A.I.
Distruzione Creativa 2.0: cosa Schumpeter ci insegna sull’era dell’AI
Una breve riflessione a riguardo la teoria della Distruzione Creativa legata all’AI.
Poco più di 20 anni fa feci la mia tesi di laurea sulle teorie di Schumpeter, in piena “rivoluzione tecnologica” legata a internet e alla new economy. Oggi, approfondendo e lavorando nell’IT in piena trasformazione dovuta ad AI, Cloud, ML, ho ripreso quel filo e ho cercato di collegare l’economista austriaco all’attuale salto dell’equilibrio economico.
Nessun concetto economico, negli ultimi anni, è stato citato e frainteso quanto la “Distruzione Creativa”. Schumpeter la concepì nella prima metà del Novecento per descrivere un capitalismo lontano dall’equilibrio statico: un organismo vivente, scosso da cambiamenti periodici di innovazione, e questi cambiamenti non sono un’evoluzione lineare, ma un processo traumatico: nuove tecnologie, nuovi mercati, nuovi modelli industriali rivoluzionano la struttura economica dall’interno – distruggendo il vecchio equilibrio economico e creandone uno nuovo.
In questo schema, l’innovazione è la forza motrice che rompe il “flusso circolare” dell’economia per imporre un nuovo livello di equilibrio, più alto e più complesso.
Tuttavia, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale generativa e agentica ha posto agli economisti una domanda cruciale: la tempesta schumpeteriana di oggi sta distruggendo più di quanto riesca a creare, o siamo alla vigilia di una nuova età dell’oro della produttività?
I “Nuovi Schumpeteriani” e il bivio di Boston
Per rispondere a questo interrogativo, la teoria economica contemporanea ha dovuto aggiornare le intuizioni originali del professore austriaco. Una nuova scuola di pensiero, spesso definita dei “Nuovi Schumpeteriani” — guidata da accademici del MIT, di Harvard e di Stanford del calibro di Daron Acemoglu e Simon Johnson — ha ripreso il nucleo della distruzione creativa adattandolo ai “giorni nostri”.
La tesi centrale di questa evoluzione teorica ruota attorno a una distinzione fondamentale che Schumpeter non poteva prevedere: la differenza tra innovazione che sostituisce il lavoro e innovazione che lo reinterpreta. Nel saggio e nelle ricerche che hanno ridefinito il dibattito sulle politiche tecnologiche, gli economisti contemporanei dividono l’impatto dell’AI in due traiettorie ben distinte:
- L’Automazione Sostitutiva (o “So-so Innovation”)
Si verifica quando l’intelligenza artificiale viene utilizzata dai decisori aziendali con l’unico obiettivo di rimpiazzare l’uomo per svolgere gli stessi identici compiti, solo a un costo inferiore. È la visione puramente difensiva del bilancio e secondo i modelli matematici dei neo-schumpeteriani, questa focalizzazione sul mero taglio dei costi è una forma di “innovazione mediocre” (so-so innovation). Genera un picco illusorio di profitti nel brevissimo periodo, ma non produce una reale crescita della produttività sistemica, finendo per deprimere la domanda aggregata e distruggere competenze preziose senza sostituirle con nulla di nuovo.
- La Creazione di Nuovi Task (la vera “Distruzione Creativa”)
La vera via schumpeteriana si attiva invece quando l’AI non viene usata per fare le stesse cose con meno persone, ma per consentire alle persone di svolgere compiti prima tecnicamente o economicamente impossibili. Questo approccio non punta al risparmio, ma all’espansione del valore. L’algoritmo diventa un “moltiplicatore di capacità” che libera la forza lavoro dai compiti più standardizzati per proiettarla verso l’orchestrazione di processi complessi, la risoluzione di problemi inediti e la nascita di mercati che prima semplicemente non potevano esistere.
Il Nuovo Equilibrio tra Uomo e Algoritmo
Il contributo più prezioso dei Nuovi Schumpeteriani sta nell’aver dimostrato che la direzione del progresso tecnologico non è un destino cinetico e cieco, ma una scelta politica e manageriale. Se l’adozione dell’AI rimarrà confinata alla ricerca dell’efficienza microscopica del “cost-cutting”, la distruzione schumpeteriana prevarrà sulla creazione, portando a una stagnazione dei salari e a una polarizzazione sociale.
Se invece l’architettura dei sistemi economici incentiverà la nascita di nuovi task e l’iper-potenziamento delle capacità umane, assisteremo a quel salto di produttività. Il nuovo equilibrio macroeconomico non si troverà calcolando quanti posti di lavoro sono stati automatizzati, ma misurando quanto valore in più la cooperazione tra intelligenza umana e artificiale sarà stata in grado di generare.
La lezione di Schumpeter, aggiornata al panorama odierno, resta più valida che mai: per sopravvivere alla nuova rivoluzione industriale, non bisogna cercare di contenerla riducendo gli spazi, ma occorre costruire nuovi modelli di trasformazione dei processi, guardando oltre il breve termine e oltre il proprio mercato. L’innovazione tecnologica, come la “vecchia” New Economy deve rappresentare un opportunità di espansione per le imprese.

Bell’articolo, e la distinzione fra automazione sostitutiva e creazione di nuovi compiti è la più utile che si possa portare dentro un consiglio di amministrazione. Vengo dal settore delle macchine utensili e dell’automazione, e quella biforcazione l’ho vista affrontare molte volte, quasi sempre imboccando la prima strada.
È proprio lì che mi fermo. Lei scrive che la direzione del progresso tecnologico è una scelta politica e manageriale, e in linea di principio è vero. Ma nel singolo stabilimento quella scelta è molto meno libera di quanto sembri: se il concorrente sostituisce il lavoro umano e abbatte i costi, chi ha scelto di potenziare le persone rischia di trovarsi fuori mercato prima di aver raccolto i frutti. È una fallacia di composizione da manuale: ciò che è razionale per la singola impresa risulta rovinoso per l’insieme, e lei stesso lo dice quando osserva che l’automazione da puro taglio dei costi finisce per deprimere la domanda aggregata. Se la strada virtuosa non conviene a nessuno per primo, chiedere alle imprese di imboccarla difficilmente basterà: servirebbe qualcosa che cambi la convenienza, non solo la consapevolezza.
E c’è una seconda domanda che il quadro dei neo-schumpeteriani mi lascia aperta. Alla so-so innovation si rimprovera di sostituire il lavoro senza generare abbastanza produttività. Ma se l’innovazione riuscisse benissimo, la sostituzione sarebbe ancora maggiore: più valore prodotto e meno redditi da lavoro a distribuirlo. Il problema della domanda peggiorerebbe con il successo, non con la mediocrità. A meno che non arrivino puntuali i nuovi compiti di cui parlano i neo-schumpeteriani, e con essi i nuovi impieghi. Ma il loro arrivo è una regolarità osservata in passato, non una legge garantita per il futuro.
Lei lo sa meglio di me, avendoci fatto la tesi: Schumpeter non era affatto ottimista sul destino del capitalismo, e pensava che a metterlo in crisi sarebbe stato il suo stesso successo. Il meccanismo che aveva in mente era culturale e istituzionale, questo è più semplice e più aritmetico, ma l’esito paradossale può essere lo stesso.