Memoria e Futuro

Tra palco e realtà

di Marco Di Salvo 19 Ottobre 2026

Il commentatore italiano ha bisogno di un palco. Lo cerca il cronista che va in strada con il taccuino, lo cercano i giornalisti dei quotidiani, e lo cerca ancora di più chi giornalista non è: il professore di psicologia chiamato a dire la sua, il docente universitario a cui il giornale affida l’editoriale. Per tutti vale la stessa esigenza di ruoli ben definiti, qualcuno che chiede e qualcuno che risponde, una parte da condannare e una da difendere, un inizio e una fine. Dentro quella cornice la frase viene da sé, l’argomento si dispone, il pezzo si scrive quasi da solo. Tolta la cornice, il commentatore tentenna, si perde, non riesce più a mettere in ordine quel che vorrebbe dire, e si rifugia dove si rifugia sempre chi non sa che cosa dire: nelle frasi fatte, quelle che stanno bene su qualsiasi piazza e perciò non ne descrivono nessuna.

Sabato il palco c’era. A Milano erano più di cinquemila, in tredici città si rispondeva all’appello di «Italia in piazza»: carovita, benzina, tasse. Un corteo, un nome, una richiesta. Quando una parte di quella piazza ha cominciato a lanciare sassi, la risposta è stata quella che il copione prevede per i cortei: cariche, idranti, e solo a Milano quattrocentoottantaquattro lacrimogeni in una giornata. Chi lancia un sasso riceve un getto d’acqua. È un dialogo antico, e tutti ne sanno le battute. La mattina dopo, a piazza ancora fumante, il sindaco ha detto che per quel corteo gli agenti schierati erano pochi, il ministro ha risposto che era il solito riflesso di una sinistra radical chic, e la questione dell’ordine pubblico era già diventata materia da talk show.

Domenica non c’era più niente. Nessun corteo, nessuna richiesta, solo un appuntamento, pare dato via smartphone. Gruppetti di dieci o venti ragazzini incappucciati entravano in azione nello stesso momento in vie diverse, prendevano quel che trovavano e sparivano. Qualcuno regalava la merce a un senzatetto, qualcun altro si faceva fotografare davanti a un cestino in fiamme. Più di duecento accompagnati in questura, l’ottanta per cento minorenni, una decina di arresti. La polizia ha risposto di nuovo con idranti e lacrimogeni, ma una piazza che ha un fronte non somiglia a una che non ne ha. I ragazzini di domenica correvano più veloce dell’acqua.

La stampa di stamattina mostra la stessa fatica del commentatore di cui parlavamo all’inizio. Prima operazione: cucire il sabato alla domenica, come se la seconda giornata fosse la coda della prima, e farne un solo racconto di manifestazioni degenerate. Lo scrive perfino il Fatto, a metà articolo, che domenica non c’era nemmeno un corteo, ma il titolo parla già di un weekend di guerriglia. Seconda operazione: cercare l’interlocutore. Nella cronaca di Adnkronos si legge, con candore, che questi ragazzi non appartengono a gruppi noti e che non si sa con chi parlare. Qui sta il guaio. Senza qualcuno con cui parlare, chi commenta non sa più che cosa dire. La cauzione a carico degli organizzatori delle manifestazioni a rischio, rilanciata nel giorno in cui nessuna manifestazione c’era, è un monumento a questo smarrimento: una norma scritta per un palco e applicata a una piazza che il palco non l’ha mai avuto.
Terza operazione, le parole. Il Corriere apre con teppisti, e viene da sorridere, perché già il 2 ottobre 1977 l’Unità scriveva di bande di teppisti tra i cortei dei ragazzi. Sono passati quasi cinquant’anni e il vocabolario è preso dallo stesso cassetto. Il Giornale ripesca il sacco di Milano, maranza e immigrati. Repubblica sceglie la guerra dei ragazzini. Poi ciascuno estrae la propria carta dal mazzo. Per la destra la banlieue e la seconda generazione, per la sinistra il disagio e il carovita, per tutti la condanna senza se e senza ma, il manifestare che è un diritto e il devastare che non lo è, il chi rompe paga. Qualcuno liquida la “seconda generazione” ricordando i Moncler e i telefoni da millecinquecento euro. Qualcun altro osserva che la stessa Questura parla di italiani e stranieri, e che l’etichetta “razziale” (per non dire razzista) era arrivata nelle cronache prima dell’analisi dei documenti. Del resto il copione prevede sempre che l’etichetta arrivi prima, perché c’è n’è bisogno per ratificare la diversità da “noi”.
Nessuno, intanto, si domanda chi siano davvero. Adolescenti violenti, si dice, come se la violenza fosse una proprietà divenuta intrinseca dell’età. I presunti responsabili, per lo più, forse sono i fratelli minori di quelli che oggi hanno trenta o quarant’anni e da vent’anni campano di stage, collaborazioni e contratti a termine. Forse sono addirittura i figli di chi ancora arranca per mettere insieme uno stipendio tra un lavoretto e l’altro. Di certo vivono circondati da questi esempi, tutt’altro che desiderosi di replicarli.

Sabato chi voleva chiedere qualcosa aveva almeno qualcuno a cui rivolgersi. Domenica i ragazzini sono scesi a prendere senza chiedere, e forse in casa hanno imparato che chiedere non serve a niente e che comunque non c’è nessuno a cui chiedere.
La differenza è tutta qui, e basterebbe a spiegare perché i due giorni non si lasciano raccontare insieme. Sabato c’erano le richieste e le risposte, cioè la politica, e il commento sapeva cosa fare. Domenica c’erano ragazzini che non chiedevano niente, e a una piazza che non chiede niente non si può rispondere in nessun modo, nemmeno con un decreto. Si può solo arrivare dopo. Infatti il vertice a palazzo Chigi, le forze armate di Strade Sicure, il fermo preventivo per i minorenni arrivano tutti dopo, come quando si chiudono le porte a teatro a sipario già calato.
Ora le luci sono accese sul palco vuoto. I commentatori stanno ancora lì, il microfono in mano e la battuta pronta, a cercare un attore a cui chiedere un commento sulla performance. I ragazzini della domenica sono già a casa, a riguardare sul telefono i video di quel che hanno fatto e a contare le visualizzazioni.

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