Memoria e Futuro
Statista si diventa
A fine della settimana scorsa il quotidiano di proprietà del Comune di Teheran ha vestito Giorgia Meloni con la tuta arancione dei condannati e le ha messo accanto i leader europei con la stessa divisa sotto due foto leggermente più grandi e diverse di Trump e Netanyahu. Vale la pena però guardare meglio di chi si sta parlando prima di scandalizzarsi. Hamshahri ha tiratura alta, ma non è la voce ufficiale della Repubblica islamica: è un giornale municipale che la giunta di Teheran, guidata dal sindaco Alireza Zakani, ha trasformato nell’organo dell’ala più oscurantista del regime, ormai uno strumento in mano ai pasdaran per colpire nemici interni ed esterni. Non è l’agenzia di stato, non è l’ufficio della Guida Suprema: è, con le proporzioni del caso, come se Washington si stracciasse le vesti per una prima pagina di “Libero” contro Trump come quelle di qualche settimana fa. Il fatto che le cancellerie occidentali abbiano reagito come a un atto di guerra dice qualcosa sulla fame di nemici riconoscibili che attraversa questa fase, più che sulla reale autorevolezza istituzionale di chi ha pubblicato l’immagine.
E vale la pena guardare anche meglio l’immagine stessa, perché non tutti i detenuti sono uguali. Solo Trump e Netanyahu portano il mirino disegnato sulla fronte: loro la guerra l’hanno fatta per davvero, con i bombardieri e i raid. Gli altri leader, Meloni compresa, sono soltanto in tuta arancione, senza bersaglio: il loro unico reato è non essersi schierati apertamente contro Trump in un momento di guerra, essere rimasti, per usare un’immagine plastica, pesci in barile (di greggio), ambigui, non identificabili con nettezza né come complici né come oppositori. È una distinzione che il fotomontaggio stesso, involontariamente, mette a fuoco meglio di qualunque analisi: la colpa che si punisce qui non è aver fatto la guerra, è non aver scelto una parte con chiarezza sufficiente da meritare un trattamento diverso da chi la guerra l’ha combattuta sul serio.
Meloni è appunto uno di questi pesci in barile, e lo è per un metodo che ha coltivato in modo crescente da quando governa. Da leader di opposizione la sua cifra era la nettezza, quasi la spavalderia: schierarsi, dirlo, ripeterlo. Da presidente del Consiglio ha imparato invece a giocare molto di più sull’ambiguità italiana, quella che la sua stessa area politica ha spesso rimproverato ai governi precedenti come debolezza. Non è un tradimento delle proprie posizioni, è l’ingresso in una tradizione di governo che precede la sua area politica di un secolo e mezzo e che, va detto, quella stessa area politica ha talvolta interpretato peggio di chiunque altro.
Il non schierarsi mai fino in fondo, o schierarsi all’ultimo momento e per convenienza, è infatti una costante italiana antichissima. La Democrazia Cristiana ne ha fatto un’arte di governo: atlantismo dichiarato e mai del tutto praticato, equidistanza morotea tra i blocchi, l’abilità andreottiana di stare in ogni fotografia senza mai comparire nel titolo. Non era vigliaccheria, era un metodo, coerente con un paese che si è sempre percepito troppo debole per permettersi convinzioni salde e troppo esposto geograficamente per poter fare altrimenti.
Ma il precedente più istruttivo, visto che si parla di una premier che quella tradizione di destra rivendica (oggi sottotraccia ma sempre presente) come propria, riguarda proprio quell’area: lo “statista” Mussolini. Per esempio il 1940, quando dopo mesi di “non belligeranza” attendista scelse di entrare in guerra a fianco della Germania proprio nel momento in cui sembrava vincente, calcolo che si rivelò il più clamoroso errore di lettura della storia italiana del Novecento. Ma già prima eravamo attivi in questa specialità, vedi nel 1915, quando l’Italia uscì dalla Triplice Alleanza per firmare il Patto di Londra, in nome di quello che Salandra chiamò senza pudore “sacro egoismo”. In entrambi i casi la logica era la stessa: non contano i principi, conta chi sembra destinato a vincere, e ci si accoda al momento giusto. In entrambi i casi il calcolo si rivelò sbagliato, o comunque fu pagato a un prezzo altissimo. Il fascismo non inventò questo metodo, lo ereditò da un’Italia liberale abituata a guardare la bilancia europea prima di scegliere da che parte pesare, e lo portò alle estreme conseguenze.
Meloni non sta commettendo lo stesso errore: la sua linea “né complice né isolata” è probabilmente la più prudente possibile in un conflitto che l’Italia non ha alcun interesse a combattere. Ma la logica di fondo è identica a quella tradizione, comprese le sue derive peggiori e per questo possiamo iscrivere la leader di Fratelli d’Italia nel novero degli statisti nostrani. Ma il fotomontaggio di un giornale municipale in mano ai pasdaran, per quanto poco autorevole, dimostra che in un mondo di narrazioni tribali anche l’ambiguità che una volta era la fortuna dei governanti italiani viene arruolata d’ufficio in un fronte, senza offrire in cambio nessuna delle protezioni che dovrebbe garantire. Non aver scelto diventa una colpa sufficiente a finire nella lista di chi ha scelto, anche se a stilare la lista è la fazione più marginale e rumorosa di chi dovrebbe governare, non chi davvero governa.
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