Memoria e Futuro

L’IA nel cortile

di Marco Di Salvo 16 Giugno 2026

Mentre passiamo sempre più ore a chiedere cose a ChatGPT, a Claude, a Perplexity, a Gemini — a interrogare queste voci artificiali che sanno apparentemente tutto e non si stancano mai di rispondere — non ci rendiamo conto di come le stesse intelligenze artificiali stiano progressivamente occupando porzioni concrete di ciò che ci circonda: terra, acqua, energia, paesaggio. Ogni risposta che riceviamo istantaneamente sullo schermo è il prodotto visibile di qualcosa di molto meno elegante: un capannone grigio, venti metri d’altezza, circondato da recinzioni metalliche e sottostazioni elettriche, costruito su quello che fino a ieri era campo agricolo o zona residenziale. Nessuna finestra. Nessun dipendente visibile. Solo il ronzio continuo dei sistemi di raffreddamento, giorno e notte, e il contatore dell’energia che gira a velocità industriale. È un centro di calcolo per l’intelligenza artificiale, e attorno a quel capannone si sta organizzando, in modo spontaneo e trasversale, una delle resistenze più interessanti degli ultimi anni.

Il fenomeno ha un nome anglosassone che conosciamo bene, come quasi tutto ciò che viene importato senza traduzione: NIMBY, not in my backyard, non nel mio cortile. Una sigla che di solito si usa in senso leggermente dispregiativo, per indicare chi accetta le grandi opere in astratto ma le rifiuta quando atterrano sotto casa propria. Stavolta però la questione è più complicata, e il disprezzo non basta a liquidarla.

Nel solo primo trimestre del 2026, negli Stati Uniti, il valore dei progetti di data center bloccati o ritardati per via dell’opposizione locale si avvicina a quello contabilizzato durante l’intero 2025, quando erano stati censiti circa 156 miliardi di dollari di investimenti interessati da contestazioni. Non sono numeri di nicchia. Il numero di gruppi attivi contro i centri di calcolo è più che raddoppiato nel giro di pochi mesi, passando da 396 a 833, distribuiti in 49 Stati americani. L’opposizione è bipartisan e localmente guidata: le comunità si organizzano attorno ai costi dell’elettricità, al consumo d’acqua, al rumore. In alcuni casi, la sola voce della possibile costruzione di un data center è bastata a innescare una resistenza organizzata, ancora prima che venisse depositata qualsiasi domanda di permesso.

A Monterey Park, in California, i residenti hanno votato un referendum e bloccato la costruzione. Proteste analoghe sono in corso in Irlanda, Scozia, Paesi Bassi, Germania, Spagna, Francia e Italia. E in America Latina le cose non vanno meglio per le grandi aziende tecnologiche: Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay e Messico sono tutti teatri di resistenza locale. In Cile, un tribunale ha sospeso un data center di Google dopo che la popolazione aveva scoperto che avrebbe estratto più di sette miliardi di litri d’acqua all’anno, in un paese che ha già problemi di siccità strutturale.

Le ragioni sono concrete, non romantiche. Una ricerca del National Bureau of Economic Research rileva che la mania dei data center, alimentata dalla bolla dell’intelligenza artificiale, ha prodotto danni ambientali per 25 miliardi di dollari nell’ultimo anno soltanto: non limitati ai già noti consumi di acqua e suolo, ma legati a una crisi sanitaria connessa al particolato emesso dalle reti energetiche locali per alimentare questi impianti. La Danimarca ha messo in pausa tutte le nuove connessioni alla rete per i data center; l’Unione Europea ha chiesto alle famiglie di ridurre i consumi nelle ore di punta perché i centri di calcolo dell’intelligenza artificiale stanno mettendo sotto pressione le reti elettriche del continente.

In Italia il caso più emblematico è quello lombardo. A Lacchiarella, Zibido San Giacomo e negli altri comuni del sud-ovest milanese, i residenti si sono mobilitati con lo slogan “fermiamo l’invasione”: non l’invasione del digitale in sé, ma della sua infrastruttura fisica — capannoni, server, sottostazioni, elettrodotti, gruppi elettrogeni, sistemi di raffreddamento. La Regione Lombardia vuole diventare il principale hub mediterraneo per i data center, e una legge regionale punta a favorirne l’insediamento sulle aree industriali dismesse. Una pattuglia di sindaci di centrosinistra cerca di ostacolarne i piani, e dall’alto vengono puntualmente accusati di NIMBY.

È proprio questa accusa che merita di essere smontata. L’argomento implicito è il seguente: sei contrario per egoismo territoriale, accetti i benefici della tecnologia ma non vuoi pagarne i costi. Un ragionamento che può funzionare quando si parla di discariche o impianti di trattamento dei rifiuti, dove il beneficio è collettivo e il disagio è localizzato. Ma chi beneficia davvero dei data center per l’intelligenza artificiale? Le grandi piattaforme tecnologiche americane, i loro azionisti, e un insieme di servizi che in larga misura non hanno ancora dimostrato di essere socialmente indispensabili. I costi invece — elettricità più cara, acqua sottratta, suolo consumato, rumore cronico, emissioni indirette — li pagano le comunità locali. Un sondaggio Gallup del marzo 2026 indica che il 70 per cento degli intervistati si oppone alla costruzione di nuovi data center di intelligenza artificiale nel proprio quartiere. Non è ignoranza: è un calcolo razionale.

C’è un ultimo capitolo che non va trascurato, e che in Italia sta assumendo una forma politicamente rilevante. La fame energetica dei data center — secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia il loro consumo elettrico raddoppierà da 485 TWh nel 2025 a 950 TWh nel 2030, pari all’intera domanda annua del Giappone — ha rilanciato ovunque, quindi anche nel nostro paese la corsa al nucleare. Non crediate alla favola del governo che dice di voler implementare l’energia atomica (perché ancora così è giusto che si chiami) per ridurre le bollette degli italiani; è la stessa scusa usata per i rapporti commerciali con i vari dittatori che da decenni ci forniscono energia e non mi pare sia stata confermata dai fatti, a guardare proprio le bollette. La verità è un’altra. Le grandi aziende tecnologiche si rivolgono all’atomo perché cercano energia continua, stabile, decarbonizzata, ventiquattr’ore su ventiquattro: qualcosa che le rinnovabili, oltre una certa soglia, non garantiscono. Microsoft ha stretto un accordo per riaprire Three Mile Island, una centrale nucleare finita nella storia per un incidente alla fine degli anni settanta. SoftBank ha scelto la Francia — non l’Italia — per quarantacinque miliardi di euro di investimenti in data center, dichiarando esplicitamente che la disponibilità di energia nucleare è stata decisiva. La Camera italiana ha approvato il disegno di legge sul ritorno all’atomo proprio in questi giorni, e Confindustria ha già inquadrato il nucleare come condizione necessaria per competere nell’economia dell’intelligenza artificiale.

Il cerchio si chiude in modo istruttivo: le comunità di Lacchiarella e del Wieringermeer protestano contro i capannoni grigi, e la risposta sistemica che il capitalismo tecnologico prepara è il ritorno delle centrali nucleari. Non nel cortile di Palazzo Chigi o in via dell’Astronomia, evidentemente, ma da qualche altra parte. Sempre nel cortile di qualcuno. Spesso il più debole della catena alimentare.

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