realtà, quella riduzione pubblica di un uomo a un epiteto da campanile, è rimasta. Rubio ha scelto di servirlo. Ha ingoiato l’umiliazione, ha trasformato la sconfitta in lealtà, come fanno quelli che capiscono che il potere non è loro diritto ma concessione, e che l’unica via è abitare la tavola del signore e mangiare le sue briciole. È la tragedia del clientelismo moderno, molto italiana nella sua struttura: non la caduta dell’eroe, ma la lenta consunzione di chi non è mai stato eroe, che ha sempre saputo di non esserlo, e che per questo motivo accetta qualsiasi cosa. Perché almeno così è qualcuno, almeno così conta poco ma conta. Quanti ne abbiamo incontrati nella nostra esistenza?

Ma qui c’è qualcosa di veramente aberrante che va oltre la solita umiliazione del servo. Rubio è cattolico — non cattolico di forma, ma realmente, profondamente, di quell’eredità cubana che tanto significa. Il Papa che deve andare a implorare per conto di Trump è il primo Papa americano della storia, è un confratello nel senso più profondo. E il Papa — questo Papa, Leone XIV, non il precedente — ha fatto una cosa semplice e devastante: ha parlato contro la guerra in Iran come parla la Chiesa da anni, ha invocato la pace. E Trump ha deciso che questo non era tollerabile. Perché? Probabilmente perché è una voce che non controlla, un’autorità che non lo inchina, una morale che non entra nella logica dello scambio e del valore. E anche proprio perché è americano. Trump ha bisogno di universi dove tutto è contrattazione, dove tutto ha un prezzo. Il Papa parla di Vangelo. Trump non sa proprio cosa farci di un Vangelo.

Quello che è aberrante — e qui arriviamo al cuore — è che Trump ha mandato Rubio a fare pace esattamente mentre continuava a dichiarare guerra. Non è una dimenticanza. Non è nemmeno contraddizione semplice. È qualcosa di più patologico: è l’incapacità di smettere di colpire, la necessità ossessiva di umiliare, di aver sempre l’ultima parola, anche quando quella parola brucia la casa che stai costruendo. Trump rivendica di aver imposto il Papa al Vaticano — racconta a sé e agli altri che se non fosse lui presidente, Leone non sarebbe lì, così va il racconto della propria onnipotenza — e poi distrugge la relazione con una violenza che sembra personale, come se il Papa lo avesse offeso nella carne, nella sua incapacità di essere amato senza condizioni. Un uomo che non sa quando vincere, perché per lui vincere significa colpire ancora, una volta di più, sempre di più.

E Rubio incarna tutto il disagio della servitù moderna. Non può ribellarsi. Non può dire: “Signor Presidente, lei sta demolendo quello che mi ordina di costruire.” Non può nemmeno — presumibilmente — crederlo, perché credere veramente nella propria umiliazione costante porterebbe alla disintegrazione. Allora domani (forse) va dal Papa, dice le cose giuste, recupera quello che si può recuperare, torna a casa, aspetta il prossimo tradimento. È il destino di chi accetta il potere senza averne le fondamenta — sei sempre in affitto, sempre precario, sempre a una firma di distanza dall’essere nulla.

Quello che ieri ha rivelato — quell’attacco a Leone poche ore prima che Rubio arrivasse — non è una contraddizione nella strategia di Trump. È la strategia stessa. È il ricatto che si rinnova ogni giorno, il modo di dire: rimani dove sei perché non sai mai quando colpirò, e colpirò esattamente quando pensi di essere al sicuro. Rubio lo sa. E continua a andare. Sembra uno di quei rapporti tossici di cui raccontano purtroppo spesso le cronache dei femminicidi.

Ma questa è la forma contemporanea della soggezione: non il controllo totale, ma l’imprevedibilità. Non il Grande Inquisitore, ma il capoccia del paese che ti ordina di spegnere il fuoco e insieme lo alimenta, e tu che esegui, e tutti che facciamo finta che questo sia normale, perché altrimenti crolla tutto quello che abbiamo costruito sulla base della nostra accettazione. L’illusione della normalità.

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