Memoria e Futuro
Out of control
C’è un film che, ogni volta che il Regno Unito brucia, torna ad essere la spiegazione più precisa di ciò che accade. Si intitola This Is England, lo ha diretto Shane Meadows nel 2006, ed è ambientato nell’estate del 1983: Inghilterra thatcheriana, guerra delle Falkland appena conclusa, periferie industriali svuotate, un ragazzino di dodici anni che ha perso il padre in quella guerra inutile e trova conforto e identità in una banda di skinhead. Il film racconta come il vuoto — economico, affettivo, politico — venga riempito dal nazionalismo, e come il nazionalismo si trasformi in odio verso il diverso quando arriva qualcuno a dargli un nome e un bersaglio.
Quarant’anni dopo, nella notte tra l’8 e il 9 giugno 2026, a Belfast un rifugiato sudanese di trent’anni ha aggredito per strada un uomo con un grosso coltello da cucina, colpendolo ripetutamente al volto, al collo e alla schiena in quello che la polizia nordirlandese e il Daily Telegraph hanno definito un tentativo di decapitazione. La vittima, Stephen Ogilvie, è sopravvissuta grazie all’intervento di alcuni passanti, uno dei quali si vede nel video brandire un bastone da hurling. L’aggressore, Hadi Alodid, è stato arrestato e incriminato per tentato omicidio. La polizia ha escluso la pista terroristica.
Il video è diventato immediatamente virale. Tommy Robinson, al secolo Stephen Yaxley-Lennon, ex hooligan e icona dell’ultradestra britannica, lo ha rilanciato quasi in tempo reale. Poi ha fatto lo stesso Elon Musk. Nelle ore successive centinaia di manifestanti con il volto coperto hanno bloccato le strade di Belfast, incendiato un autobus, dato alle fiamme case e veicoli. Nella zona est della città circa cento uomini mascherati hanno percorso i quartieri al grido di “cacciare gli stranieri”, prendendo di mira in particolare le famiglie di origine africana. I pompieri sono intervenuti sessantadue volte in una sola notte. Le immagini di Sky News mostrano famiglie in fuga con neonati in braccio dalle case in fiamme. La polizia nordirlandese ha dovuto evacuare alcuni residenti dai loro appartamenti dal tetto degli edifici attaccati.
Non è la prima volta. Nell’estate del 2024 tre bambine erano state uccise a Southport da Axel Rudakubana, figlio di genitori ruandesi, in un attacco che non aveva alcuna motivazione terroristica identificabile. Ma nelle ore successive all’attentato l’estrema destra aveva diffuso la falsa notizia che l’aggressore fosse un immigrato islamico irregolare, e quella bugia era bastata ad accendere rivolte in una trentina di città britanniche: moschee attaccate, centri per i rifugiati dati alle fiamme, centinaia di arresti. Nel giugno del 2025 due adolescenti romeni erano stati accusati di tentata violenza sessuale a Ballymena, in Irlanda del Nord, e anche lì erano seguiti pogrom contro i residenti stranieri. Ora tocca a Belfast di nuovo, con lo stesso copione: un fatto di cronaca, un video, i social, la piazza in fiamme.
Il meccanismo è talmente rodato da essere quasi automatico. Non occorre neanche che la notizia sia falsa, come a Southport. Basta che esista, che sia visibile, che abbia un volto straniero. Il resto lo fa la macchina dell’amplificazione, che da Robinson a Musk percorre una filiera sempre più corta e sempre più potente.
Ma il punto non è il meccanismo. Il punto è il combustibile su cui quella macchina lavora. E lì bisogna tornare al film di Meadows, o meglio tornare a ciò che il film descriveva: un paese in cui il declino industriale aveva cancellato interi mondi del lavoro, in cui la politica aveva smesso di rappresentare le classi popolari, in cui la rabbia sociale non trovava né organizzazione né sbocco e diventava quindi identitarismo, tribù, nemico. L’Inghilterra del 1983 era quella. L’Inghilterra di oggi è strutturalmente simile, con quarant’anni in più di impoverimento relativo, di precarizzazione, di erosione dei servizi pubblici.
In mezzo c’è stata la Brexit, che è stata molte cose ma che è stata anche — forse soprattutto — questo: il tentativo di dare sfogo politico a quella rabbia. “Take back control” era uno slogan vuoto sul piano dei contenuti ma potentissimo sul piano emotivo, perché prometteva esattamente ciò che le periferie di Sheffield, Nottingham e Belfast sentivano di aver perso: il controllo sulla propria vita, sul proprio territorio, sul proprio futuro. Gli immigrati erano il capro espiatorio designato, l’Unione Europea il nemico astratto. Il referendum del 2016 aveva convogliato tutto in un’urna.
Il problema è che la Brexit non ha risolto nulla. Non poteva risolverlo, perché i problemi erano interni, strutturali, di distribuzione del potere e della ricchezza che non dipendevano da Bruxelles. Le liste d’attesa del NHS sono più lunghe, i salari reali non sono cresciuti, le periferie non sono rifiorite. E allora la rabbia, che aveva trovato un canale politico nel 2016, ha ripreso a cercare un nuovo sfogo. Lo ha trovato, puntualmente, negli immigrati in carne e ossa. Non più come argomento di campagna referendaria ma come bersaglio fisico, visibile, raggiungibile.
È esattamente la parabola del giovane Shaun in This Is England: prima il vuoto, poi il gruppo, poi l’ideologia, poi la violenza. Meadows aveva raccontato questa sequenza senza descrivere mostri ma esseri umani riconoscibili, persone che in altre circostanze avrebbero fatto altre scelte. Era questo il punto più scomodo del film: non la violenza in sé, ma la sua comprensibilità.
Oggi in Italia abbiamo il generale Vannacci che ha fondato un partito, Futuro Nazionale, e che da europarlamentare continua a costruire la sua identità politica sull’idea che l’immigrazione sia una minaccia biologica e culturale all’esistenza del popolo europeo. Il linguaggio è (forse) più raffinato e ammiccante di quello degli incappucciati di Belfast, la giacca è quella di un ufficiale in congedo, ma il combustibile è lo stesso: il risentimento delle classi che si sentono abbandonate, ridiretto verso chi sta ancora più in basso. È la funzione classica del capro espiatorio, che i populismi di destra di tutta Europa hanno imparato a svolgere con crescente efficienza. Guardate cosa sta succedendo con Afd in Germania.
La differenza tra l’Italia e il Regno Unito, per ora, è che da noi questa rabbia ha ancora prevalentemente uno sfogo elettorale. Ma le banlieue bruciano da anni in Francia, Belfast brucia adesso, e sarebbe ingenuo pensare che l’argine sia eterno. Quando la politica promette risposte che non riesce a dare, e quando la retorica del nemico viene alimentata ogni giorno dagli schermi di mezzo mondo, il confine tra voto di protesta e violenza di strada è meno solido di quanto si voglia credere.
C’è un dato che vale la pena leggere accanto alle immagini di Belfast. Il sondaggio Demopolis di inizio giugno fotografa le intenzioni di voto degli under 30: se votassero solo loro, Futuro Nazionale arriverebbe al 5,5%, due punti sopra la media nazionale. Il partito di Vannacci sovraperforma tra i giovani più che con l’elettorato adulto. E il bacino è ancora in gran parte silenzioso: il 51% degli under 30 oggi non andrebbe a votare.
Cosa potrebbe mobilitarlo lo suggerisce un’altra notizia, passata quasi inosservata. A maggio la Digos ha denunciato tredici minorenni a Siena per odio razziale online: nelle chat sequestrate circolavano video di pestaggi agli immigrati, condivisi e commentati con approvazione, per emulazione reciproca. Non una cellula organizzata. Ragazzi che si passano clip di aggressioni agli stranieri come si passerebbero highlight di calcio. Ai comizi di Vannacci, nel frattempo, in prima fila ci sono tantissimi giovani. E la parola d’ordine scandita come un coro è “remigrazione”. Il fuoco che brucia a Belfast ha bisogno di legna. In Italia la legna si sta accumulando.
In una scena di This Is England il personaggio di Combo, il naziskin carismatico appena uscito di prigione, tiene un comizio improvvisato davanti alla banda di ragazzini e dice loro che la loro terra è stata rubata, che qualcuno l’ha presa e bisogna riprenderla. È una scena del 1983, ambientata in una periferia delle Midlands. Ma funziona ancora benissimo come descrizione di ciò che si sente, oggi, nelle strade di Belfast in fiamme.
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