Consumi

Il diritto di divertirsi

Torna il Dottor Sistema, l’esperto che rende ragionevole l’assurdo. In questa nuova intervista spiega perché divertirsi, consumare e non fare domande sia diventato un dovere, mentre qualcun altro paga il conto della nostra serenità.

30 Agosto 2026

Intervistatore: Dottor Sistema, ho l’impressione che il sacrificio sia diventato una parola fuori moda.

Dottor Sistema: Non del tutto. Lo invochiamo ancora quando dobbiamo convincere qualcuno a lavorare di più o ad accontentarsi di meno. Abbiamo soltanto smesso di considerarlo un valore individuale.

Intervistatore: Perché oggi il messaggio è opposto: bisogna godersi la vita.

Dottor Sistema: Più che un messaggio, è un ottimo metodo di governo. Una persona impegnata a divertirsi trova raramente il tempo di domandarsi come sia organizzato il mondo.

Intervistatore: Non esageriamo. La leggerezza è necessaria. Nessuno può trascorrere ogni giornata pensando alle guerre, alla povertà, allo sfruttamento e alla crisi ambientale.

Dottor Sistema: Certamente. Ed è proprio partendo da questa esigenza umana che abbiamo costruito qualcosa di più utile: non una pausa dalle preoccupazioni, ma un’esistenza interamente protetta da esse.

Intervistatore: Una cosa è riposarsi dal peso della realtà; un’altra è fingere che quel peso non esista.

Dottor Sistema: Dal nostro punto di vista, la seconda soluzione è molto più stabile.

Non sempre le persone ignorano ciò che accade. Spesso intuiscono che qualcosa non funziona, ma preferiscono non approfondire. Comprendere davvero un’ingiustizia significa riconoscerne le vittime; riconoscerne le vittime conduce alla domanda più fastidiosa: che cosa potrei fare per cambiare le cose?

Intervistatore: E allora ci si ferma un momento prima della consapevolezza.

Dottor Sistema: Esatto. Se il problema resta confuso, nessuno può pretendere una soluzione.

Intervistatore: Ci sono persone che vivono così: tranquille, educate, magari anche gentili. Non sono necessariamente cattive. Semplicemente, non vogliono cambiare nulla che non le danneggi direttamente.

Dottor Sistema: Sono il nostro risultato migliore: persone perbene, purché il bene non richieda troppo tempo.

Intervistatore: A volte le invidio.

Dottor Sistema: Perché?

Intervistatore: Perché vivono serene. Escono, viaggiano, si divertono e non si tormentano cercando di capire che cosa non funzioni. Chi vuole cambiare le cose finisce spesso per sentirsi impotente, arrabbiato o fuori posto.

Dottor Sistema: La noncuranza offre serenità immediata. L’impegno offre soprattutto insonnia.

Intervistatore: Ma quella serenità ha un prezzo.

Dottor Sistema: Certamente. Il vantaggio è che lo paga qualcun altro.

Il divertimento diventa così qualcosa di più di un piacere: si trasforma in un modello sociale. Bisogna partire, acquistare, cambiare e mostrare agli altri quanto si è soddisfatti. Anche il riposo deve lasciare una traccia. Non basta essere felici; bisogna apparirlo.

Intervistatore: È un modello che agisce anche sull’identità. Alle donne, in particolare, viene continuamente richiesto di essere belle, desiderabili e visibili.

Dottor Sistema: Prima dicevamo loro di essere belle per gli uomini. Adesso diciamo che devono esserlo per sé stesse. Abbiamo conservato l’obbligo modernizzandone la pubblicità.

Intervistatore: L’emancipazione avrebbe dovuto liberarle dalla riduzione a oggetti. Il mercato, invece, riesce a vendere come liberazione perfino un nuovo obbligo estetico.

Dottor Sistema: E ora lo stiamo estendendo agli uomini. La parità, alla fine, arriverà: sarete tutti ugualmente insoddisfatti del vostro corpo.

Intervistatore: Eppure nessuno ci obbliga a consumare.

Dottor Sistema: No. Ci limitiamo a ricordarvi che meritate tutto e che, da qualche parte, qualcuno si sta divertendo più di voi. La scelta rimane liberamente vostra.

Intervistatore: Una libertà leggermente assistita.

Dottor Sistema: Preferiamo chiamarla libertà personalizzata.

Il mercato vende una successione infinita di promesse. Il prossimo viaggio, acquisto o riconoscimento dovrebbe renderci finalmente soddisfatti. La promessa, però, non può essere mantenuta fino in fondo: una persona veramente appagata potrebbe smettere di desiderare altro.

Intervistatore: Quindi il Sistema ha bisogno di individui liberi, ma mai completi.

Dottor Sistema: La completezza presenta seri problemi di crescita.

Intervistatore: È qui che nasce il “perché no?”. Se posso permettermi un’altra vacanza, un vestito o un’automobile, perché dovrei rinunciarvi?

Dottor Sistema: È la domanda ideale: rende irragionevole ogni limite.

Intervistatore: Ma possiamo rovesciarla: perché dovrei desiderare tutto ciò che posso permettermi?

Dottor Sistema: Questa è più pericolosa. Introduce un pensiero tra il desiderio e il pagamento.

Il sacrificio comincia proprio da quel pensiero. Non come ricerca della sofferenza, ma come capacità di riconoscere che qualcosa può essere più importante del vantaggio immediato: una persona, una comunità, una ricerca, un ideale o una generazione futura.

Intervistatore: Dobbiamo però distinguere il sacrificio scelto da quello imposto. Per secoli i più forti hanno chiesto ai più deboli di rinunciare per loro.

Dottor Sistema: Quando rinunciano i poveri, parliamo di responsabilità. Quando devono rinunciare i ricchi, parliamo di recessione.

Una parte importante del progresso umano è nata da persone capaci di guardare oltre il beneficio immediato. Studiosi, medici, scienziati, inventori, artisti e pensatori hanno dedicato anni a problemi che gli altri non vedevano, spesso sacrificando sicurezza, salute e serenità.

Intervistatore: E noi utilizziamo le loro conquiste come se fossero comparse spontaneamente. Vogliamo la medicina dimenticando la ricerca, la tecnologia senza gli anni di studio e i diritti senza ricordare chi ha lottato per conquistarli.

Dottor Sistema: Il progresso è più comodo quando cancella chi lo ha prodotto. Prima definiamo queste persone eccentriche, poi utilizziamo le loro idee e infine dedichiamo loro una commemorazione.

Intervistatore: Celebrare qualcuno è spesso il modo più elegante per non seguirne l’esempio.

Anche il sacrificio collettivo sembra appartenere a un mondo remoto. Durante la seconda guerra punica, nel 210 a.C., Roma si trovò con le finanze stremate. Secondo Livio, magistrati e senatori consegnarono ricchezze personali, dando l’esempio agli altri cittadini.

Intervistatore: La Roma repubblicana attribuiva un valore pubblico alla sobrietà e al dovere verso la comunità. È un’immagine molto diversa da quella della successiva Roma imperiale decadente, segnata da lusso, corruzione e interessi privati.

Dottor Sistema: Anche i Romani scoprirono che è più facile celebrare le antiche virtù che continuare a praticarle.

Intervistatore: È sempre accaduto che i forti trasferissero i sacrifici sui deboli. La contraddizione moderna è che continuiamo a farlo mentre ci definiamo liberi, democratici ed eguali.

Dottor Sistema: Le parole servono anche a rendere più presentabili le vecchie abitudini.

Intervistatore: Una civiltà, dunque, non decade perché si diverte.

Dottor Sistema: No. Decade quando non sa più per quale ragione valga la pena interrompere la festa.

Intervistatore: O quando preferisce non sapere chi, fuori dalla festa, ne stia pagando il conto.

Dottor Sistema: Ed è proprio questo il nostro capolavoro. Non abbiamo eliminato l’ingiustizia: l’abbiamo collocata abbastanza lontano da non rovinare la serata.

Dietro ogni oggetto esiste una storia materiale. Una camicia richiede tessuti, acqua, energia, lavoro e trasporti. Un telefono contiene minerali estratti in luoghi che spesso non sapremmo indicare su una carta geografica. Eppure vediamo soltanto il prodotto finito, pulito, luccicante e privo di passato.

Intervistatore: Il prezzo mi dice quanto costa a me, non quanto è costato al mondo.

Dottor Sistema: Sarebbe scomodo scrivere tutto sullo scontrino: “Una camicia, trenta euro, migliaia di litri d’acqua e una piccola porzione di coscienza”.

Intervistatore: Così possiamo sentirci innocenti perché non vediamo direttamente nessuno soffrire.

Dottor Sistema: La morale contemporanea funziona molto bene entro il raggio visivo. Se la vittima non entra nell’inquadratura, il consumatore può continuare a sorridere.

In fondo, non siamo così diversi dalla nobiltà riunita a Versailles mentre una parte della popolazione francese viveva nella miseria. La distanza tra la corte e il popolo permetteva di festeggiare senza vedere pienamente ciò che esisteva fuori dai cancelli.

Intervistatore: Oggi i cancelli sono diventati interi continenti. La fabbrica che produce i nostri vestiti, la miniera che alimenta i nostri telefoni e il territorio danneggiato dai nostri consumi possono trovarsi dall’altra parte del mondo.

Dottor Sistema: La globalizzazione ha separato con grande efficienza il consumo dalle sue conseguenze.

Intervistatore: È qui che torna Balzac. Nel Père Goriot scriveva che il segreto delle grandi fortune senza causa apparente è un crimine dimenticato, perché compiuto abbastanza bene da non essere più riconoscibile.

Dottor Sistema: La parola decisiva è “dimenticato”. Un sopruso visibile provoca scandalo; un sopruso incorporato nel normale funzionamento dell’economia diventa ricchezza.

Questo non significa che ogni persona benestante sia direttamente responsabile di un crimine. Significa però che il privilegio deve essere interrogato. I nostri redditi più elevati non dipendono soltanto dal merito individuale, ma anche dalle istituzioni, dalla posizione geografica e da rapporti economici internazionali che distribuiscono in modo diseguale vantaggi e costi.

Intervistatore: Il problema della superficialità è proprio questo: non voler ricostruire i collegamenti.

Dottor Sistema: Non vedere la fabbrica dietro la camicia, il lavoratore dietro il servizio e la fame dietro l’opulenza.

Intervistatore: Oppure ripetere: “Posso permettermelo, quindi perché no?”.

Dottor Sistema: La possibilità economica viene trasformata in assoluzione morale.

Ma le risorse sono scarse e ogni attività economica utilizza materia ed energia. Il secondo principio della termodinamica ricorda che nessuna trasformazione reale è perfettamente efficiente: ogni processo genera dispersione ed entropia. Non si può ricavare una morale direttamente dalla fisica, ma si può almeno comprendere che una crescita materiale illimitata e priva di conseguenze non esiste.

Intervistatore: La tecnologia può ridurre l’impatto della produzione.

Dottor Sistema: Certamente. E quando un oggetto consuma meno, tendiamo a produrne e utilizzarne molti di più, così il risparmio non si sente abbandonato.

Intervistatore: Quindi la tecnologia è indispensabile, ma non elimina il problema del limite.

Dottor Sistema: Purtroppo il limite è una soluzione difficile da vendere.

Inoltre, i costi non sono distribuiti in modo uniforme. Le fasce più ricche della popolazione mondiale producono una quota enormemente superiore delle emissioni legate ai consumi rispetto alla metà più povera. Eppure lo stile di vita dei privilegiati viene presentato come il traguardo verso cui dovrebbe tendere l’intera umanità.

Intervistatore: Promettiamo a tutti un modello che non potrebbe funzionare se fosse davvero accessibile a tutti.

Dottor Sistema: È una promessa perfetta: universale nella pubblicità, esclusiva nella realtà.

La stessa contraddizione emerge nel discorso sui migranti. Le società ricche importano materie prime, merci prodotte a basso costo e lavoratori quando sono necessari. Quando però le persone cercano di raggiungere i luoghi nei quali la ricchezza si concentra, improvvisamente si riscoprono i confini e la scarsità.

Intervistatore: Come se fosse legittimo accogliere il prodotto del loro lavoro, ma non la loro presenza.

Dottor Sistema: Le merci si integrano più facilmente: non chiedono casa, diritti o dignità.

Intervistatore: Naturalmente l’immigrazione deve essere governata con politiche serie. Ma parlare di “remigrazione” significa spesso difendere il privilegio escludendo chi vorrebbe parteciparvi, senza interrogarsi sulle disuguaglianze che lo hanno prodotto.

Dottor Sistema: Per consumare, le risorse sembrano infinite. Quando bisogna condividere, diventano improvvisamente scarsissime.

Per comprendere queste contraddizioni servirebbe cultura: non quella ornamentale utilizzata per citare filosofi durante una cena, ma quella capace di collegare azioni e conseguenze. Una democrazia autentica richiede cittadini informati, educati e capaci di pensiero critico.

Intervistatore: Mentre noi trasformiamo la politica in intrattenimento. Vincono gli slogan, i nemici facilmente riconoscibili e i giullari che raccolgono consensi sui social.

Dottor Sistema: Prima riduciamo l’attenzione a quindici secondi, poi chiediamo ai cittadini di scegliere il futuro del Paese. È importante rispettare la procedura.

Intervistatore: Abbiamo scritto capolavori sul pensiero libero, costruito costituzioni contro l’arbitrio e riconosciuto la dignità umana. Eppure rischiamo di conservare tutto questo come un monumento, senza applicarlo.

Dottor Sistema: Celebrare i grandi pensatori è più prudente che leggerli.

Intervistatore: Quindi il sacrificio non è scomparso. Lo compiono i lavoratori che non vediamo, le popolazioni che sostengono i costi del nostro benessere e le generazioni che erediteranno ciò che avremo consumato.

Dottor Sistema: La festa può continuare proprio perché qualcuno, fuori dall’inquadratura, sta pagando.

Intervistatore: Il vero sacrificio che ci viene richiesto, allora, non è rinunciare alla felicità. È rinunciare all’idea che la nostra felicità sia sempre innocente.

Dottor Sistema: Una conclusione molto seria.

Intervistatore: La disturba?

Dottor Sistema: No. Confido nel fatto che, arrivati fin qui, molti lettori abbiano già controllato Instagram.

Intervistatore: Dottor Sistema, resta una questione. Che cosa accade alle persone che vivono senza voler comprendere o cambiare nulla?

Dottor Sistema: Generalmente vivono bene, almeno finché riescono a tenersi occupate.

Intervistatore: È proprio questo che mi colpisce. Lavorano, consumano, viaggiano, si divertono. Sembrano tranquille e perfino soddisfatte. Non sono necessariamente cattive: semplicemente, nulla di ciò che accade fuori dalla loro vita le riguarda abbastanza da spingerle ad agire.

Dottor Sistema: È il diritto contemporaneo di fregarsene. Naturalmente lo chiamiamo “proteggere la propria serenità”.

Intervistatore: Nessuno può farsi carico di ogni sofferenza. Ma tra salvare il mondo e non voler cambiare assolutamente nulla esiste uno spazio enorme.

Dottor Sistema: Lo spazio della responsabilità. Un luogo scarsamente frequentato.

Questa logica entra anche nelle relazioni. La decisione giusta viene spesso identificata con quella che ci fa stare bene, senza domandarci se il nostro sollievo possa produrre dolore negli altri.

Intervistatore: Una scelta non diventa moralmente giusta soltanto perché migliora il nostro benessere.

Dottor Sistema: Sarebbe molto più semplice se ognuno fosse responsabile esclusivamente delle proprie emozioni.

Intervistatore: Ma le persone si influenzano, si legano e si feriscono. La nostra libertà non cancella le conseguenze delle nostre azioni.

Dottor Sistema: Il dolore altrui è una conseguenza. Il proprio benessere, invece, viene presentato come una priorità.

Intervistatore: È anche per questo che confondiamo la sensibilità con l’empatia. Una persona sensibile può commuoversi, soffrire e percepire intensamente le proprie emozioni, rimanendo però concentrata su sé stessa.

Dottor Sistema: Può sentire tutto senza preoccuparsi veramente di nessuno.

Intervistatore: L’empatia richiede uno sforzo ulteriore: tentare di sentire ciò che prova l’altro, soprattutto quando è scomodo e ci obbliga a mettere in discussione le nostre scelte.

Dottor Sistema: Capisco perché la sensibilità sia più popolare. Permette di sentirsi profondi senza dover uscire da sé stessi.

Una frase attribuita a José Martí afferma che ogni vero uomo dovrebbe sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato sulla guancia di un altro. È forse questa la misura minima dell’umanità: non provare tutto il dolore del mondo, cosa impossibile, ma non considerarlo completamente estraneo soltanto perché colpisce qualcun altro.

Intervistatore: Se lo schiaffo dato a un altro non ci raggiunge in alcun modo, che cosa rimane della nostra umanità?

Dottor Sistema: Rimane un individuo molto funzionale: consuma senza fare domande e dorme senza essere disturbato.

Intervistatore: Finché, però, non avverte il vuoto.

Dottor Sistema: Per questo gli offriamo continuamente nuove esperienze. Il vuoto va intrattenuto: se rimane in silenzio troppo a lungo, potrebbe cominciare a pensare. Si riempie il tempo senza costruire un significato. Quando affiora l’insoddisfazione, si cerca un altro viaggio, un’altra relazione o un altro acquisto. Ma nessun divertimento è sufficiente a colmare una vita priva di uno scopo che la oltrepassi.

Perfino la dimensione spirituale può essere svuotata. La fede, che potrebbe spingere a trasformare sé stessi, riconoscere l’altro e agire contro l’ingiustizia, diventa talvolta fanatismo, identità e obbedienza. Non apre verso il mondo: serve a sentirsi superiori a chi crede diversamente.

Intervistatore: In quel caso non riempie il vuoto. Lo difende.

Dottor Sistema: E gli fornisce anche una bandiera.

Intervistatore: Forse una vita fondata soltanto sul proprio benessere è destinata a rimanere vuota. Se ogni scelta deve farci stare bene e il dolore altrui resta sempre un problema altrui, non costruiamo una vita libera: costruiamo una vita senza legami.

Dottor Sistema: Però estremamente facile da amministrare.

Intervistatore: Il sacrificio, allora, non è il culto della sofferenza. È accettare che l’esistenza degli altri ponga qualche limite al nostro diritto di stare bene.

Dottor Sistema: Una conclusione impegnativa.

Intervistatore: La disturba?

Dottor Sistema: No. Confido nel fatto che, alla prossima notifica, quasi tutti avranno già dimenticato lo schiaffo.

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