Memoria e Futuro
La democrazia percepita
Vista l’aria montante in questi giorni sui quotidiani italiani, c’è un equivoco che vale la pena sciogliere subito. Chiedere le preferenze dentro quella che tutti chiamano “legge Bignami” non significa introdurre più democrazia. La nuova legge elettorale — perché questo è, al di là del nome del relatore — mantiene intatto il suo cuore: premio di governabilità al 42 per cento, nessun ballottaggio, settanta deputati e trentacinque senatori aggiuntivi per chi vince, entro un tetto massimo di duecentoventi deputati e centotredici senatori. Su questo impianto, sulla sproporzione strutturale fra voti e seggi, le preferenze non incidono. Possono solo ridistribuire, dentro la quota già garantita alla coalizione vincente, chi tra i candidati arriverà in Parlamento. Non toccano il peso complessivo di quella coalizione rispetto al resto del Paese. È la differenza — spesso rimossa — tra correggere il chi e correggere il quanto. Le preferenze intervengono sul primo piano, lasciando intatto il secondo, quello su cui i costituzionalisti hanno sollevato i dubbi più seri.
Eppure il movimento montante per le preferenze — da Vannacci ai gazebo di Progetto Civico Italia — si presenta come una battaglia di restituzione democratica, come se introdurre la scelta del nome dentro un sistema che già prevede un premio robusto fosse equivalente a democratizzare l’intero impianto. Non è così: è semplicemente la riapertura di un diverso teatro di competizione, quello tra candidati della stessa lista, mentre la competizione che davvero conta — quella tra coalizioni — resta blindata.
A questo punto vale la pena fare un passo indietro, anche per capire cosa potrebbe comportare. Non per nostalgia, ma per un dovere minimo verso chi non c’era o verso chi ha dimenticato. Per chi conosce quella stagione, gli esempi che seguono sono quasi scolastici; ma proprio per questo è giusto riportarli alla memoria, perché oggi vengono trattati come se non fossero mai esistiti. La storia dei leader che sulle preferenze hanno fatto la loro fortuna e sulla gestione spregiudicata delle stesse in alcuni casi anche in collaborazione con organizzazioni di vario tipo, da quelle criminali a quelle meno.
Nel Sud il caso più emblematico resta quello di Antonio Gava, il “viceré di Napoli”. Nel 1987 ottenne duecentoventicinquemila preferenze alla Camera, un record che nessun comizio può spiegare. Lo spiega invece una macchina organizzativa capillare, la cui area di influenza — secondo la Procura di Napoli nel 1994 — coincideva con la zona controllata da un clan camorristico. Gava sarebbe stato assolto dopo tredici anni da ogni accusa; ma resta il fatto che duecentoventicinquemila preferenze raccontano la fisiologia di un sistema in cui la preferenza plurima permetteva a chi controllava un bacino organizzato di trattarlo come valuta.
Al Centro il nome che più di tutti incarna la logica del voto organizzato è quello di Vittorio Sbardella, “er Pecora”, il ras romano della corrente andreottiana. Sbardella non aveva bisogno di appalti o clan: gli bastava la sua rete di sezioni, circoli, amministratori locali, un sistema di fedeltà personali che gli garantiva pacchetti di voti trasferibili come fossero quote di mercato. Era lui a decidere chi fare salire e chi scendere, chi premiare e chi punire. La preferenza era il suo strumento naturale: un termometro del potere interno, non della volontà degli elettori.
Al Nord il meccanismo non era diverso, solo più sobrio. In Veneto, per esempio, la Democrazia Cristiana aveva costruito negli anni un sistema di consenso territoriale che ruotava attorno a figure come Franco Frigo, leader doroteo padovano e poi presidente della Regione. Le ricostruzioni giornalistiche e le inchieste di Tangentopoli — da cui Frigo uscì senza condanne — descrivevano una rete fittissima di amministratori locali, cooperative, parrocchie, associazioni professionali, capace di orientare blocchi di preferenze in modo stabile e prevedibile. Non c’era il folklore meridionale, ma la logica era identica: la preferenza come strumento di misurazione del potere interno, non come espressione libera del cittadino.
È in questo contesto che va ricollocato il referendum del 9 giugno 1991 (il cui anniversario oramai è praticamente dimenticato pur essendo stato il Passo fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica). Mario Segni lo disse fin dal Manifesto dei 31: la preferenza unica serviva a colpire le cordate, quei pacchetti di voti incrociati che la preferenza plurima rendeva possibili. Poi il leader referendario fu colui per cui Giampaolo Pansa coniò la sua definizione più celebre: Segni era “come uno che ha perso il biglietto della lotteria proprio il giorno dell’estrazione”. Una frase ingenerosa, forse, ma che restituisce bene il clima di un Paese che stava cambiando pelle, tra il crollo del Muro e l’antivigilia di Tangentopoli. Ma quella è un’altra storia.
Capire invece questa di storia aiuta a smontare l’equazione tra preferenze e democrazia che oggi circola con tanta disinvoltura. La preferenza non misura il giudizio informato di un cittadino libero: misura la capacità organizzativa di chi controlla un bacino di voto. Nel 1987 poteva essere un capocorrente con il pugno chiuso su sezioni e amministrazioni; oggi può essere un sindaco radicato o un notabile con reti professionali capillari. Sono esattamente i profili che un partito ancora privo di apparato, come Futuro Nazionale, avrebbe interesse a valorizzare.
Il listino bloccato ha sostituito un potere verticale — quello del capocorrente territoriale — con un altro: quello della segreteria nazionale. Nessuno dei due restituisce sovranità piena al cittadino isolato. E aggiungere oggi le preferenze a un impianto che già prevede un premio al 42 per cento non corregge lo squilibrio: lo lascia identico, limitandosi a far rientrare in scena, sotto le insegne della partecipazione, gli stessi gestori di voti che il 1991 aveva provato a mandare in pensione.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Perché l’equivoco iniziale — l’idea che “più preferenze” significhi “più democrazia” — nasce proprio da questa rimozione della storia. Le preferenze non cambiano l’impianto della riforma, non toccano il premio, non riequilibrano il rapporto tra voti e seggi. Cambia solo la scenografia in cui si muovono gli attori. Ma dietro il palco si riaffacciano potenzialmente anche soggetti che speravamo davvero non si presentassero più oltre i confini di elezioni di tipo amministrativo.
Devi fare login per commentare
Accedi