Memoria e Futuro

Praticare l’ascolto

di Marco Di Salvo 29 Aprile 2026

C’è un filo rosso che attraversa la storia politica siciliana e che ogni tanto riaffiora con prepotenza: la ribellione del territorio alle logiche di apparato. Tre vicende, lontane nel tempo ma unite da una medesima tensione, raccontano quanto possa essere fragile il confine tra ortodossia di partito e responsabilità di governo. La più recente si sta consumando in queste settimane a Enna, dove Mirello Crisafulli, candidato sindaco per le amministrative del 2026, si è visto scippare il simbolo del Partito Democratico da coloro che ne detengono i diritti. Un provvedimento che sa di beffa, se si considera che il diretto interessato ha deciso di correre comunque, forte del sostegno del direttivo cittadino e di pezzi consistenti del partito regionale. Il segretario siciliano del PD, Anthony Barbagallo, si è trovato così a gestire un caso spinoso, mentre fonti vicine al Nazareno confermavano che la scelta di Crisafulli era considerata poco in linea con il percorso di rinnovamento voluto da Roma. A Enna si è materializzato un cortocircuito che ricorda molto da vicino due episodi, certamente minori, di oltre quarant’anni fa, ma che nel loro piccolo raccontano come da sempre è difficile raccordare dichiarazioni di principio nazionali con le realtà locali.

Era il 1980 e il Partito Radicale, guidato da Marco Pannella, aveva deciso di non presentare proprie liste alle elezioni amministrative. Una scelta strategica, maturata nei congressi nazionali, che però non teneva conto del radicamento e della voglia di esserci di tanti militanti entusiasti e forse illusi che il Partito Radicale potesse essere un partito come gli altri con organigrammi e strutture ben precise anche a livello locale. I radicali siciliani, forti della struttura federale dell’organizzazione, decisero di sfidare apertamente il leader nazionale e si presentarono lo stesso alle urne, usando simboli e liste autonome. Ne nacque una campagna elettorale rovente, con  una allora giovane Francesco Rutelli segretario del partito che venne personalmente in Sicilia a tenere comizi di fuoco contro i “dissidenti”, accusandoli di tradire lo spirito del partito. Ma i candidati locali andarono avanti, rivendicando il diritto di rappresentare un territorio che, a loro dire, Roma non capiva fino in fondo. Un atto di insubordinazione che anticipava tensioni destinate a ripetersi.

Il parallelo con Enna 2026 è immediato. Anche qui, un partito nazionale (il PD) decide che un candidato non è adeguato, forse perché espressione di un ceto politico considerato troppo legato al passato, e gli nega il simbolo. Anche qui, la base locale si ribella, sostenendo che la scelta calata dall’alto ignora le dinamiche reali di una città. E anche qui, il segretario regionale si ritrova a fare la figura (inadeguata) di quello messo in mezzo (troppo “romano” per i siciliani e troppo siciliano per i “romani”), mentre il candidato va dritto per la sua strada. Ma c’è di più: a Enna il cortocircuito ha assunto contorni quasi surreali quando lo stesso segretario regionale del PD, Barbagallo, è stato invitato – o si è trovato, le cronache non lo spiegano al meglio – a inaugurare la campagna elettorale del centrodestra. Un paradosso che la dice lunga su come, in una terra di frontiera politica come la Sicilia, le appartenenze siano spesso più fluide di quanto i regolamenti di partito vorrebbero.

Per comprendere fino in fondo questo intreccio, bisogna fare un passo indietro e tornare ancora al 1980, ma spostandosi sui Nebrodi. Nel piccolo comune di Mistretta, il sindaco comunista Vincenzo Antoci si trovò a governare in condizioni di estrema precarietà. La sua era una giunta di minoranza, eletta con il sostegno risicato di una lista civica di unità popolare di ispirazione del PCI, e per garantire un minimo di governabilità fu costretto a cercare voti dove mai un comunista avrebbe pensato di cercarli: nel Movimento Sociale Italiano. Due consiglieri missini accettarono di sostenere l’amministrazione, e uno di loro, un indipendente legato al MSI, venne addirittura nominato vicesindaco. Una scelta che all’epoca fece gridare allo scandalo (erano gli anni del compromesso storico DC-PCI), ma che Antoci difese con pragmatismo: “Preferisco un vicesindaco missino che un comune ingovernabile”. Un azzardo che oggi verrebbe bollato come inciucio, ma che allora venne letto da molti come un disperato atto di responsabilità. È divertente leggere ora recuperandogli dall’archivio dell’Unità i documenti della segreteria territoriale del PC che prova a difendere quella scelta (è il colonnino in basso a destra della pagina allegata). E l’accortezza con cui trovano a scansare le accuse di rapporti con il movimento sociale. Sono un mini trattato di politica italiana.

Osservate oggi, le tre vicende compongono un mosaico che mette in discussione la tenuta dei partiti tradizionali. A Mistretta, un sindaco comunista si allea con il MSI per evitare il collasso amministrativo e il ritorno al potere dei potentati locali. In Sicilia, i radicali si candidano contro il volere del segretario nazionale pur di non sparire dal territorio. A Enna, un candidato dem si vede negare il simbolo e va avanti lo stesso, mentre il segretario regionale inaugura la campagna del centrodestra. In tutti e tre i casi, il filo conduttore è il conflitto tra due legittimità: quella del centro, che detta linee politiche generali, e quella della periferia, che rivendica la conoscenza diretta dei problemi e la capacità di costruire alleanze pragmatiche.

Per cui quando oggi c’è chi vede in queste dinamiche il sintomo di una crisi irreversibile dei partiti, ormai ridotti a “comitati elettorali privi di anima”, bisognerebbe dirgli di farsi un giro negli archivi perché queste vicende ci sono state sempre. E  forse ha ragione chi invece vi legge la vitalità di una politica che, quando serve, sa inventarsi soluzioni impensabili pur di rispondere ai bisogni dei cittadini. O magari la verità sta nel mezzo: i partiti non riescono più a contenere le spinte che vengono dal basso, ma il territorio fatica a trovare forme di rappresentanza stabili al di fuori di essi. Fatto sta che la Sicilia, ancora una volta, si conferma un laboratorio politico estremo, dove le crisi nazionali vengono anticipate e vissute con un’intensità che altrove è sconosciuta.

Mirello Crisafulli, dal canto suo, va avanti. Ha perso il simbolo ma non la voglia di correre. La sua è una scommessa che va oltre la poltrona di sindaco: dimostrare che un candidato può vincere senza il logo ufficiale, se ha il consenso della sua gente. Come quarantasei anni fa i radicali siciliani, come il sindaco Antoci a Mistretta, Crisafulli sta provando a forzare la mano a un sistema che sembra volerlo espellere. E chissà che, alla fine, non sia proprio questa la politica che piace ai siciliani: fatta di volti, di patti chiari e di coraggio. Anche a costo di fare infuriare  la leadership nazionale, impegnata tra l’altro in campagne di “ascolto del territorio” che a quanto pare, da queste vicende, risultano inefficaci.

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