Olimpiadi
Olimpiadi Milano-Cortina, il “pacco” è servito: il Cio chiude i rubinetti e il buco da 310 milioni lo pagate voi
L’ultima mazzata arriva direttamente dal Comitato Olimpico Internazionale (Cio). Il messaggio spedito a Fondazione Milano-Cortina è di una chiarezza brutale: “Abbiamo già dato, ora arrangiatevi”
E dopo li lustro del medagliere arriva la resa dei conti con il CIO. E a pagare sarete voi
C’eravamo tanto illusi. O meglio, ci avevano tanto illuso. Ricordate le sfilate in passerella, i sorrisi a trentadue denti di politici in felpa e amministratori locali col tricolore a tracolla? “Le Olimpiadi a costo zero”, giuravano. “Un affare per l’Italia”, proclamavano dai palchi di Losanna mentre incassavano l’assegnazione dei Giochi invernali 2026. Bene, calpestate pure quei ricordi, perché la realtà è arrivata a presentare il conto, ed è un conto salatissimo che profuma di beffa colossale.
L’ultima mazzata arriva direttamente dal Comitato Olimpico Internazionale (Cio). Il messaggio spedito a Fondazione Milano-Cortina è di una chiarezza brutale: “Abbiamo già dato, ora arrangiatevi”. Tradotto dal diplomatichese olimpico: il deficit da 310 milioni di euro accumulato dalla macchina organizzativa non verrà coperto dai signori dei cinque cerchi. La clausola “chi rompe paga” si applica solo agli italiani: il buco sarà ripianato per metà dallo Stato e per l’altra metà dagli enti locali. Pantalone, insomma, è tornato in servizio permanente effettivo.
Il miraggio delle Olimpiadi a “costo zero”
Il capolavoro del disastro finanziario di MiCo (Milano-Cortina) è racchiuso in una forbice che si allarga come un cratere: costi che schizzano verso l’alto (+230 milioni rispetto alle stime) e ricavi che colano a picco (-80 milioni rispetto alle previsioni). Il risultato è un deficit a sei zeri che certifica il fallimento del modello basato esclusivamente su sponsor, biglietti e licenze.
Mentre il Cio si vanta di aver già garantito un sostegno “senza precedenti” (circa 925 milioni di dollari tra cash e servizi), i soci italiani, ossia Regioni Lombardia e Veneto, Province di Trento e Bolzano, Comuni di Milano e Cortina, si ritrovano con il cerino in mano. Il Veneto e il borgo ampezzano, che sognavano di cavarsela con 26 milioni, dovranno ora sborsarne almeno 39. Un balzo che pesa sulle casse pubbliche come un macigno, proprio mentre si tagliano servizi essenziali in nome dell’austerità.
Le “pezze d’appoggio” dello spreco olimpionico
Ma dove sono finiti questi soldi? I soci pubblici, colti da un improvviso (e tardivo) sussulto di rigore, hanno iniziato a chiedere le “pezze giustificative”. E quello che emerge è un catalogo dell’inefficienza all’italiana. Ci sono 164 milioni di “spese dirette” causate dai cronici ritardi nella consegna dei siti di gara (le famigerate venue), variazioni del masterplan decise in corsa e, manco a dirlo, i costi del personale di una struttura che si è gonfiata come un soufflé. Poi ci sono i 102 milioni per infrastrutture energetiche e telecomunicazioni, una voce lievitata perché qualcuno si è dimenticato di applicare le garanzie previste. Infine, la ciliegina sulla torta: 40 milioni di euro tra royalties non pagate a Coni e Cip e tasse (Irap) che qualcuno pensava forse di poter ignorare. E così le Olimpiadi si trasformano nel classico “pacco”.
La fuga del Cio: “Responsabilità vostra”
Il Cio, dall’alto del suo castello in Svizzera, osserva il disastro con distacco glaciale. Kirsty Coventry, la plenipotenziaria della commissione di coordinamento, ha respinto ogni richiesta di ulteriore contributo. La posizione di Losanna è netta: “La responsabilità del budget operativo spetta al Comitato organizzatore”. Punto. È il gioco del cerino: il Cio incassa la visibilità, i diritti tv e la gloria, mentre l’Italia incassa i debiti. È il paradosso delle “Olimpiadi diffuse”, vendute come il futuro della sostenibilità e rivelatesi un incubo logistico che ha moltiplicato i costi invece di abbatterli.
Un (brutto) film già visto
Non è la prima volta che il grande circo olimpico lascia dietro di sé macerie finanziarie. Da Atene a Rio, la storia è piena di stadi abbandonati e bilanci in rosso. Ma l’Italia, si sa, ha la memoria corta e la fame di grandi eventi lunga. Ora che la festa sta per iniziare, i cittadini scoprono che il biglietto d’ingresso lo hanno già pagato, e molto caro, attraverso le tasse.
Mentre i cantieri procedono a rilento e il paesaggio delle Dolomiti viene ferito da colate di cemento giustificate dall’urgenza, la Fondazione Milano-Cortina cerca disperatamente di far quadrare i conti. Ma con il no del Cio, la strada è segnata: il “modello italiano” si conferma per quello che è sempre stato. Un sistema dove i profitti sono (forse) privati, ma le perdite sono rigorosamente pubbliche.
I 310 milioni di deficit sono solo l’ultimo capitolo di una cronaca di un fallimento annunciato. Resta da capire se qualcuno, alla fine, chiederà scusa per aver promesso un evento che non sarebbe costato un euro ai contribuenti. La risposta, purtroppo, la conosciamo già: il silenzio dei colpevoli sarà coperto dal suono delle fanfare della cerimonia d’apertura. E a pagare, come sempre, sarete voi.
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