Memoria e Futuro

Tutti giù per terra

di Marco Di Salvo 19 Giugno 2026

Lo so, a volte sono noioso. Ma ci sono momenti in cui a sentire e leggere cose di politica la noia e il fastidio che provo io tracimano e non posso fare altro che infastidire anche gli altri, in modo da provare ad illudermi di poter condividere la sofferenza. Di che parlo?

C’è una frase che da qualche anno circola indisturbata nei palazzi della politica italiana, nei corridoi ministeriali, nelle conferenze stampa, nelle aule parlamentari, nelle dirette social dei capigruppo e nei comunicati degli assessori comunali: mettere a terra. La pronunciano tutti. La pronunciano con la stessa serena sicurezza con cui un professionista usa il gergo del suo mestiere, come se stessero dicendo qualcosa di preciso, di tecnico, di ineludibile. La pronunciano da destra e da sinistra, dal governo e dall’opposizione, i ministri e i consiglieri regionali, i sindaci di capoluogo e gli assessori alla viabilità di borghi con quattrocento anime. Mettere a terra.

Il fenomeno è trasversale con una coerenza che farebbe invidia a qualsiasi progetto di unità nazionale. Il ministro che presenta il piano di riforme lo “mette a terra”. Il capogruppo di opposizione che ne smonta il contenuto spiega che lui, al suo posto, avrebbe messo a terra ben altro. Il presidente di regione mette a terra le risorse europee. Il consigliere comunale di minoranza accusa la giunta di non saper mettere a terra niente. L’assessore allo sviluppo economico di una provincia qualunque, in un comunicato stampa che nessuno leggerà, annuncia di essere pronto a mettere a terra le misure previste dal piano triennale. Il portavoce di un movimento che ha preso il tre per cento alle ultime elezioni garantisce che, in caso di vittoria, si metteranno finalmente a terra le proposte contenute nel programma. Perfino i candidati alle primarie di partito, figure che esistono per pochi giorni e poi scompaiono nell’oblio, trovano il tempo di mettere a terra qualcosa prima di dissolversi.

L’Accademia della Crusca, che di queste cose si occupa con pazienza benedettina, ha ricostruito l’origine dell’espressione: non viene dall’elettrotecnica, come si sarebbe tentati di pensare sentendola usare, e nemmeno dallo sport. Viene dal linguaggio dell’ingegneria automobilistica, dove indica la capacità di un pneumatico di trasferire potenza al suolo. Il politico italiano, quando dice che bisogna mettere a terra il progetto, sta inconsapevolmente evocando una gomma che aderisce all’asfalto. È un’immagine, bisogna ammetterlo, non del tutto inappropriata per descrivere una classe politica che spesso gira a vuoto, facendo finta di fare qualcosa.

È lecito sospettare, peraltro, che la stragrande maggioranza di coloro che usano l’espressione non abbia mai letto la scheda della Crusca e ignori del tutto la provenienza automobilistica. Nella testa di chi la pronuncia — e probabilmente nell’inconscio collettivo (“io non parlo così”, avrebbe detto Nanni Moretti) di chi ascolta senza protestare — mettere a terra evoca invece la presa di terra degli impianti elettrici: quel dispositivo di sicurezza che serve a scaricare le tensioni pericolose e a prevenire i cortocircuiti. Un’immagine, in apparenza, persino nobile: la politica come forza stabilizzatrice, come protezione, come messa in sicurezza del sistema. Il guaio è che il risultato è esattamente l’opposto. Ogni volta che un esponente politico pronuncia mettere a terra al posto di un verbo normale, non scarica nessuna tensione e non previene nessun cortocircuito: a me personalmente, lo provoca. Un cortocircuito linguistico, per la precisione — quello specifico blackout del pensiero che si verifica quando la formula sostituisce il ragionamento, quando la parola tecnica esonera dall’obbligo di spiegare cosa si intende fare davvero e come.

Il vero problema non è dunque l’origine della metafora, che in fondo è innocua. Il problema è l’automatismo con cui viene adoperata, la sua funzione di paravento, il modo in cui sostituisce il pensiero concreto con il simulacro (lo so anch’io abuso di parole che mi piacciono) del pensiero concreto. Quando si dice che bisogna mettere a terra le misure, si sta dicendo — in tre parole già consumate — che bisogna fare le cose. Ma il come rimane avvolto nella nebbia rassicurante della formula. La lingua della politica ha sempre avuto questa “virtù”: dare l’impressione di parlare di cose reali mentre si parla d’aria. Mettere a terra è l’ultima arrivata in una famiglia numerosa e prolifica, che comprende fare sistema, mettere a regime, mettere a fattore comune, mettere in campo, e naturalmente mettere la faccia. I politici italiani passano la vita a mettere cose — a terra, in campo, a sistema, a regime — e raramente si ha l’impressione che qualcosa si muova davvero.

C’è poi una questione di dignità della lingua. L’italiano è una delle grandi lingue letterarie d’Europa, capace di sfumature che l’inglese burocratico di Bruxelles — da cui questa e altre espressioni sono state importate e adottate con la fedeltà acritica del neofita che vuole sembrare esperto — non riesce nemmeno ad avvicinarsi. Al posto di realizzare, attuare, avviare, concretizzare — verbi belli, precisi, adulti — si è preferito il calco tecnocratico, mutuato da qualche documento della Commissione europea e irradiato verso il basso fino all’ultimo comunicato stampa del più oscuro sottosegretario di stato.

Il risultato è una lingua politica sempre più povera che si crede sempre più ricca, un gergo che suona impegnato e dice poco, una moneta falsa accettata da tutti perché nessuno si prende la briga di verificarla. Mettere a terra è diventato un tic, un riflesso condizionato, una prova di appartenenza alla tribù di coloro che sanno come funziona. Chi lo usa segnala agli interlocutori: sono un uomo pratico, conosco il territorio, so che le cose non si realizzano ma si mettono a terra. Nel frattempo, le cose — quelle vere, quelle che riguardano le persone — spesso rimangono dove sono.

Forse sarebbe il momento di smetterla di mettere le cose a terra e cominciare a farle. Ma questa, si sa, è una proposta radicale.

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