Memoria e Futuro
Self control
Chi ha partecipato alle manifestazioni nei decenni scorsi dagli anni Settanta in poi ricorda una struttura oggi completamente scomparsa: i servizi d’ordine. Non erano polizia, non erano milizie organizzate nel senso legale del termine. Erano semplici militanti, riconoscibili da una fascia al braccio, che circolavano tra la folla con il compito di gestire l’interno della manifestazione, allontanare gli elementi più turbolenti, evitare che la protesta degenerasse in tafferugli incontrollati. Era un’autodisciplina collettiva, un’assunzione di responsabilità verso l’atto stesso del manifestare. Quella struttura incarnava un’idea: che chi scende in piazza ha il dovere di governarla, di mantenerla coesa, di proteggerla da infiltrazioni e violenti che operano in proprio.
Ma dietro quell’ordine c’era qualcosa di più profondo di un semplice meccanismo organizzativo. C’era una volontà psicologica oggi completamente estinta: la capacità di voler ignorare le provocazioni. Le manifestazioni degli anni Settanta erano ferocemente attraversate da provocatori—fascisti veri, infiltrati della polizia, agitatori di mestiere. Eppure esisteva una resistenza collettiva alla provocazione, una consapevolezza quasi stoica che non tutte le spinte emotive devono essere assecondate. Quando arrivava il fascista a provocare, quando la carica della celere sembrava imbattibile, la manifestazione aveva la forza di dire: non cadiamo. Non facciamo quello che vogliono. Non trasformiamo il nostro atto politico in una reazione alle loro provocazioni.
Oggi questa resistenza è evaporata, e non solo dalle piazze. È diventato un tratto psicologico generalizzato della società contemporanea: l’incapacità di non reagire. Non come virtù politica ma come patologia quotidiana. Guarda un qualunque scambio sui social, una discussione banale, e vedrai questo meccanismo all’opera: qualcuno scrive una cosa leggermente provocatoria, e immediatamente decine di persone non ritirano il colpo, non ignorano, non passano oltre. Invece interpretano la provocazione come un’occasione, un permesso quasi, per sfogare qualcosa che covava già sotto. La provocazione diventa l’innesco di una catarsi privata.
Questo accade sia a livello individuale che collettivo. Una persona normale, nel quotidiano, non attende altro che una scusa minima per esplodere. Non ha la capacità psicologica di lasciar passare, di ignorare, di controllarsi di fronte a uno stimolo esterno. E quando entra in una manifestazione, porta con sé questa fragilità psicologica amplificata. Il provocatore fascista dei Settanta era una cosa seria, strutturata, ideologica. Il provocatore di oggi è spesso virtuale, informe, ma funziona esattamente allo stesso modo: innesca una reazione che la gente già desiderava avere. Basta una bandiera sgradita.
I servizi d’ordine non erano quindi soltanto una struttura organizzativa. Erano anche—e forse soprattutto—l’espressione esterna di un autocontrollo collettivo, di una capacità di discernimento tra stimolo e risposta, di una presa di responsabilità comune. Dicevano: tu senti la spinta a reagire, è naturale, è umano, ma noi come collettivo diciamo no. Non lo faremo. Non daremo loro quello che vogliono. Questo richiedeva una forza psicologica enorme, una capacità di resistere non solo alla provocazione esterna ma alla propria pulsione interna.
Oggi quella forza è scomparsa. Non perché la gente sia diventata più violenta—semmai il contrario, formalmente. Ma perché ha perso la capacità di differenziare tra sentimento e azione, tra impulso e scelta politica consapevole. La provocazione non viene più riconosciuta e respinta come tale. Viene accolta come un invito, una giustificazione, quasi un diritto. “Mi è stato fatto arrabbiare, quindi ho il diritto di reagire.” Come se la reazione emotiva fosse già il fatto politico, dispensando dalla necessità di scegliere come manifestare quella rabbia.
Per questo i servizi d’ordine oggi non potrebbero nemmeno funzionare, anche se ricostituiti. Non potrebbero perché mancherebbe la base psicologica su cui poggiavano: una disponibilità minima a controllarsi, a differire la soddisfazione della propria rabbia, a riconoscere che esistono forme corrette e forme scorrette di esprimere il conflitto. Senza quella base psicologica, qualunque struttura organizzativa è carta. E quella base, purtroppo, non è una questione di organizzazione politica. È una questione di come siamo diventati come persone.
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