Moda

Il libro nero che rompe l’incantesimo dei cortigiani della moda

Con Torn: Fashion and Postmodernism, Eugene Rabkin ricostruisce la cultura che ha trasformato il design in merchandising e la critica in cronaca di corte. E spiega perché il sistema non sia mai stato tanto onnipresente proprio mentre si svuotava di idee.

23 Agosto 2026

Uno strano vociare si ode nei salotti della critica di moda in questo caldo agosto del 2026. E no, stavolta non dipende dalle scarpe
senza suola di Chanel, capaci di dividere il dibattito tra colpo di genio e sciagura per i piedi nudi sui sampietrini. Quelle scarpe – indossate da
Margaret Qualley alla prima londinese di The Dog Stars – hanno già ottenuto ciò che serviva: una fotografia, qualche risata, molte spiegazioni e l’immancabile difesa teorica a base di fuffa e supercazzole. A guastare davvero il design d’effetto, sebbene per ora si preferisca sussurrare, è un altro oggetto: un piccolo libro nero di circa centottanta pagine firmato da Eugene Rabkin.

Rabkin è giornalista, docente e critico di moda; ha scritto per Financial Times, The New York Times, The Business of Fashion, 032c e Air Mail. Nel 2006 ha fondato StyleZeitgeist, piattaforma indipendente cresciuta nel tempo fino a comprendere una rivista, un podcast e un’accademia. Alla Parsons School of Design ha insegnato critica e scrittura di moda, un accostamento che oggi suona quasi programmatico, vista l’abbondanza della seconda e la progressiva scomparsa della prima.

Nato in Unione Sovietica, arriva a New York a quindici anni per inseguire il tanto agognato sogno americano. Gli occorre un decennio
di vita senz’anima a Wall Street per scoprire — parole sue — che quel sogno faceva schifo. Lascia la finanza e comincia a scrivere di moda e cultura, un passaggio che racconta qualcosa in più di una semplice svolta professionale: Rabkin ha osservato da vicino una promessa ben confezionata, l’ha aperta e dentro ci ha trovato ben altro.

Conosce a fondo le sfilate, le maison e le varie liturgie che ne regolano i contesti. Li frequenta ancora, senza confondere la
vicinanza con la capacità di vedere, un esercizio meno elementare di quanto sembri. Nel tempo si è costruito una posizione dalla quale può ancora formulare un parere senza doverlo pettinare con gel, lacca e lustrini: abbastanza interna da comprendere il sistema e abbastanza indipendente da non assolverlo o dilaniarlo secondo convenienza. Nel settore della comunicazione di moda questo può essere considerato puro estremismo.

Da anni dice a voce alta ciò che il settore preferisce tacere o, al massimo, ammettere bisbigliando. Stavolta però ha deciso di mettere in ordine il come, il quando e soprattutto il perché. Il risultato è Torn: Fashion and Postmodernism, in uscita il 25 agosto per Zer0 Books, l’imprint fondato anche da Mark Fisher e nel cui catalogo apparve Capitalist Realism.

Fu la stessa casa editrice a chiedere a Rabkin il suo primo titolo interamente dedicato alla moda. Da attento lettore di Fisher, sapeva già dove guardare: da tempo cercava una causa capace di spiegare l’impoverimento creativo osservato negli ultimi venticinque anni, diventato ancora più evidente negli ultimi quindici, e la ricerca continuava a ricondurlo nello stesso luogo: il postmodernismo.

Torn non aggiunge un altro necrologio agli scaffali delle librerie, già affollati dalla morte del lusso, tema del quale anche il web è ormai saturo grazie al lavoro congiunto di critici improvvisati e analisti dell’ultima ora. Tenta semmai qualcosa di meno comodo e certamente più profondo: ricostruire la logica culturale che ha accompagnato la trasformazione della moda, indebolendo nel frattempo gli strumenti con cui avremmo dovuto giudicarla.

Il libro parte dall’inizio del XXI secolo in cui la moda è diventata culturalmente sempre più presente ma creativamente sempre più
povera. La si è vista entrare ovunque, dai musei alle università, fino alle piattaforme social e perfino nel linguaggio con cui la politica prova a
rendersi indossabile. Ha prodotto identità e immagini senza tregua, un agitazione che somiglia sempre più a un girovagare a vuoto. Conglomerati, trimestrali e rotazioni compulsive dei direttori creativi raccontano bene il funzionamento industriale della crisi, ma da soli non bastano a comprenderla. Rabkin cerca ciò che viene prima e scende negli abissi in cui la moda ha imparato a pensare — o forse a non pensare più — attraverso il postmodernismo.

UN movimento filosofico e culturale che ha aperto possibilità reali al settore e alla creatività, smontando le gerarchie del gusto, e mettendo in contatto linguaggi a lungo separati e contestando l’autorità di chi decideva cosa meritasse di diventare arte. Il problema è sorto quando questa libertà ha incontrato il mercato, che possiede un talento particolare nel trasformare ogni liberazione in formula commerciale. Il rifiuto dell’originalità ha reso così il riciclo una scelta intellettuale e il pastiche — una composizione costruita mescolando e imitando stili o elementi provenienti da epoche diverse — ha trasformato la storia in un campionario dal quale prelevare, anzi estrarre, liberamente.

Il volume ricostruisce la transizione dall’intensità teatrale di Alexander McQueen, dal modernismo di Helmut Lang e dal rigore
concettuale di Martin Margiela a un sistema dominato da corporation e celebrity. Rabkin chiama “merchificazione” questa trasformazione del design in merchandising griffato, in cui il valore si allontana dall’oggetto e si trasferisce nei segni costruiti intorno a esso. È lusso perché costa molto e costa molto perché è lusso. Il cerchio si chiude magnificamente per chi deve presentare i ricavi agli azionisti. Una manifestazione quasi perfetta arriva, paradossalmente, proprio in concomitanza con l’uscita del libro: le scarpe senza suola di Chanel.

Di fronte a un tallone rimasto letteralmente solo, la critica ha discusso per giorni se l’oggetto fosse bello, brutto, geniale o ridicolo; ne ha ricostruito i codici storici e rintracciato riferimenti d’archivio capaci di restituire profondità al vuoto. La macchina interpretativa ha dunque svolto esattamente il compito che il sistema si aspettava, producendo il significato necessario a mantenere il prodotto in circolazione.
In questo circuito persino considerare la moda antipatica fa parte del copione. Il cinismo provoca reazioni, la stroncatura genera attenzione e l’indignazione trattiene il brand dentro l’algoritmo. Discutere se una suola assente sia un capolavoro non disturba affatto l’ingranaggio, anzi gli offre lavoro gratuito.

La domanda fastidiosa arriva un momento prima: quando abbiamo cominciato ad attribuire un peso filosofico a una merce ancora prima di
domandarci che cosa ne fosse rimasto?

Con la stessa domanda Torn chiama in causa l’intero apparato che avrebbe dovuto riconoscere e denunciare la povertà
creativa del sistema: la critica, indebolendo totalmente la sua figura e struttura. Quando il giudizio viene ridotto a pura soggettività e ogni distinzione estetica bollata come imposizione elitaria, stabilire criteri condivisi diventa quasi un abuso.

Nel frattempo, però, anche il potere economico ha cambiato indirizzo. I marchi possiedono canali distributivi propri, raggiungono
direttamente milioni di persone e sostengono con gli investimenti pubblicitari, una parte importante dei media incaricati di valutarli. Se inviti, viaggi, interviste e accesso alle collezioni dipendono dalla benevolenza delle maison, la critica impara presto la grammatica della sopravvivenza, e si guarda bene dal rovesciare la tazzina dalla quale beve e, per eccesso di prudenza o di convenienza, finisce persino per recensire l’ottimo aroma del caffè.

L’impoverimento della moda e quello della sua critica appartengono dunque allo stesso processo. La moda ricompone riferimenti per
dare al passato l’aspetto del nuovo, mentre una parte della critica sovrappone concetti per conferire al racconto l’aspetto del pensiero. Sulla passerella arrivano il punk, Margiela e l’arte contemporanea, nella recensione compaiono Barthes, Benjamin e Bourdieu. Tutti puntuali, ma resta da capire perché siano stati invitati.

Ma perché vale la pena occuparsene, se in fondo si tratta soltanto di stabilire il prezzo di una gonna o l’altezza di un tacco? Perché la moda non è mai stata una questione di stracci, ma di potere. Dire la verità quindi significa rompere l’incantesimo, smettere di trattare il marketing come filosofia e i fatturati delle multinazionali come manifesti artistici. Se rinunciamo a esercitare il giudizio in nome dell’accesso e del quieto vivere, accettiamo che il mercato diventi l’unico arbitro del valore e che il futuro non debba più essere inventato, ma soltanto, se necessario, ricomprato a rate. Ed è questo che il libro vuole portare a comprendere. Pagine che non arrivano dal nulla ed appaiono mentre il modello di crescita del lusso mostra crepe sempre più visibili e anche una critica diversa – forse meno interessata – comincia a domandarsi se occupare il front row serva davvero a vedere meglio le collezioni in passerella.

Di fronte a un giudizio tanto tranciante sorge il dubbio più ovvio: non si corre il rischio di essere troppo severi? Di scambiare per cinismo industriale quella che, dopotutto, è la democrazia del gusto consegnataci dal postmoderno? L’abbattimento delle vecchie barriere ha indubbiamente permesso a culture storicamente escluse di occupare il centro della scena globale, mentre il citazionismo può ancora essere un dialogo colto con il proprio tempo.

La risposta di Rabkin — e il motivo per cui vale la pena seguirlo in questa durezza — è che la sua severità non nasce dal disprezzo, ma da una disperata forma d’amore per la moda. Essere spietati, oggi, è forse l’unico modo rimasto per rispettarla. Chi giustifica ogni felpa d’archivio e ogni tacco fantasma con un’elegante supercazzola teorica non sta proteggendo il settore, lo sta solo infantilizzando. Dire che il re è nudo — o che la scarpa è senza suola — significa restituire alla moda la dignità di una cosa seria, e di un linguaggio che merita lo stesso rigore riservato alla letteratura o alla politica.

Forse proprio perché l’abbiamo presa sul serio, molti di noi — Rabkin compreso — hanno cercato la propria epifania tra Il diavolo veste Prada, le illusioni di Sex and the City e la promessa che un abito potesse rappresentarci, emanciparci, perfino salvarci. Per lui il risveglio è arrivato tra i grattacieli di Wall Street; per noi, magari, davanti a una sfilata qualunque. In entrambi i casi è stato privo di lirismo. Nessun idillio infranto, nessun incubo dal quale fuggire, forse avevamo soltanto mangiato troppo pesante.

Ora che il malessere comincia a sollevare qualche domanda, non resta che aprire quel piccolo libro nero e leggerlo. Possibilmente prima che il sistema impari a citarlo senza aver bisogno di ascoltarlo.

 

foto copertina https://www.stylezeitgeist.com/torn-fashion-and-postmodernism-by-eugene-rabkin/

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