Ciclismo
L’Eroica, la storia sui pedali*
Il raduno cicloturistico, che parte da Gaiole in Chianti e slalomeggia fra le strade bianche della campagna senese, rimane sospeso fra riscoperta dei luoghi, autenticità, turismo lento e globalizzazione
Nell’ottobre 1997, novantadue “cacciatori di sentimenti ed emozioni”, nelle parole dell’ideatore Giancarlo Brocci, si diedero appuntamento a Gaiole in Chianti per la prima edizione de “L’Eroica”, un raduno cicloturistico che utilizzava i classici topos della competizione (la fatica, la distanza, la salita), sottraendoli però alla stringente logica della prestazione e restituendo alla bicicletta la primigenia funzione di mezzo per attraversare il territorio.
Il primo week-end di ottobre, “L’Eroica” torna per la ventinovesima volta. Da una cinquantina di paesi sono arrivati 9.000 ciclisti, che per esserci hanno prenotato e pagato con mesi e mesi di anticipo. Saranno seguiti da una folta troupe della RAI, che trasmetterà la manifestazione in diretta, all’interno di un festival di quattro giorni che include mercati artigianali, ristorazione, merchandising e spettacoli vari. Ma com’è stato possibile che un evento pensato da un pugno di nostalgici del ciclismo d’antan, pur mossi dal lodevole intento di preservare lo straordinario patrimonio delle strade bianche, sia diventato un marchio mondiale con fatturati milionari e brand multinazionali?
Una possibile chiave interpretativa non può prescindere dalla singolare circolarità della storia della bicicletta, la cui essenza è al contempo arcaica e futuribile. Quando fu inventata, nella seconda metà dell’Ottocento, la bicicletta ruppe gli angusti confini degli spazi percorribili a piedi, democratizzò la mobilità individuale e dilatò il raggio degli spostamenti quotidiani delle persone comuni, non più dipendenti dalla disponibilità di un cavallo o di altri animali da trasporto, né dai limitati e costosi collegamenti dell’epoca.
Fu rivoluzionata la mobilità urbana e quella interurbana, nel quadro di un grande desiderio di libertà e movimento, collocato in un clima culturale che nutriva la fiducia nella capacità della scienza e della tecnica di scoprire, misurare e dominare la realtà. Ne derivò un’irrefrenabile smania di conoscenza ed esplorazione, come chiaramente illustrato dal clamoroso successo del romanzo di Jules Verne “Il giro del mondo in 80 giorni”, pubblicato nel 1872. Ma gli esseri umani non si limitarono a viaggiare con la fantasia: si avventurarono a piedi nell’Africa australe come David Livingstone, navigarono verso i poli come Luigi Amedeo di Savoia o James Clark Ross, sui pedali completarono il periplo del pianeta come Thomas Stevens e Annie Kapchovsky, oppure, come i coniugi Pennell, discesero l’Italia a bordo di un improbabile tandem a tre ruote in un’acrobatica riedizione del Grand Tour, il viaggio di formazione attraverso l’Europa che i giovani aristocratici britannici compivano fin dal XVII secolo. Nel nostro paese, il Touring Club nacque nel 1894 in seguito alla diffusione della bicicletta, il cui uso prometteva di portare benefici al corpo e alla mente mentre al contempo rivelava l’Italia agli italiani. Detto diversamente, le due ruote contribuirono a pieno titolo alla prima globalizzazione dell’umanità.
Un secolo dopo, con l’incrinarsi del primato dell’automobile, la bicicletta è stata recuperata per sanare alcuni effetti indesiderati della modernità e della mobilità individuale di cui era stata agli albori. Molte città imperniano sulla bicicletta la trasformazione delle modalità di spostamento urbano, ponendo le due ruote nel futuro ecologicamente sostenibile del trasporto cittadino [1]. La bicicletta è la speranza di un cambio di paradigma nella progettazione e realizzazione delle infrastrutture della circolazione, in sintonia con la nascente contestazione nei confronti delle conseguenze stranianti e omologanti della globalizzazione [2]. Letta così, la mobilità dolce delle bici d’epoca de “L’Eroica” promette pertanto di ricucire i tessuti locali lacerati dallo sviluppo industriale e dal turismo di massa: il mondo è diventato troppo uniforme e veloce, bisogna rallentare per riscoprire e valorizzare le differenze di ciascun ambito territoriale [3].
Niente di più auspicabile, se non fosse che la creatura di Brocci si arrischia come un imprudente funambolo su una corda sottilissima, tesa fra l’autenticità e la tipicità dei borghi, dei gusti e dei sapori (quasi obbligati sono i rimandi ossessivi alla tradizione enogastronomica del Chianti), e la scelta di salvaguardarli, vendendoli però (grazie alla globalizzazione) a chi arriva in Toscana alla ricerca di ciò che proprio la globalizzazione ha cancellato: il corto circuito è servito!
Il punto è che l’autenticità è un concetto sfuggente e controverso. Secondo l’idea più intuitiva, un oggetto, una pratica o una rappresentazione è autentica se corrisponde realmente all’originale, cioè se non è contraffatta, costruita artificialmente o modificata per il turista. Altri osserva che il turista cerca l’autentico in qualcosa che non è visto o visibile, che appartiene al “retroscena” della vita locale, che tuttavia può venire predisposto e organizzato in anticipo proprio per apparire autentico [4]; d’altra parte, la “messa in scena” non significa automaticamente che l’esperienza sia falsa o priva di qualunque autenticità (le strade bianche, i borghi, i filari di cipressi esistono davvero), che può persino essere esistenziale e soggettiva, sgorgare cioè dallo stato d’animo di chi la vive, a prescindere dal grado di “accomodamento” dell’evento [5]. Inoltre, chiedersi quanto può essere autentica una riscoperta guidata, selezionata e commercializzata, impone di tenere conto del fatto che i produttori di olio e vino e delle altre prelibatezze locali non fanno giustamente differenza tra i turisti che si spostano in bicicletta e quelli che scendono dai giganteschi pullman che solcano le stesse piste polverose della campagna senese.
Nel saggio Il selfie del mondo, Marco D’Eramo ha invece svelato il paradosso di ciò che è autentico e genuino nell’età del turismo, la contraddizione che ci costringe all’incessante inseguimento dell’irraggiungibile: l’autenticità per essere vissuta come autentica deve essere marcata come tale, ma il marchio è proprio ciò che ne decreta la violabilità e la contaminazione, sancendone l’irrimediabile scadimento a “prodotto”, e infine a merce fungibile [6].
In definitiva, coloro che cedono al fascino de “L’Eroica” e quelli che sbuffano e sudano sulle strade bianche – e chi scrive fa entusiasticamente parte di entrambe le categorie – meritano ogni augurio di poter continuare a farlo, senza tuttavia illudersi di scappare, per ciò stesso, dalla globalizzazione, ma con la piena consapevolezza di esercitare una resistenza che in realtà si muta in un prodotto turistico globale, perché la fuga dalla globalizzazione è essa stessa uno dei frutti della globalizzazione.
* Versione estesa di un articolo già uscito il 30 settembre 2026 su “La Nazione”, “Il Resto del Carlino” e “Il Giorno”
[1] AA.VV., Towards a cycling-friendly city: An updated review of the associations between built environment and cycling behaviors (2007–2017), in “Journal of Transport & Health”, 14, 2019
[2] Granata, E., Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo, Giunti, 2019
[3] Gilley, B.J., Cycling Nostalgia: Authenticity, Tourism and Social Critique in Tuscany, in “Sport in history”, 30 giugno 2014
[4] Wang, N., Rethinking authenticity in tourism experience, in “Annals of Tourism Research”, Vol. 26, n. 2, 1999
[5] Cohen, E., Authenticity and comodization in tourism, in “Annals of Tourism Research”, Vol. 15, 1988
[6] D’Eramo, M., Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo da Mark Twain al Covid-19, Feltrinelli, 2022
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