Milano
Trenta data center prima di una regia pubblica metropolitana
Decine di data center si sono insediati nell’area milanese prima che arrivasse una regia metropolitana. Il mercato ha visto la città metropolitana prima delle istituzioni. Ecco perché i grandi processi economici non possono essere governati Comune per Comune.
La questione dei data center sta ponendo a livello globale interrogativi simili, e tra questi quello di come sia stato possibile accorgersi così tardi della dimensione del fenomeno. Conviene quindi porsi le stesse domande a casa nostra, anche per capire se la questione assuma aspetti specifici. La ricerca del Politecnico sui data center nell’area milanese aiuta in proposito, pone una questione che va oltre i data center e spinge a chiedersi, ancora più che quanti siano, quanta energia consumino o quanto cresceranno nei prossimi anni, ma come diamine è stato possibile accorgersi così tardi di un fenomeno di queste dimensioni?
Nella Città metropolitana di Milano si sono installati, malcontati, più di trenta data center. Non uno o due, più di trenta, e altri sono in costruzione o in progetto. Come è possibile che si siano potute installare decine di infrastrutture della stessa natura e funzione in un territorio relativamente circoscritto prima che, nel 2025, la Città metropolitana arrivasse a dotarsi di uno strumento specificamente dedicato a governarne la localizzazione? Vale per trenta data center, ma varrebbe anche per trenta piscine, trenta centri commerciali o trenta parchi giochi. Quando un fenomeno si ripete decine di volte, non siamo più davanti a singole decisioni locali, siamo davanti a un processo territoriale di portata tra il grande e il gigantesco.
Eppure, nella fase in cui questa concentrazione prendeva forma, il fenomeno è stato sostanzialmente trattato come una somma di vicende comunali, e ogni amministrazione ha valutato il proprio insediamento, il proprio investimento, le proprie autorizzazioni, le proprie compensazioni. Anche se ciascun Comune avesse fatto perfettamente il proprio mestiere, il risultato sarebbe comunque inadeguato, perché nessun Comune, preso singolarmente, possiede la scala necessaria per governare un fenomeno di questo genere.
Chi, infatti, avrebbe dovuto chiedersi che cosa significasse concentrare in pochi anni decine di data center nella stessa area? Quale impatto complessivo avrebbero avuto sul consumo di suolo? Quale sulla domanda di energia elettrica e quindi sulle reti e sugli investimenti necessari per alimentarle? Quale sul consumo di acqua? Quale rapporto avrebbero avuto con gli altri usi produttivi del territorio? Quali effetti sui valori fondiari, sulla localizzazione delle attività, sull’ambiente, sulle infrastrutture? E soprattutto la solita domanda che vale per tutto, ossia qual è il numero, la dimensione e la localizzazione dei data center coerente con l’idea di sviluppo che abbiamo dell’area metropolitana milanese?
Sono domande alle quali non può rispondere un sindaco, se non eventualmente quello della città metropolitana, auguri, ma a cui occorre dare risposta.
Per questo la vicenda dei data center è forse la dimostrazione più lampante del fallimento del governo metropolitano dei grandi processi territoriali. Abbiamo costruito negli ultimi decenni una delle aree urbane più integrate d’Europa, dove il mercato del lavoro è metropolitano, la mobilità è metropolitana, il sistema delle imprese è metropolitano, le reti energetiche e digitali sono metropolitane, il mercato immobiliare è sempre più metropolitano e l’inquinamento ovviamente non conosce confini comunali. E oggi scopriamo che anche le grandi infrastrutture dell’economia digitale scelgono Milano non come somma di Comuni, ma come un unico spazio economico e territoriale.
Il mercato ha visto la città metropolitana prima delle istituzioni e quindi la questione diventa anche politica. Dove sono stati i partiti? Possibile che sindaci, sindache, assessori e assessore appartenenti alle stesse forze politiche, amministrando Comuni distanti pochi chilometri o contigui, non abbiano avuto un luogo nel quale mettere insieme ciò che stava accadendo? Possibile che nessuno abbia unito i puntini e abbia detto, attenzione, non stiamo autorizzando qualche nuovo capannone, sta nascendo una delle maggiori concentrazioni europee di infrastrutture digitali?
Se i partiti non sono riusciti a svolgere nemmeno questa funzione di connessione e compensazione, e persino di mera relazione, il problema istituzionale si aggrava e la sua soluzione si allontana. Perché dall’altra parte del tavolo non ci sono operatori locali, i venditori porta a porta, ci sono grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, multinazionali e investitori capaci di ragionare contemporaneamente su Milano, Francoforte, Parigi, Amsterdam o Madrid. Il grande mercato globale ha incontrato così, soprattutto nella prima fase, uno alla volta, piccoli Comuni, amministrazioni spesso competenti e volenterose, ma inadatte perché inevitabilmente dotate di risorse tecniche, informative e negoziali incomparabili con quelle dei soggetti che hanno di fronte. È la constatazione che alle amministrazioni è stato affidato un compito semplicemente impossibile.
La ricerca del Politecnico, allora, dovrebbe essere letta come qualcosa di più di uno studio sui data center perché è una radiografia dell’incapacità di governare alla scala alla quale ormai avvengono i processi economici. E ci obbliga a riprendere una discussione che abbiamo troppo a lungo considerato astratta, ossia l’esigenza cruciale di una gestione politica e istituzionale dei processi metropolitani, regionali e macroregionali.
Serve esattamente a questo, a vedere ciò che il singolo Comune non può vedere, a costruire conoscenza condivisa e strategia prima che i fenomeni siano compiuti, a stabilire criteri comuni, a valutare gli effetti cumulativi delle decisioni, a negoziare con i grandi operatori da una posizione di forza. A decidere, infine, che cosa occorre attrarre o respingere, dove e a quali condizioni.
Una regia, in effetti, sta arrivando, ma anche il coordinamento regionale e nazionale che si sta costruendo sembra molto più orientato a coordinare, attrarre e accelerare gli investimenti che a governarne gli effetti cumulativi sui territori. Ed è precisamente questa la differenza tra governare gli investimenti e governare lo sviluppo.
Perché se non governiamo noi la dimensione territoriale, questa non resterà vuota e, come abbiamo sperimentato nell’ultimo decennio, la governerà il mercato che, infatti, come ci spiega il caso dei data center, ha già cominciato a farlo.
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