Memoria e Futuro

SimulacroX

di Marco Di Salvo 15 Giugno 2026

Chiedo scusa in anticipo per quella che potrà sembrare, a chi si prende la briga di leggere i miei articoli con frequenza, una ripetizione, ma occorre tornare su Jean Baudrillard. Non per intellettualismo né per il gusto della citazione colta, ma perché ogni giorno che passa, ogni mese che avanza, a me sembra che la realtà si stia trasformando con crescente fedeltà in uno zibaldone tratto da alcuni dei suoi libri. La conferma più lampante e insieme più inquietante è arrivata con il successo della quotazione in Borsa di SpaceX, anticipata il 20 maggio scorso da un documento che assomigliava meno a un prospetto per un’offerta pubblica iniziale e più a un romanzo di fantascienza — o forse a un testo religioso, per il tono con cui era scritto, per la solennità con cui enunciava verità rivelate anziché dati di bilancio.

La missione di SpaceX, recitava quel prospetto depositato al Nasdaq, è quella di “costruire i sistemi e le tecnologie necessari a rendere la vita multiplanetaria, a comprendere la vera natura dell’universo e a estendere la luce della coscienza verso le stelle.” Non si tratta di una dichiarazione visionaria scivolata per errore nell’introduzione: è la formulazione ufficiale della ragione sociale di un’azienda che chiedeva al mercato di valutarla come uno dei soggetti economici più preziosi della storia dell’umanità. Il prospetto aggiungeva che SpaceX intende “sfruttare il Sole per alimentare un’intelligenza artificiale alla ricerca della verità che faccia avanzare la scoperta scientifica, e in ultima analisi costruire una base sulla Luna e città su altri pianeti.” La prima frase del documento era una citazione di Elon Musk in persona: “Voglio svegliarmi la mattina e pensare che il futuro sarà grandioso — ed è questo che significa essere una civiltà capace di viaggiare nello spazio.”

Fin qui, potrebbe sembrare l’entusiasmo necessariamente visionario che da sempre accompagna le grandi avventure tecnologiche. Ma il prospetto non si fermava alla retorica. Tra le condizioni previste per il vesting — cioè per la maturazione dei pacchetti azionari dei dirigenti — figurava una clausola che non ha precedenti nella storia della finanza moderna: le azioni verranno assegnate solo dopo che SpaceX avrà stabilito “una colonia umana permanente su Marte con almeno un milione di abitanti.” Una condizione contrattuale legata alla colonizzazione di un altro pianeta. Inserita in un documento finanziario sottoposto alla supervisione della Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti. Sottoscritta da banche d’investimento che percepiscono commissioni a sette cifre per renderla vendibile. Un vero e proprio “pagherò a babbo morto”, una roba da venditori di medicine miracolose nei paesini del west o dell’entroterra siciliano nei secoli che furono, ma “controfirmata” come credibile dalle più importanti istituzioni creditizie degli Stati Uniti e non solo.

Partiamo allora dai numeri reali, perché i numeri in questo caso sono la cosa più surreale che si possa leggere in questo momento. Il rapporto prezzo/vendite delle grandi aziende tecnologiche americane con capitalizzazione superiore al trilione di dollari — che misura quante volte il mercato è disposto a pagare ogni dollaro di fatturato effettivo — è diventato la fotografia più onesta dell’abisso tra economia reale ed economia immaginata. SpaceX ha dichiarato ricavi consolidati per 4,694 miliardi di dollari nel solo primo trimestre 2026, con una perdita operativa di 1,943 miliardi. Al 31 marzo, l’azienda aveva accumulato un deficit complessivo di 41,3 miliardi di dollari, con una perdita netta di 4,27 miliardi nel solo primo trimestre dell’anno, contro i 528 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. I rossi crescono più veloci dei ricavi. Eppure l’azienda ha realizzato quella che viene già descritta come la più grande offerta pubblica iniziale della storia, raccogliendo oltre 25 miliardi di dollari da investitori che facevano la fila per partecipare.

È esattamente questo il punto in cui Jean Baudrillard smette di essere un filosofo e diventa oggi a rileggerlo un analista finanziario. In Simulacri e simulazione scriveva che il denaro è stato il primo grande simulacro dell’Occidente moderno: ha smesso di rappresentare l’oro, poi ha smesso di rappresentare le merci, infine ha smesso di rappresentare qualsiasi cosa tranne se stesso. I mercati finanziari contemporanei sono il compimento di quel processo. Il prospetto di SpaceX non vendeva un’azienda: vendeva un mito cosmologico securitizzato. La luce della coscienza estesa verso le stelle, tradotta in azioni ordinarie quotate al Nasdaq.

Tesla, che con SpaceX condivide l’azionista di controllo, ha toccato all’inizio di quest’anno un rapporto prezzo/utili di 378, mentre le vendite calavano del tre per cento. Nessun modello di analisi fondamentale produce quei numeri se alimentato con i dati reali dell’azienda. Esistono solo se si accetta che il mercato non stia comprando un’impresa: stia comprando una narrazione. Nel caso di SpaceX, la narrazione è letteralmente quella del destino dell’umanità — formulata in termini contrattuali, allegata a un documento SEC, e accettata senza battere ciglio da un mercato che ha smesso da tempo di chiedere il conto.

Baudrillard, in Lo scambio simbolico e la morte, definiva l’economia del segno puro come lo scambio non più tra valori d’uso ma tra significanti. Si compra il simbolo dell’innovazione, il simulacro del progresso, l’immagine della disruption. SpaceX ha fatto un passo ulteriore: ha trasformato la profezia escatologica — la sopravvivenza della specie, la colonizzazione di Marte, la luce della coscienza — in strumento finanziario negoziabile. Il futuro non è più una promessa: è un’asset class.

La differenza rispetto alla bolla dot-com del 2000 non è di grado ma di natura. Allora le valutazioni erano insensate perché le aziende non avevano ancora i ricavi. Oggi SpaceX i ricavi li ha, la tecnologia funziona, Starlink è un servizio reale con milioni di abbonati. Ma la valutazione eccede la realtà operativa in proporzioni che nessuna crescita ragionevole giustificherà mai retroattivamente — a meno che, appunto, non si stabilisca davvero una colonia umana su Marte con un milione di abitanti. Il sistema non sta scommettendo sul futuro di un’azienda: sta scommettendo sulla propria capacità di continuare a produrre simulacri di valore senza che nessuno esiga il confronto con la realtà.

Il paradosso finale è che tutto questo non viene percepito come follia. È percepito come normalità, anzi come inevitabilità, come il funzionamento naturale di mercati maturi e sofisticati. La follia, scriveva sempre Baudrillard, non è più distinguibile dalla ragione quando entrambe abitano lo stesso spazio del simulacro. Un documento legale che subordina i compensi dei dirigenti alla colonizzazione di Marte: la frase suona strana solo se conserviamo ancora il ricordo di un’economia in cui le parole e le cose avevano un rapporto non negoziabile. Quel ricordo si fa sempre più tenue. Il simulacro avanza. E ogni giorno che passa, ogni mese che avanza, ci accorgiamo che Baudrillard non stava scrivendo filosofia. Stava scrivendo un prospetto di quotazione.

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