Memoria e Futuro

Le correzioni

di Marco Di Salvo 24 Aprile 2026

Premessa obbligatoria: non sono un avvocato, e chiedo scusa in anticipo per le semplificazioni. Ma in questi giorni ho visto tanta gente sbandierare articoli e commi con una proposopea e una tale faccia di bronzo che ho deciso di mettere ordine nella questione, almeno per me. E allora ho cercato di stilare una sequenza (crono)logica degli eventi.

Il parlamento, come sappiamo bene, ha votato il decreto sicurezza (l’ennesimo, ma tant’è). Dentro c’era l’annoso articolo 30-bis che ha riempito le pagine dei quotidiani in questa settimana (e non solo, ma ci torniamo dopo): il governo avrebbe dato 615 euro agli avvocati che aiutassero i migranti a partecipare a un programma di rimpatrio volontario. Fin qui, nulla di strano. Il trucco, scoperto dal Quirinale e non da un’opposizione evidentemente poco attenta, stava in due parole decisive: quel compenso era riconosciuto “ad esito della partenza dello straniero”. Se il migrante partiva, l’avvocato incassava. Se cambiava idea, il legale restava a mani vuote.

Qui è scoppiato l’inferno. L’avvocatura compatta contro, magistratura che grida allo scandalo, il Quirinale che alza il sopracciglio. Mattarella ha fatto sapere che così scritta, quella norma non la firmava. Un premio legato all’esito inficia l’indipendenza del difensore: lo trasforma in “incentivatore” pubblico invece che in difensore dei diritti dell’assistito. Ragionamento solido.

Il governo a quel punto si è trovato con l’acqua alla gola. Il decreto scadeva il 25 aprile. Riscrivere tutto in parlamento era impossibile. Allora ha fatto una cosa strana: ha blindato il testo con la fiducia, approvandolo così com’era, e contemporaneamente ha impegnato il consiglio dei ministri a varare lo stesso giorno un decreto legge correttivo per modificare ciò che appena aveva votato. Una procedura innovativa, non c’è dubbio: correzioni “live” ad una legge appena approvata da parte del governo che l’ha promossa. Qualcuno ha detto da “presa per i fondelli”, come hanno notato anche i costituzionalisti meno indulgenti. Ma scendiamo nei particolari.

Le modifiche sono due. Prima: il compenso non è più solo per gli avvocati, ma anche per mediatori culturali, onlus e associazioni che operano nei programmi di rimpatrio. Seconda, e qui il gioco cambia: il compenso non è più legato all’esito. Basta l’attività di assistenza. Il migrante parte o resta, 615 euro arrivano comunque.

Ed è qui che la matassa si ingarbuglia. Se la ratio originaria era ridurre i ricorsi a vuoto — fenomeno reale che costa decine di milioni l’anno — in che modo allargare la platea a soggetti prima non remunerati e sganciare il compenso dal risultato serve a questo scopo? Se l’incentivo doveva colpire l’avvocato pagato oggi per opporsi serialmente e domani per favorire il rientro, il premio avrebbe dovuto tenere il collegamento tra azione e risultato. Invece no. Il contributo arriva comunque. Tecnicamente, la modifica svilisce la logica premiale che avrebbe potuto avere un impatto. Insomma “amplia la platea”, come dicono quelli bravi. Una sorta di “Aggiungi un posto a tavola”, dall’esito (sperato) di calmare gli animi con un po’ di (potenziale) redistribuzione. In che modo poi questa modifica riduca “l’incentivazione alla partenza”, davvero, non lo comprendo. Almeno, la leggo così io, che capisco poco di leggi (ma qualcosina dell’animo umano).

Contemporaneamente, dal profilo costituzionale, la modifica ripara tutto. Elimina il conflitto d’interessi materiale: se l’avvocato non viene pagato per l’esito, scompare l’incentivo distorto che interferisce sulla sua indipendenza e sulla volontarietà della scelta del migrante. La norma migliora sotto un aspetto e peggiora sotto l’altro. Ma abbiamo rasserenato il Presidente della Repubblica, che così oggi può firmare tranquillamente.

C’è anche una ricaduta finanziaria “curiosa”. Le risorse originarie bastavano per circa duemila pratiche in tre anni. Con la nuova platea e il superamento del vincolo di esito, i costi lieviteranno inevitabilmente. Durante la conferenza stampa dell’altro giorno, Giorgetti, con la precisione che lo contraddistingue, ha ammesso che la Ragioneria stava ancora esaminando la sostenibilità della nuova copertura. Quindi il governo approva un decreto correttivo che modifica in corsa una norma appena votata con la fiducia, allarga i beneficiari, elimina il requisito di risultato, aumenta la spesa presuntiva e rende la norma solida sul piano costituzionale ma fragile su quello politico. Un capolavoro, concertato con Quirinale.

Riflessione da ignorante: se il problema era che l’avvocato guadagna sui ricorsi per la permanenza del migrante (spesso) a vuoto e si voleva invertire la rotta, pagarlo solo per i rimpatri aveva una sua rozza logica. Con la modifica si è risolta la questione etica ma indebolita quella strategica. Però la domanda vera è forse un’altra: quando il governo ha scritto l’articolo 30-bis, voleva davvero ridurre i ricorsi, o creava un segnale politico forte — posizionarsi come esecutivo duro sui migranti — sapendo di sistemare dopo le incongruenze con un decreto di facciata, certi che il dibattito pubblico si sarebbe arenato sulla polemica avvocatoria e non sul dettaglio tecnico della copertura? Questa domanda me la lascio aperta. E aspetto che qualcuno più esperto di me chiuda il cerchio.

Poi c’è il resto della legge, quella che non suscita polemiche, né reprimende del Quirinale. Ci hanno pensato i costituzionalisti che analizzando la legge approvata ieri, al di là delle questioni sul metodo, ne hanno criticato soprattutto l’impianto securitario e punitivo. Hanno fatto notare che si introducono reati molto vaghi, come la nuova ipotesi di “rivolta in carcere” che rischia di colpire anche forme di protesta non violenta. Hanno sollevato dubbi sui daspo urbani che potrebbero limitare la libertà di circolazione di persone solo denunciate, non condannate. E hanno sottolineato una certa confusione tra centri per migranti e carceri, come se fossero la stessa cosa, mentre la Costituzione li tratta diversamente. Infine, la scelta di vietare la cannabis light ha fatto storcere il naso perché colpisce un’attività produttiva legale senza un evidente interesse pubblico, quasi un eccesso di zelo punitivo. Ma si sa, mica si poteva rimettere mano all’impianto totale. Parafrasando una vecchia pubblicità, “Per tutto il resto, c’è la Corte Costituzionale”.

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