Memoria e Futuro

La tregua degli ottant’anni

di Marco Di Salvo 17 Giugno 2026

C’è qualcosa di stranamente quieto nel Trump che si è visto a Evian, e non è solo l’effetto ottico di un G7 incorniciato dal lago di Lemano. Chi si aspettava il solito repertorio – gli affondi sui dazi lanciati da bordo dell’Air Force One, le sfuriate contro gli alleati riluttanti, il piacere quasi infantile di mettere in difficoltà chi gli sta accanto – ha trovato invece un presidente che ha distribuito complimenti a Macron, ha elogiato la disponibilità all’ascolto di Merz, e con Meloni ha scelto la via della battuta leggera piuttosto che del rimprovero pubblico. Quando ha scherzato dicendo di essere stato abbandonato dalla premier italiana e da Costa, lei ha risposto con un sorriso, ricordando che tra loro l’amicizia non si era mai interrotta, e il copione si è chiuso lì, senza ulteriori frizioni.

È lecito chiedersi se dietro questo tono sottotono ci sia semplicemente la stanchezza di un uomo che ha appena attraversato una soglia anagrafica importante. Gli ottant’anni compiuti il 14 giugno, celebrati con una faraonica esibizione di arti marziali miste sul prato sud della Casa Bianca, hanno riportato in primo piano un tema che la Casa Bianca preferirebbe derubricare a curiosità: la tenuta fisica e psicologica di un comandante in capo che è già, per definizione anagrafica, il presidente più anziano della storia americana. Il check-up di Walter Reed ha certificato l’eccellente stato di salute, il punteggio pieno al test cognitivo, l’età cardiaca inferiore a quella reale: tutto perfetto, tutto rassicurante, fin troppo per non sembrare un esercizio di pubbliche relazioni costruito apposta per anticipare le domande scomode. Ma sotto la patina dei comunicati ufficiali resta il dato di fatto che un compleanno tondo, soprattutto quando arriva dopo mesi di esposizione mediatica spietata su lividi alle mani e caviglie gonfie, lascia un segno anche su chi lo nega con più veemenza. Non è necessario scomodare la sindrome degli ottantenni al comando – un fenomeno che peraltro accomuna pezzi importanti della classe dirigente globale, e non solo americana – per notare che la macchina della proiezione muscolare richiede, oltre alla messa in scena, anche l’energia per sostenerla.

C’è però una spiegazione alternativa, meno legata alla biologia e più alla politica vera, ed è probabilmente quella più solida. Gli ultimi mesi di Trump sono stati segnati da un’escalation che ha messo a dura prova persino la sua proverbiale spavalderia: la guerra con l’Iran, la tregua faticosamente raggiunta e subito guardata con sospetto da Teheran, le accuse rivolte agli alleati europei di non avergli garantito sostegno sufficiente sul fronte dello Stretto di Hormuz. Un presidente che si percepisce lasciato solo a gestire un dossier così delicato ha tutto l’interesse a recuperare, almeno nelle forme, la cornice dell’unità occidentale che a parole non si stanca mai di rivendicare. Il riallineamento con l’Europa visto a Evian, con l’insistenza diplomatica sulla necessità di mostrare un fronte occidentale compatto in questa fase di crisi, sembra rispondere più a un calcolo di convenienza geopolitica che a un’improvvisa conversione atlantista. Mostrarsi raccolto attorno al tavolo, dopo settimane di accuse incrociate, serve a consolidare l’immagine di un Occidente unito nel momento in cui la partita mediorientale resta aperta e quella ucraina si fa sempre più gravosa per le casse e per i nervi di tutti.

Dentro questa cornice si inscrive con precisione il tentativo di Giorgia Meloni di ricucire un rapporto che negli ultimi mesi aveva conosciuto momenti di gelo reale, non solo percepito. Dopo le critiche pubbliche di Trump, che l’aveva accusata di scarso coraggio sulla gestione della crisi iraniana, e dopo settimane senza contatti diretti, la premier italiana è arrivata a Evian con l’obiettivo dichiarato di normalizzare i rapporti. Fonti diplomatiche italiane hanno descritto l’incontro a margine della cena dei leader come un chiarimento utile, privo di toni informali ma anche privo di tensioni specifiche sul nodo di Hormuz. È una strategia che Meloni ha già sperimentato altre volte: lasciare correre gli affondi pubblici, evitare la rottura aperta, e poi presentarsi al primo tavolo utile con il sorriso pronto e la battuta accomodante, fino a trasformare in chiave umoristica anche un’accusa di abbandono. Funziona, nel breve periodo, perché Trump apprezza chi non gli fa pesare gli scontri precedenti e chi gioca al suo stesso gioco delle parti. Resta da vedere se questo disgelo di facciata produca anche risultati sostanziali sui dossier che contano – dazi, energia, difesa – o se si esaurisca, come spesso accade con la diplomazia trumpiana, nella sola coreografia del vertice.

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