Cosa vi siete persi
Lo scandalo del raccontare
La televisione britannica sta vivendo una stagione narrativa di rara potenza, trasformando il piccolo schermo in tribunale pubblico dove si processano i fallimenti sistemici di una nazione. Lontane dalle serie patinate con happy end rassicuranti, miniserie in due o tre episodi mettono in scena storie vere di crisi economiche, disastri ambientali e tradimenti istituzionali, riuscendo laddove la cronaca si arena: smuovere le coscienze e chiedere conto al potere. Dirty Business, il docu-drama di Channel 4 che a febbraio 2026 ha inchiodato le compagnie idriche privatizzate per gli scarichi illegali di liquami nei fiumi inglesi, ne è l’ultimo bruciante esempio. Ma la domanda che sorge naturale, guardando da questa parte della Manica, è ancora più urgente: quali storie racconterebbe una televisione italiana che avesse lo stesso coraggio civile? Quali dei nostri scandali insabbiati, quale delle promesse tradite dalla politica e dal mercato potrebbe diventare il nostro Mr Bates vs The Post Office?
Mr Bates vs The Post Office, prodotto da ITV nel 2024, ha fatto tremare Westminster raccontando come centinaia di direttori postali fossero accusati ingiustamente di furto a causa di un software difettoso, con la connivenza delle istituzioni. Persone rovinate, incarcerate, spinte al suicidio da un algoritmo impazzito e da una macchina burocratica che ha preferito proteggere il sistema piuttosto che ammettere l’errore colossale. Immaginiamo un adattamento italiano intitolato Il codice difettoso: al posto degli uffici postali inglesi, i silenziosi appartamenti di periferia dove cittadini comuni si vedono recapitare raccomandate verdi per debiti inesistenti, costretti a provare innocenza contro un algoritmo che nessuno sa come funzioni davvero. Migliaia di persone rovinate da cartelle esattoriali pazze generate da malfunzionamenti dell’INPS, da decreti ingiuntivi insensati, da richieste di rimborso calcolate da software inaffidabili di cui la burocrazia non sa nemmeno spiegare la logica. Il protagonista: un ex artigiano in pensione che, vedendosi pignorare il conto corrente per un errore informatico, inizia una battaglia solitaria contro il gigante burocratico, scoprendo una rete di vittime accomunate dallo stesso stigma – colpevoli fino a prova contraria. In tre episodi, la serie non si chiuderebbe con una vittoria totale, ma con una verità amara: il sistema è programmato per non ammettere mai l’errore, perché ammetterlo significherebbe rivelare che il diritto, in una democrazia governata da software incomprensibili, è diventato un lusso per pochi.
Se ci spostiamo sul fronte della crisi ambientale e della privatizzazione dei beni comuni, il parallelo con Dirty Business assume contorni talmente netti da far male. La serie inglese segue cittadini comuni che, scoprendo fiumi avvelenati e spiagge contaminate, scoprono la collusione tra aziende idriche private – gonfie di dividendi e povere di investimenti – e agenzie di controllo incaricate di vigilare. È la storia di come un servizio pubblico essenziale, venduto a pezzi con la promessa di efficienza, sia diventato un bancomat per manager e azionisti. Una versione italiana potrebbe intitolarsi Acque torbide e ambientarsi dove ogni estate, da decenni, scatta il divieto di balneazione perché depuratori collassano e liquami finiscono a pochi metri dalla riva. Ma la serie dovrebbe scavare nel groviglio di municipalizzate e consigli di amministrazione lottizzati, figli di una svendita avvenuta con referendum aggirati e leggi interpretate a convenienza. Protagonisti: un ingegnere idraulico in pensione e una biologa marina che scoprono che il sistema di depurazione non funziona per caso, ma per calcolo economico – è più conveniente pagare le multe che ammodernare le infrastrutture. Più scavano, più trovano relazioni pericolose tra politica, finanza e la gestione di un bene che l’ONU considera un diritto umano.
Con sensibilità diversa ma uguale impatto, Breathtaking (ITV, 2024) ha raccontato in tre episodi i giorni della pandemia negli ospedali, denunciando la mancanza di dispositivi di protezione per medici e la gestione politica fallimentare dell’emergenza. Nella sua trasposizione italiana potrebbe intitolarsi La corsia sommersa e ambientarsi in uno dei reparti di rianimazione di Bergamo, Brescia, o Lodi durante la prima ondata del 2020. Non sarebbe solo cronaca dell’inferno dei camion militari, ma un’inchiesta seguendo il punto di vista di un primario di terapia intensiva e di un’infermiera alle prime armi. Attraverso i loro occhi vedremmo la corsa disperata a reperire mascherine e ventilatori, linee guida cambiate ogni notte, appelli inascoltati mentre le RSA diventavano trappole mortali. La serie chiederebbe, a freddo: qualcuno ha pagato per i tagli alla sanità pubblica degli anni precedenti? Il finale: un dialogo invisibile tra medici sopravvissuti e una commissione d’inchiesta muta, con l’elenco dei nomi di colleghi morti che scorre per minuti interminabili.
Infine c’è The Way (BBC, 2024), creato e diretto da Michael Sheen con script di James Graham e Adam Curtis, che guarda alla deindustrializzazione con occhi distopici e feroci. Una Port Talbot dove le tensioni intorno alla morte degli altoforni innescano una rivolta popolare che porta alla chiusura dei confini. Il corrispettivo italiano potrebbe chiamarsi Fumo nero e ambientarsi a Taranto, all’ombra dell’ex Ilva, quella montagna d’acciaio che ha brutalizzato la città mentre la arricchiva. La serie dovrebbe adottare una struttura corale che incrocia le vite di tre famiglie: l’operaio che ha perso il lavoro a quaranta anni e scopre un tumore ai polmoni; il manager venuto dal Nord convinto di poter “risanare” l’azienda senza capire il territorio; la pediatra che vede nei bambini del Tamburi una generazione già segnata dalle polveri sottili e dalla diossina. Il racconto si snoderebbe tra flashback del boom siderurgico – quegli anni d’oro in cui Taranto dava acciaio a tutta Italia – e un presente di rovine industriali, collusioni criminali, bonifiche promesse e mai fatte. Non ci sarebbero eroi in Fumo nero, solo sopravvissuti che provano a dare un senso a un sacrificio che nessuno – né lo Stato né il mercato – ha mai davvero riconosciuto.
Mentre in Gran Bretagna miniserie di tre episodi sbattono in faccia ai cittadini i fallimenti del sistema, da noi le vere fiction televisive sono quelle che vanno in onda ogni sera nei talk show: ospiti seduti su poltrone, cravatte tirate e solennità affettata, che si ammantano di giornalismo d’inchiesta mentre sparano opinioni senza riscontro, costruiscono narrative di comodo, trasformano il caos politico in entertainment. Lì della realtà si fa (in parte) spettacolo e lo si ammette; qui si fa spettacolo e si finge conoscenza.
Che si tratti di un fiume nel Devon, di un software impazzito nella campagna inglese, o delle ciminiere di Port Talbot, questa serialità rappresenta un atto d’accusa collettivo che sveglia le coscienze sbattendole contro la superficie ruvida della realtà. Ma c’è un altro dettaglio che in Italia sfugge: queste serie vengono prodotte sia dalla BBC che da ITV e Channel 4, cioè sia dalla televisione di stato che dai privati, senza che il potere politico contemporaneo – chiunque governi al momento della messa in onda – riesca a impedirlo, condizionarlo o neutralizzarlo. Non ci sono pressioni palesi, non ci sono ritardi strategici, non c’è la necessità di negoziare con ministeri o di cercare protezione presso proprietà amiche. La macchina televisiva britannica, pur con tutti i suoi limiti, produce critica sistemica anche quando urta i piedi a chi comanda. In Italia, il solo tentativo di una RAI o di Mediaset di raccontare contemporaneamente questi scandali – mentre il governo li vive – genera subito il sospetto di guerra politica, di faziosità, di complotto.
L’Italia ha tutti gli elementi per generare storie di pari potenza: le crisi sistemiche non mancano. Ciò che manca è un’industria televisiva coraggiosa e un’opinione pubblica pronta a trasformare finalmente quelle storie in scintille per cambiare davvero le cose
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