Memoria e Futuro

Ci vogliono tutti Giobbe (ma senza il lieto fine)

di Marco Di Salvo 9 Giugno 2026

C’è una parola che accomuna banche e ospedali nel lessico del nostro tempo: efficienza. Pronunciata con la stessa solennità con cui un tempo si invocava il progresso, l’efficienza ha funzionato da passepartout ideologico per giustificare decenni di riorganizzazioni, fusioni, accorpamenti e tagli. Il risultato è paradossale: i bilanci sono più robusti, i manager più celebrati, e i cittadini — pazienti o correntisti che siano — hanno imparato a fare a meno di servizi che un tempo consideravano acquisiti. L’unica virtù richiesta loro, in compenso, è cresciuta di pari passo con l’efficienza altrui: la pazienza.
Partiamo dalle banche, che offrono la casistica più nitida. Dai tremila istituti degli anni Trenta del secolo scorso, l’Italia è arrivata a poco più di cento banche, la proporzione più bassa rispetto alla cittadinanza di tutti i paesi europei. Ogni fusione è stata celebrata dalla stampa finanziaria come un salto evolutivo: le grandi aggregazioni del 2007-2008 — Intesa con Sanpaolo, Unicredit con Capitalia — hanno avuto il crisma dell’inevitabilità storica, raccontate come il compimento di una modernizzazione attesa. Peccato che in Italia quelle fusioni abbiano provocato una sensibile riduzione della concorrenza in molti mercati locali, con i due grandi gruppi diventati dominanti in più province. La concentrazione del potere bancario, presentata come efficienza di sistema, si è tradotta in oligopolio territoriale.
Eppure la lezione non è servita. In questi giorni i giornali economici sono tornati ad occuparsi del “risiko bancario” come si trattasse di una partita a scacchi di alto bordo: l’offerta di Intesa per Mps, che ha incorporato nel frattempo Mediobanca, Bper che ha appena completato la fusione con la Popolare di Sondrio, Unicredit che non ha mai chiuso definitivamente il dossier su Banco Bpm, e sullo sfondo le grandi famiglie — Del Vecchio, Caltagirone — presenti in tutti gli azionariati che contano, con BlackRock a fare da trait d’union trasversale. Solo nel biennio 2024-2025 i cinque grandi gruppi hanno registrato utili per oltre trenta miliardi di euro, distribuiti per il settanta per cento in dividendi agli azionisti. È da questa montagna di liquidità che nasce la nuova stagione di aggregazioni. I titoli dei giornali parlano di “sinergie”, “terzo polo”, “campioni nazionali”: un lessico che evoca grandezza e competitività europea. Nessuno si chiede quanti sportelli chiuderanno nella prossima tornata, e quanti bancari usciranno con il fondo di solidarietà. Ci si limita a stilare le classifiche come  se si trattasse di un campionato di calcio tra chi vince e chi perde; è tutto un “ha vinto questo”, “ha perso quell’altro”,”forse vincerà quell’altro se fa questa mossa”.
I numeri del periodo precedente sono già abbastanza eloquenti, e vengono sistematicamente sepolti sotto le valanghe di comunicati sugli utili record. Nel 2025, le prime cinque banche italiane hanno registrato un cost/income al 42%, decisamente inferiore alla media europea del 52,6%; nel frattempo, oltre 8.000 lavoratori hanno perso il posto, con un calo del 3,5% dell’organico, e 331 sportelli bancari sono stati chiusi. Non si tratta di fisiologia: alla fine del 2025 erano 4,73 milioni i residenti in territori completamente privi di sportelli bancari, con altri 6,49 milioni che vivono in comuni con un solo sportello, quindi a rischio di desertificazione imminente. “Sinergie di costo”: così i comunicati aziendali definiscono quello che per migliaia di anziani in un borgo del Sud significa un viaggio di quaranta chilometri per versare la pensione.
Il copione si ripete, con varianti lessicali, nella sanità. Qui il termine magico non è “fusione” ma “aziendalizzazione”, introdotta con il decreto legislativo 502 del 1992 e perfezionata nel corso degli anni Novanta. Le USL diventano ASL, i primari diventano direttori di unità operativa, i pazienti diventano utenti — e poi, nella retorica più recente, “clienti”. La logica è identica: razionalizzare, accorpare, misurare tutto con indicatori di performance. I risultati si leggono nei dati: nel 2000 i posti letto negli ospedali italiani erano 268.057; nel 2019 erano diventati 184.724, con un taglio del 32% in vent’anni e un rapporto di 3,1 posti ogni mille abitanti, contro i 7,94 della Germania.
La logica dell’accorpamento ospedaliero ricalca quella bancaria con impressionante fedeltà. In Lombardia, la tecnica preferita è stata fondere più ospedali in uno — come nel caso dei Santi Paolo e Carlo milanesi — efficace nel far passare un taglio radicale per un aumento dell’efficienza. Dal 2009 al 2017, il sistema sanitario nazionale ha perso 46.000 dipendenti, tra cui 8.000 medici e 13.000 infermieri. La pandemia ha mostrato il conto. Ma passata l’emergenza, il dibattito pubblico ha rapidamente dimenticato la lezione.
Anche qui, nei giorni in cui scriviamo, la cronaca offre un esempio istruttivo. La riforma della medicina territoriale voluta dal ministro Schillaci — che punta a far lavorare i medici di famiglia nelle Case di comunità costruite con i fondi del PNRR — si è arenata in uno scontro tutto interno alla maggioranza. Il sottosegretario Gemmato, uomo di Fratelli d’Italia e vicinissimo alla premier, ha lavorato nell’ombra per svuotarla: tiene ai farmacisti e ai medici privati, settori in cui ha avuto interessi personali diretti, e punta sulle “farmacie dei servizi” come alternativa al modello pubblico territoriale. La Lega ha espresso “forti dubbi”. Forza Italia ha difeso il medico di famiglia nella sua forma tradizionale. Il risultato è che a poche settimane dalla scadenza del Piano, le Case di comunità operative a pieno regime sono appena il quattro per cento del totale. Due miliardi di fondi europei investiti in strutture che rischiano di restare scatole vuote, senza medici e senza servizi, perché nessun attore politico ha voluto farsi nemiche le corporazioni interessate a mantenersi fuori da qualunque obbligo orario.
Banche e ospedali condividono dunque la stessa traiettoria: concentrazione al vertice, desertificazione alla base, celebrazione mediatica dei risultati finanziari e silenziosa erosione dei servizi alle persone. I manager vengono premiati con bonus proporzionali ai risparmi ottenuti; raramente qualcuno chiede se quei risparmi abbiano un costo sociale misurabile. La stampa racconta il “risiko bancario” come un gioco di potere avvincente, e il “riordino della rete ospedaliera” come razionalità tecnica. Sullo sfondo, chi non riesce ad aprire un conto in un comune senza sportelli, o chi aspetta diciotto mesi per una visita specialistica, impara la sola virtù che il sistema gli richiede: la pazienza. Una virtù a costo zero, almeno per chi non la pratica. Che costa però spesso vita e futuro a chi è costretto a farlo.

Ci vorrebbero tutti come Giobbe. C’è un’ultima ironia che però Giobbe non avrebbe saputo immaginare. Lui patì, resistette, e alla fine fu ricompensato: visse ancora centoquarant’anni, vide figli e nipoti, morì sazio di giorni. A noi la longevità la medicina moderna la sta concedendo davvero — campiamo più a lungo, sopravviviamo a malattie che un tempo erano sentenze. Ma quegli anni guadagnati li stiamo consumando in sala d’attesa, al telefono con i call center del CUP, a cercare uno sportello bancario aperto nel raggio di trenta chilometri, a reinserire il pin sul totem del self-service. La sanità ci allunga la vita. Il sistema si incarica di riempirla di code.

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