Cosa vi siete persi

Una rivoluzione di carta

di Marco Di Salvo 11 Luglio 2026

Negli ultimi dieci, quindici anni il fumetto è diventato l’archivio (neanche tanto) segreto di Hollywood, la miniera da cui si estraggono sceneggiature già pronte per il cinema e per le serie tv: dai supereroi Marvel e DC a graphic novel più oscure trasformate in show di prestigio, il flusso è ormai uno solo, dalla vignetta allo schermo. Questa storia va nella direzione opposta, ed è per questo che vale la pena raccontarla: qui non è un fumetto a diventare serie televisiva, ma una serie televisiva conclusa anzitempo a dover diventare, per necessità e non per scelta, un fumetto. Si chiama Revolution, ed è la storia di un flop, per giunta il flop di uno che ai tempi veniva considerato tutto tranne che un uomo capace di fallire.

Quell’uomo era J.J. Abrams, e nel 2012 il suo nome era già un marchio di fabbrica quasi infallibile: aveva inventato Felicity, portato al successo Alias, creato con Damon Lindelof quel fenomeno mondiale che fu Lost, sfornato Fringe, diretto il reboot di Star Trek e Super 8 con la benedizione di Spielberg. La stampa di settore lo chiamava già allora il nuovo re Mida di Hollywood: tutto quello che toccava, si diceva, si trasformava in oro, o quantomeno in ascolti. Quello che si tende a dimenticare, però, è che proprio nei mesi immediatamente precedenti a Revolution la sua sicurezza aveva cominciato a incrinarsi: Undercovers, la serie spionistica prodotta per la NBC nel 2010, era stata cancellata dopo tredici episodi; Alcatraz, il thriller di fantascienza del 2012 con protagonisti detenuti scomparsi nel 1963 e riapparsi intatti nel presente, era stato chiuso dopo una sola stagione. Revolution arrivava dunque a settembre 2012 come la scommessa che doveva rimettere in carreggiata la fama di infallibilità del produttore, questa volta con Eric Kripke, già creatore di Supernatural, come vero timoniere creativo della scrittura.

La premessa aveva un fascino quasi filosofico: un giorno qualunque, senza preavviso, l’elettricità smette di funzionare ovunque sul pianeta, per sempre. Non un blackout locale, ma la fine definitiva di ogni forma di energia, dai computer alle automobili, dai motori a reazione alle pile tascabili. Kripke, prima di girare, si era persino fatto consigliare da un fisico per rendere plausibile l’idea che l’elettricità potesse spegnersi su scala planetaria. La storia si apriva quindici anni dopo il collasso, nel 2027, in un’America tornata a un’organizzazione sociale precedente alla rivoluzione industriale, fatta di milizie armate che controllavano cibo e risorse al posto di un governo federale ormai leggenda. Il monologo con cui si apriva ogni episodio era quasi un manifesto politico travestito da fantascienza: vivevamo in un mondo elettrico, ci affidavamo alla corrente per tutto, e quando è mancata nessuno era pronto, la paura ha portato al panico, i governi sono collassati e le milizie hanno preso il controllo.

Al centro c’era la famiglia Matheson: Charlie, la sorella guerriera interpretata da Tracy Spiridakos, il fratello Danny rapito nel pilot, la madre Rachel, interpretata da Elizabeth Mitchell reduce proprio da Lost, e lo zio Miles, ex generale americano diventato mercenario, con Billy Burke a dargli un misto di cinismo e rimorso raro per una serie di rete generalista. Di fronte a loro, l’antagonista più riuscito dello show, Sebastian Monroe, capo di una repubblica militare che occupava buona parte del Midwest, affiancato da Tom Neville, ex assicuratore trasformato in generale spietato da Giancarlo Esposito, che portava sullo schermo la stessa capacità di rendere umana la ferocia già mostrata in Breaking Bad.

Il primo anno sembrò dare ragione ad Abrams: il pilot fece quasi dodici milioni di spettatori, il miglior debutto drammatico da tre anni a quella parte, e la NBC rinnovò rapidamente per una stagione intera. Ma dopo una lunga pausa natalizia che spezzò il ritmo della narrazione, gli ascolti iniziarono la discesa che avrebbe accompagnato la serie fino alla fine. La seconda stagione, spostata al mercoledì, perse progressivamente pubblico, scendendo sotto i cinque milioni di spettatori a episodio. Warner Bros provò a trattare un rinnovo, ma la NBC preferì puntare su Constantine, e il 9 maggio 2014 arrivò la cancellazione ufficiale, dopo due sole stagioni e quarantuno episodi. Una petizione dei fan raccolse oltre centomila firme per chiedere un ripensamento: non bastò. Per Abrams fu il terzo naufragio televisivo consecutivo in quattro anni, un dato che il mito del re Mida difficilmente riusciva ad assorbire.

La storia, rimasta sospesa a metà di un arco narrativo enorme, fu chiusa nel 2015 con un fumetto in quattro capitoli pubblicato da DC Comics, scritto dagli stessi Kripke e Abrams insieme al resto dello staff creativo: un epilogo di carta, appunto, per una serie che in televisione non aveva mai avuto la sua ultima parola, capovolgendo il flusso naturale delle cose. Resta, di Revolution, l’intuizione più che la realizzazione: quella di una civiltà sospesa nel vuoto sopra un’infrastruttura che dava per eterna, e che al primo cedimento precipita non nell’anarchia romantica ma in una geografia di piccoli poteri armati. Se avete voglia di recuperarla e farne un bingo watching estivo la trovate su Amazon (e il finale lo trovate online, cercando un po’).

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