Cosa vi siete persi

Nostalgia per procura

di Marco Di Salvo 17 Ottobre 2026

Finn Keogh ha compiuto da poco ventitré anni e canta come se Kurt Cobain avesse lasciato la porta socchiusa. Il suo gruppo, i Keo, quattro londinesi tra i ventidue e i ventisette anni, ha pubblicato alla fine di settembre il primo disco, scritto e inciso in dieci giorni, e la settimana dopo stava al secondo posto della classifica britannica, preceduto soltanto da Taylor Swift. Più di ventitremila copie vendute, quasi ventimila delle quali di quelle che si prendono in mano. Le classifiche misurano tutto tranne l’età di chi compra, e a questo punto la domanda vale più della risposta.

Dall’altra parte dell’oceano c’è un trio di Brooklyn, i Nation of Language, che suona la musica sintetica dei primi anni Ottanta con la devozione di un sacrestano. Il cantante ha raccontato che tutto si mise a fuoco un giorno in cui andava in macchina con il padre e alla radio passò “Electricity” degli Orchestral Manoeuvres in the Dark, una canzone che il padre metteva spesso quando lui era bambino. Il quarto disco, uscito più di un anno fa, si intitola “Dance Called Memory”, una danza chiamata memoria, e li ha portati in giro per cinquantuno date, la tournée più fortunata della loro storia. Un cronista di Portland, a un loro concerto, annotò che parecchi spettatori sembravano sulla sessantina, e uno di Los Angeles parlò di un pubblico di più generazioni.

C’è chi la parentela l’ha scritta nel nome. Un duo anglo-americano si chiama Sunday (1994), con l’anno tra parentesi come in un’enciclopedia, e ha intitolato il primo album “Wasted On Youth”, cioè il proverbio secondo cui la giovinezza è sprecata sui giovani. Lo dicono loro, che ne hanno tutta davanti e la spendono a rifare il passato. Hanno un privilegio che i padri non ebbero, quello di rimpiangere il meglio di un’epoca senza averne subito il resto: di quegli anni conoscono le canzoni, non le code, le bollette, i telefoni a gettone. Ogni nostalgia taglia, e la loro ha tagliato tutto ciò che dava fastidio; i padri, che il resto lo ricordano benissimo, li guardano con indulgenza.

Da noi i dischi nuovi con i suoni di allora non mancano, e basta scorrere le uscite di settembre di una rivista di settore per trovarne quattro o cinque. I Gatti di Ulthar, quartetto romano di recente formazione, hanno esordito con un disco di new wave oscura che dichiara come numi i Cure e gli Ultravox e dedica un brano a David Lynch. Dalla Sardegna arrivano i Calcinacci, trio all’esordio, che mettono insieme new wave, shoegaze e dream pop. A Faenza i Whimistical Bees, nati nel 2023, fanno un post punk e un grunge che guardano ai Verdena e al Teatro degli Orrori. Un giovane mantovano che si fa chiamare AUT! suona da solo, con chitarra scheletrica, un punk che va dai Wire ai Blur, e a un recensore è parso il chitarrista ideale per i B-52’s. Quanti li ascoltino e li comprino, nessuno lo dice.

Nel frattempo i ragazzi non aspettano che qualcuno suoni per loro. Una società americana che misura i consumi musicali ha chiesto ai giovani tra i tredici e i ventiquattro anni quale decennio ascoltino di più: nel 2021 il cinquantacinque per cento rispondeva gli anni Venti di questo secolo, l’anno scorso il quarantaquattro, e un quarto, ormai, risponde gli anni Novanta o prima. Per chi ha vent’anni, Nirvana e i Cure stanno in un catalogo che si apre con il pollice, dove l’originale sta accanto alla copia e non costa di più.

Ne ricavo un sospetto, e lo chiamo così perché nessuno, che io sappia, ha misurato l’età di chi va a sentire questi gruppi. Il sospetto è che i giovani nostalgici abbiano due pubblici e che a pagare sia il più anziano. A Londra, all’Electric Ballroom, platee intere cantavano a memoria canzoni non ancora uscite, e sarebbe ingiusto negare che molte avessero l’età del gruppo. Ma chi l’originale ce l’ha già in cuffia ha poche ragioni di comprare la riproduzione, mentre chi lo ascoltò davvero, nel tempo in cui usciva, ne ha parecchie. Non può più andare a sentire Cobain; i gruppi di allora sono sciolti, stanchi o troppo cari; e davanti a lui si presenta un ragazzo con la stessa chitarra, la stessa rabbia e un biglietto alla portata.

C’è anche un vantaggio morale, e non è piccolo. Chi torna alla musica della propria giovinezza passa, a una certa età, per un tratto di vergogna, per un’idea di resa. Se a suonarla è uno di ventitré anni, la resa diventa mecenatismo: l’ascoltatore si dice che sostiene i giovani e intanto torna indietro con la coscienza a posto. La nostalgia, che di solito si consuma in cucina davanti a un disco vecchio, esce di casa e paga il biglietto. Ogni generazione ha avuto il suo passato da rimpiangere. La nostra è la prima che ha trovato dei ragazzi disposti a rimpiangerlo al posto suo, e ha almeno il buon gusto di pagarli per questo.

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