Media

Vietare non è educare

Il vero nodo del dibattito sui social e i minori riguarda come educare in un ambiente che non si può semplicemente eliminare.

29 Luglio 2026

I romanzi corrompevano l’immaginazione, nell’Ottocento. Poi è toccato al cinema, alla televisione, ai videogiochi, a Internet.
Ogni generazione adulta ha avuto la sua minaccia da cui tenere lontani i più giovani. Oggi tocca ai social network.

Negli ultimi anni ansia, sintomi depressivi, disturbi del sonno e isolamento sociale sono entrati stabilmente nel dibattito pubblico e sono aumentate le richieste di supporto psicologico da parte dei più giovani.
Parallelamente, le piattaforme digitali hanno assunto un ruolo centrale nella vita quotidiana, alimentando l’impressione che tra i due fenomeni esista un rapporto di causa ed effetto.

Da qui una domanda che attraversa il confronto politico in molti Paesi: vietare l’accesso ai social network ai minori può rappresentare una risposta efficace per diminuire tali problematiche considerate correlate?

Proprio questa apparente semplicità dovrebbe indurci alla cautela.
Quando un problema coinvolge lo sviluppo psicologico, i modelli educativi, la tecnologia, il mercato digitale e le trasformazioni culturali di un’intera generazione, è difficile immaginare che possa essere risolto con un unico strumento normativo.
Discutiamo se vietare i social network ai minori, mentre dovremmo chiederci come accompagnare gli adolescenti nella costruzione di un rapporto sano con un ambiente che, piaccia o meno, è parte della loro quotidianità.

È la parola “ambiente” a cambiare radicalmente la prospettiva. Ancora troppo spesso i social network vengono considerati come un semplice strumento tecnologico, qualcosa di esterno rispetto alla vita delle persone mentre per milioni di adolescenti sono parte integrante della vita relazionale.
Le conversazioni iniziano in classe e proseguono su WhatsApp, i contatti si mantengono attraverso Instagram, le passioni si coltivano nelle comunità online e perfino le prime esperienze di partecipazione civile passano dalle piattaforme digitali e non perché il mondo virtuale abbia
sostituito quello reale, ma perché le due dimensioni si sono intrecciate.
Per molti ragazzi una chat, una partita online e un pomeriggio al parco appartengono allo stesso universo relazionale.
È questa trasformazione a rendere insufficiente discutere dei social come di un semplice strumento da accendere o spegnere.

Se i social network rappresentano ormai uno degli ambienti nei quali gli adolescenti costruiscono relazioni, sperimentano la propria identità e partecipano alla vita collettiva, allora la questione non può essere ridotta esclusivamente alla possibilità di entrarvi o meno.
Un ambiente non scompare perché se ne vieta l’accesso, casomai si rende più sicuro laddove possibile e si impara ad abitarlo.

E poi, che equilibrio vogliamo tra tutela, libertà, responsabilità ed educazione? E chi deve occuparsene? Le famiglie, la scuola, le istituzioni o le piattaforme stesse?

Prima di decidere come regolamentare l’accesso dei minori ai social network, è necessario chiedersi quale ruolo essi svolgano oggi nella costruzione dell’esperienza adolescenziale.
Erik Erikson la descriveva come il conflitto tra identità e confusione di ruolo, una tensione che si risolve solo nel confronto con gli altri.
Le relazioni tra pari sono uno dei principali motori dello sviluppo, poiché è nello sguardo degli altri che gli adolescenti sperimentano ruoli, ricevono riconoscimento, mettono alla prova convinzioni e costruiscono la propria identità.
Oggi questo processo continua nella famiglia, nella scuola, nello sport e nei tradizionali luoghi di aggregazione. Ma anche online.

Le tecnologie non hanno inventato il bisogno di appartenenza o di riconoscimento, hanno solo spostato dove quel bisogno trova spazio.
Negli ultimi anni una parte del dibattito pubblico ha presentato la relazione tra social media e salute mentale come se fosse definitivamente accertata mentre le evidenze scientifiche raccontano una realtà più complessa.
Nel 2023 l’American Psychological Association ha pubblicato l’Health Advisory on Social Media Use in Adolescence, uno dei documenti più autorevoli sul tema.
Gli effetti dei social media non sono uguali per tutti e dipendono dall’età, dalle caratteristiche individuali, dalla qualità delle relazioni familiari, dalla presenza di fragilità pregresse e dalle modalità di utilizzo delle piattaforme.
Le ricerche di Amy Orben, psicologa dell’Università di Cambridge e tra le principali studiose del rapporto tra tecnologie digitali e benessere psicologico, mostrano che attribuire ai social network la responsabilità esclusiva dell’aumento del disagio adolescenziale significa trascurare il peso dei fattori economici, familiari, scolastici e sociali, che interagiscono tra loro in modo molto più articolato.
Una posizione analoga è stata sostenuta anche da Candice Odgers, docente presso l’Università della California a Irvine: per molti adolescenti, in particolare quelli che vivono condizioni di isolamento, appartengono a minoranze o faticano a trovare spazi di riconoscimento nella vita
offline, gli ambienti digitali possono rappresentare una preziosa occasione di sostegno, condivisione e costruzione di reti sociali significative.

A maggio 2026 la stessa Odgers, insieme a Neff Lind e Schueller (UC Irvine), ha pubblicato su Frontiers in Developmental Psychology una revisione* che va oltre: nessuno studio sperimentale ha mai testato gli effetti di un divieto sui minori di 16 anni (il gruppo che i divieti dovrebbero proteggere) e i precedenti tentativi di vietare esperienze o sostanze ai ragazzi hanno più spesso eroso la fiducia con gli adulti che cambiato i comportamenti.

Sarebbe, d’altra parte, scorretto sostenere che i social network siano privi di rischi.
Cyberbullismo, disturbi del sonno, esposizione a contenuti dannosi, confronto sociale costante etc. Nei soggetti più vulnerabili, questi fattori possono peggiorare il benessere psicologico.
Ma a incidere non è l’esistenza delle piattaforme in sé, è come sono progettate e in che contesto vengono usate.

Se il problema riguarda anche e soprattutto il modo in cui gli ambienti digitali sono progettati, limitarsi a vietarne l’accesso significa affrontarne solo una parte. La questione diventa allora quale idea di educazione vogliamo adottare.
La prima affida agli adulti il compito di tenere i ragazzi lontani dai contesti ritenuti pericolosi il più a lungo possibile, la seconda concepisce l’educazione come la costruzione degli strumenti necessari per affrontare quei contesti con autonomia, senso critico e responsabilità.
Nessuna delle due prospettive nasce da cattive intenzioni, ma conduce a esiti diversi: imparare ad attraversare una strada significa conoscerne il pericolo, non fingere che non esista.
Vale lo stesso online. Educare non è mettere al riparo da ogni rischio, è insegnare a riconoscerlo, capirlo e affrontarlo.

Non c’è ragione di considerare il mondo digitale un’eccezione e proprio perché il problema è reale, merita una risposta all’altezza della sua complessità, così come l’allarme rispetto alla prevalenza di stati d’animo o risvolti comportamentali negativi nei ragazzi non è da considerarsi infondato, né le paure collettive devono essere liquidate con superficialità.

L’intersecarsi di questi diversi aspetti, però, significa anche che l’urgenza del problema non coincide con la semplicità della soluzione.

Le leggi sono strumenti indispensabili perché fissano limiti, tutelano diritti e attribuiscono responsabilità e sarebbe un errore contrapporle all’educazione.
Tuttavia, non è una norma che può impedire un comportamento e difficilmente può insegnare come agire quando il controllo viene meno.
E’ qui che si inserisce l’aspetto educativo, ammettendo onestamente che questa strada ha un prezzo in termini di tempo richiesto.

Le competenze, il senso critico, la capacità di orientarsi nel mondo non si impongono per decreto, ma si costruiscono nel tempo, con l’esempio, il dialogo, l’esperienza, la fiducia.
Vietando l’uso dei social fino ai 14, 15 o 16 anni tutto questo non si può apprendere.
Come posso responsabilizzare qualcuno all’uso di uno strumento se quello strumento è vietato?
Nessuno impara a gestire ciò che non gli è mai consentito conoscere.

La competenza nasce dall’esercizio guidato, non dall’assenza di esperienza. Se rinviamo ogni contatto con l’ambiente digitale fino al giorno in cui il divieto cessa, stiamo semplicemente spostando nel tempo il problema, non risolvendolo.
Se l’apprendimento viene rinviato fino alla fine del divieto, il primo contatto con i social rischia di avvenire proprio quando viene meno anche la protezione normativa.
È un paradosso educativo perché si pretende autonomia nel momento stesso in cui non la si è mai allenata.

Negli ultimi anni diversi Paesi hanno introdotto restrizioni sempre più incisive, e sono utili come cartina di tornasole di quanto detto finora. L’Australia ha applicato dal 10 dicembre 2025 il divieto di accesso ai principali social network per i minori di sedici anni, imponendo alle piattaforme di verificare l’età degli utenti: a pochi mesi dall’entrata in vigore, l’aggiramento tramite VPN e account falsi è già un problema noto.
La Francia ha appena approvato in via definitiva, il 21 luglio 2026, il divieto di iscrizione ai social per gli under 15 senza consenso dei genitori — prima in Europa a farlo, con entrata in vigore in due fasi tra settembre 2026 e gennaio 2027.
In Italia la proposta più avanzata è il ddl 1136, prima firmataria la senatrice Lavinia Mennuni (FdI), gemello alla Camera del testo di Marianna Madia (Pd): fissa a 15 anni l’età minima per aprire un account sui social e sulle piattaforme di video-sharing, dichiara nulli i contratti conclusi sotto quella soglia e affida la verifica dell’età a un mini-portafoglio digitale nazionale che attua la soluzione europea di age verification.

Sulla carta è un’intesa trasversale rara; nel merito, è lo stesso schema già visto altrove, con gli stessi problemi.
Il Garante per la protezione dei dati personali, in audizione parlamentare sul ddl, ha chiesto un sistema che eviti una “schedatura” massiva dei minori.
E un contratto dichiarato nullo non impedisce a un tredicenne di aprire comunque un account, al più, gli toglie valore legale a posteriori.
Del cuore della questione, ovvero come sono progettate le piattaforme, quali algoritmi le muovono, il ddl non si occupa, se non rimandando ad alcune linee guida AGCOM riservate, per ora, ai soli influencer minorenni.

In molti Paesi europei l’educazione ai media e al digitale è ormai parte integrante dei percorsi scolastici. La Finlandia è uno degli esempi più studiati a livello internazionale, dove la media literacy viene trattata come una competenza trasversale che accompagna gli studenti lungo tutto il percorso educativo.
L’obiettivo è sviluppare capacità di analisi critica, riconoscimento della disinformazione, comprensione dei meccanismi algoritmici,
consapevolezza di come funzionano le piattaforme.

Accanto alla scuola, un ruolo fondamentale spetta soprattutto alle famiglie, ruolo che lo Stato non può svolgere in loro sostituzione.

L’American Academy of Pediatrics e l’American Psychological Association sottolineano come le strategie più efficaci non coincidano con il controllo esclusivamente tecnologico, ma con quella che viene definita “active mediation”, ovvero parlare con i figli di ciò che vedono online, condividere alcuni momenti di utilizzo delle piattaforme, stabilire regole chiare e proporzionate all’età, mantenere aperto il dialogo anche quando emergono conflitti.

Non possiamo decidere se i nostri figli debbano vivere nel mondo digitale perché quel mondo esiste già.
La vera scelta riguarda il modo in cui intendiamo prepararli ad affrontarlo.
Possiamo continuare a considerare i social network come un territorio estraneo, dal quale difendersi il più a lungo possibile, oppure riconoscere che sono, ormai, uno degli spazi in cui si sviluppano relazioni, conflitti, opportunità, forme di partecipazione.

Alle istituzioni spetta certamente il compito di pretendere piattaforme più trasparenti, algoritmi più responsabili e strumenti di tutela realmente efficaci, alle famiglie e alla scuola spetta quello, ancora più impegnativo, di accompagnare i ragazzi nella costruzione di uno sguardo critico, di una responsabilità personale e della capacità di abitare il mondo, anche quello digitale, senza diventarne prigionieri.
Proteggere un adolescente non è tenerlo lontano dal mondo, è dargli gli strumenti per starci dentro.

 

 

* Va detto per trasparenza: Odgers siede anche nel comitato consultivo Youth and Families di YouTube, un dettaglio che qualche critico ha sollevato.

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