Turismo

Accessibilità, la vera misura del turismo che funziona

Intervista a Marco Pizzio, esperto internazionale di turismo inclusivo

28 Aprile 2026

Alla Stazione Leopolda, il 22 aprile, dentro “Italia Insieme”, il turismo accessibile esce dalla retorica e prova a stare dentro la realtà. L’evento, promosso dal Ministro per le disabilità, mette insieme istituzioni, operatori, associazioni. Ma soprattutto mette in circolo una domanda che resta ancora scoperta: quanto siamo davvero pronti a considerare l’accessibilità come parte strutturale del sistema turistico?

La risposta, o meglio il tentativo di risposta, arriva da Marco Pizzio, responsabile nazionale turismo accessibile di AISM e figura di riferimento anche a livello internazionale per conto di ENAT. Il suo ragionamento non è lineare nel senso accademico del termine, è pieno, stratificato, torna sui concetti, restituendo bene la complessità del tema.

“L’accessibilità è un investimento strategico – dice. E si ferma lì un secondo, come a voler chiarire che non è uno slogan. Strategico perché tocca più livelli insieme: turismo, certo, ma anche, e soprattutto, qualità della vita. Perché nel momento in cui una destinazione diventa accessibile, non lo diventa per qualcuno. Lo diventa per tutti. Per chi arriva e per chi resta. Per il turista e per il residente.

Spesso si pensa che il turismo accessibile riguardi solo le persone con disabilità. Non è così. O meglio, non è solo così. Perché accanto alla disabilità – fisica, cognitiva, sensoriale – esiste un universo molto più ampio di bisogni di accessibilità, spesso temporanei, spesso invisibili. L’età che avanza, una difficoltà momentanea, una condizione non permanente. Ma anche esigenze alimentari, legate a patologie, a scelte personali o a precetti religiosi.

È un sistema di bisogni che attraversa tutti, insomma.

Ed è per questo che parlare di accessibilità significa, in fondo, parlare di normalità. Di progettazione fatta bene. Di servizi pensati dall’inizio per funzionare davvero.

Il problema è che questo approccio, oggi, non è ancora sistemico…

“Si. Ci sono territori più avanti e altri molto indietro – il riferimento è implicito ma chiaro. Alcune regioni hanno iniziato un percorso strutturato: la Liguria, ad esempio, che negli anni ha lavorato prima sulle spiagge e poi sull’ospitalità, allargando progressivamente il raggio d’azione, altre fanno ancora fatica anche solo a definire il tema”.

E allora cosa serve davvero?

“Non una rivoluzione immediata, ma un metodo – spiega. Bisogna capire cosa c’è – insiste Pizzio. Mappare, analizzare, costruire una fotografia reale. E poi pianificare. Non nel breve, ma nel medio e lungo periodo. Perché l’accessibilità non si improvvisa e non si risolve con un finanziamento una tantum. Serve coordinamento. Pubblico, privato, associazioni. E serve anche un cambio di mentalità. Perché finché l’accessibilità viene percepita come un’aggiunta, un costo, un adeguamento, resterà marginale. Se invece viene pensata fin dall’inizio, il costo è lo stesso. Cambia solo il risultato”.

E qui arriva uno dei passaggi più netti del suo intervento.

“Oggi parliamo ancora di turismo accessibile. Ma non dovremo farlo per sempre. È una fase di transizione, necessaria per costruire competenze e consapevolezza. Ma l’obiettivo è superarla. Arrivare a un punto in cui non ci sia più bisogno di distinguere tra turismo “accessibile” e turismo “tradizionale”.

L’esempio è semplice, quasi brutale nella sua efficacia: “È come vendere un’auto senza ruote. Non ha senso: l’accessibilità deve essere parte integrante del progetto, non un accessorio”.

Dentro questo percorso, il ruolo di AISM, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, si è trasformato profondamente. Non più solo accoglienza diretta – che pure resta, a partire dall’esperienza della casa vacanze di Lucignano – ma costruzione di un modello. Prima imparare, poi strutturare, infine trasferire.

AISM ha mappato strutture, spiagge, territori. Ha costruito itinerari accessibili. Ha creato un tour operator dedicato, Europe Without Barriers. Ha sviluppato progetti europei. E soprattutto ha iniziato a fare formazione, a portare queste competenze fuori dal perimetro dell’associazione, dentro le università, dentro le imprese, dentro le istituzioni.

“Una volta che impari, devi condividere”, è il senso di ciò che facciamo in AISM.

“E la condivisione passa anche da una dimensione internazionale sempre più forte. AISM è dentro European Network for Accessible Tourism, una rete europea che raccoglie buone pratiche, costruisce modelli, diffonde competenze. Ma anche dentro AccessibleEU, che spinge per un cambiamento culturale sull’accessibilità in senso ampio”.

Perché il punto, ancora una volta, è che l’accessibilità non è turismo.

È tecnologia. È digitale. È mobilità. “Se un treno è accessibile – osserva – lo è per tutti. Non solo per il turista“. È una questione di sistema, non di settore.

E questo sistema, lentamente, inizia a muoversi anche attraverso leve europee. Una su tutte: European Capital of Smart Tourism. Un riconoscimento che premia le città più avanzate su quattro pilastri, tra cui proprio l’accessibilità.

“Può sembrare un dettaglio. Ma non lo è – spiega ancora Pizzio”.

“Perché nel momento in cui l’accessibilità diventa criterio di valutazione, diventa anche leva competitiva. Le città investono, migliorano, si organizzano. Non solo per un ritorno sociale, ma anche economico”.

Ed è qui che il discorso si chiude, tornando al punto di partenza.

Essere accessibili non è solo un dovere etico. È un’opportunità economica. Di quelle significativamente importanti. Amplia il mercato, aumenta la capacità di accoglienza, rende una destinazione più attrattiva. Le persone con esigenze di accessibilità scelgono dove andare. E non viaggiano da sole. Ma con famiglie, amici, reti.

Alla fine, quello che emerge alla Leopolda è questo: l’accessibilità è già un fattore di sviluppo. Solo che non è ancora riconosciuta ovunque come tale.

E il lavoro che AISM sta portando avanti – dentro e fuori l’Italia – è proprio questo: spostare lo sguardo. Far uscire l’accessibilità dal recinto del “tema sociale” e portarla dentro il cuore delle politiche, dei servizi, delle imprese.

Non come eccezione. Ma come regola.
Non come aggiunta. Ma come progetto.

 

 

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