Memoria e Futuro

L’empatia del potere

di Marco Di Salvo 3 Luglio 2026

Quattro uomini, tre epoche, tre idee diverse di potere — e la stessa domanda che li riguarda, in diverso modo, tutti: dove finisce la responsabilità che si può soltanto giudicare nella storia, e dove comincia quella che si può condannare in un’aula.

Mauro Moretti è stato amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e di Rfi quando, la notte del 29 giugno 2009, un treno merci deragliò a Viareggio e il gpl che perdeva da un carro cisterna incendiò un intero quartiere. Trentadue morti, un centinaio di feriti, alcuni sfigurati per sempre. Diciassette anni di processi, sei gradi di giudizio, duecentocinquanta udienze, si sono chiusi il mese scorso con la Cassazione che ha reso definitiva la sua condanna a cinque anni. Moretti si è costituito a Orvieto. Non ha materialmente causato nulla: il guasto tecnico che ha innescato il disastro nacque in Germania, su un carro certificato altrove. La sua colpa, dicono le sentenze, è di omissione: non aver impedito, come amministratore della capogruppo, un evento che rientrava nella sua sfera di controllo. La Cassazione ha scritto pagine nuove sul principio per cui il vertice di un gruppo industriale risponde anche per quello che accade nelle controllate, anche quando non ha ordinato nulla di specifico.

Pochi giorni prima, ne abbiamo già scritto, in un’aula di Alessandria, la procura chiede l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti— omonimo per un caso che pare scritto apposta da qualche ironia della cronaca —, leaders storici delle Brigate Rosse. Cinquantuno anni fa, nella cascina Spiotta, un conflitto a fuoco tra brigatisti e carabinieri costò la vita all’appuntato Giovanni D’Alfonso e a Mara Cagol, moglie di Curcio. Lui non c’era. Non ha sparato. L’accusa è concorso morale: aver deciso, come dirigente dell’organizzazione, il sequestro che portò a quello scontro. Le prove principali sono due libri autobiografici degli anni Novanta, dove Curcio e il coimputato Mario Moretti raccontano in prima persona plurale il sequestro Gancia. Un “noi” pronunciato in un’intervista per fare i conti con la propria storia, trent’anni dopo, diventa oggi prova di un ordine mai documentato in nessuna carta dell’epoca. La sentenza arriverà il 7 luglio.

E poi c’è Alfredo Cospito, che il 1° luglio ha visto confermato per altri due anni il 41 bis. Nessun fatto nuovo gli viene contestato: la proroga si fonda sul pericolo che, dal carcere di Sassari, resti “un punto di riferimento” per l’area anarchica. Non un reato commesso, ma un ruolo simbolico che si teme possa continuare a produrre effetti fuori dalle mura.

Tre vicende lontanissime per contesto politico e per gravità — un manager di Stato, un rivoluzionario armato, un anarchico insurrezionalista — che però condividono la stessa architettura giuridica: la responsabilità penale che risale la scala gerarchica o simbolica di un’organizzazione, non per il gesto materiale ma per la posizione di vertice, per la parola pronunciata, per l’autorità morale riconosciuta a un ruolo. È il diritto penale che, non trovando la mano che ha materialmente agito, va a cercare la testa che si presume abbia pensato, o che continui a rappresentare.

Il problema non è se questa architettura sia legittima in astratto: esiste da decenni la responsabilità per omissione, esiste il concorso morale, esiste il regime differenziato per la pericolosità sociale. Il problema è quanto sia stabile il confine tra ciò che un dirigente, un capo storico, un simbolo politico deve rispondere davanti alla storia — che giudica sempre, senza prescrizione — e ciò che deve rispondere davanti a un tribunale, che ha bisogno di un fatto, di un nesso causale, di una prova che non sia soltanto l’autorità che quella persona ha esercitato o continua a esercitare nell’immaginario collettivo. Curcio lo scrive da anni: trasformare l’assunzione di responsabilità politica — il “noi” con cui si prende su di sé la storia di un’organizzazione — in prova di responsabilità penale individuale è un cortocircuito che rischia di punire non il fatto, ma la biografia.

C’è infine un’asimmetria che vale la pena annotare, perché dice qualcosa sul nostro paese più di ogni sentenza. Chi si è indignato per Moretti in carcere — il garantismo improvviso di senatori ed europarlamentari, il “sentenza pericolosissima per i manager” ripetuto in ogni salotto — è in larga parte lo stesso mondo che tace, o applaude, davanti al 41 bis prorogato senza un fatto nuovo, o che considera naturale l’ergastolo chiesto a un ottantacinquenne per una parola scritta in un libro trent’anni fa. Il garantismo, quando è vero, non sceglie la classe sociale dell’imputato.

C’è un altro punto che merita uno spazio suo, perché rischia di restare sepolto nel confronto tra i tre casi: la natura trasversale della mobilitazione per Moretti. Chi firma quell’appello non è un fronte, è un ceto. Pietro Salini viene dal mondo delle grandi opere pubbliche, Renato Brunetta e Pietro Lunardi dal centrodestra di governo, Paola Severino dai vertici della magistratura e delle professioni legali, Fabrizio Palenzona dalla finanza e dalle authority, Luciano Violante da una vita intera nella sinistra istituzionale, dal Pci alla presidenza della Camera. Destra, sinistra, impresa, toghe: per Moretti si compatta una classe dirigente che su quasi tutto il resto litiga, e che qui invece riconosce sé stessa in un pari grado, un colletto bianco che rischia il carcere per la prima volta nella storia repubblicana per un reato omissivo commesso da amministratore.

Per Curcio e per Cospito non esiste nulla del genere, e sarebbe pigro spiegarlo soltanto con l’ostilità dell’establishment. La ragione è più scomoda: quella parte politica — la sinistra rivoluzionaria, la lotta armata, l’area antagonista e poi anarco-insurrezionalista che ne ha raccolto i resti — non ha più, da tempo, una parte, seppur piccola del paese che possa firmare appelli di quel tipo. Non perché sia stata messa a tacere con la forza, ma perché, ha perso anche la battaglia della rappresentanza: nessuno spazio istituzionale lo racconta più, nessun salotto lo ospita, nessuna classe dirigente lo sente proprio. Negli anni settanta e ottanta chi firmava gli appelli  non accettava di certo in tutto le posizioni di chi stava in carcere ma si batteva affinché non venissero negati i diritti di chi era finito dietro le sbarre. Ora sono rimaste solo minoranze eseguissime a battersi per la difesa di questi soggetti. L’appello per Moretti non è forte perché ha ragione più solide. È forte perché parla da un potere che è rimasto potere, a un potere che è rimasto potere. Gli altri, semplicemente, non hanno più nessuno che li rappresenti da dentro le stanze che contano, di potere o di comunicazione che siano.

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