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Criminalità

Caso Daphne Caruana Galizia, l’assoluzione di Yorgen Fenech e il fallimento del sistema Malta

L’assoluzione di Yorgen Fenech per l’omicidio di Daphne Caruana Galizia riapre il dibattito sulla giustizia a Malta. Tra l’appello dell’accusa, le criticità istituzionali e la tutela dei whistleblower, resta aperta la questione delle responsabilità

18 Ottobre 2026

L’assoluzione di Yorgen Fenech dalle accuse legate all’omicidio della giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia riapre una ferita che Malta non è riuscita a rimarginare in nove anni. Non è soltanto una questione giudiziaria: è il banco di prova della capacità delle istituzioni di proteggere chi indaga sulla corruzione, garantire la sicurezza delle fonti e accertare le responsabilità quando la criminalità incrocia il potere economico e politico.

A rilanciare il dibattito è Anna Myers, direttrice esecutiva della Whistleblowing International Network, che in un’intervista pubblicata il 18 ottobre da The Malta Independent ha definito il verdetto una «sconfitta del sistema che avrebbe dovuto funzionare». Il suo giudizio investe non soltanto l’esito del processo, ma anche l’efficacia degli apparati chiamati a garantire giustizia e protezione a giornalisti e informatori.

Il punto centrale è una contraddizione: mentre la giustizia penale ha individuato e condannato gli esecutori materiali dell’assassinio, non è ancora stata accertata in sede giudiziaria la responsabilità di chi avrebbe ordinato e finanziato il delitto. Una lacuna che pesa sulla credibilità delle istituzioni maltesi e sulla libertà d’informazione in Europa.

L’assoluzione di Yorgen Fenech: che cosa ha stabilito il processo

Il 2 settembre 2026, al termine di un dibattimento durato 55 giorni, una giuria maltese ha assolto Yorgen Fenech con otto voti contro uno dalle accuse di complicità nell’omicidio volontario di Daphne Caruana Galizia e di associazione criminale finalizzata al delitto. La giornalista era stata uccisa il 16 ottobre 2017 da un’autobomba nei pressi della propria abitazione a Bidnija.

L’accusa sosteneva che Fenech, imprenditore ed ex dirigente del gruppo Tumas, avesse commissionato e finanziato l’assassinio attraverso Melvin Theuma, intermediario che aveva messo in contatto i mandanti con gli esecutori. Theuma aveva dichiarato di aver ricevuto da Fenech il denaro destinato a pagare gli uomini incaricati di uccidere la giornalista.

La difesa ha contestato soprattutto l’attendibilità del testimone e la solidità della ricostruzione accusatoria. Nel corso del processo sono emerse contraddizioni, questioni relative alle registrazioni e interrogativi sulla gestione delle informazioni investigative. La giuria ha concluso che le accuse non erano state dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio.

È una distinzione essenziale: l’assoluzione deve essere rispettata e non autorizza a presentare Fenech come colpevole. Allo stesso tempo, non equivale all’accertamento di chi abbia effettivamente ordinato l’omicidio. La domanda sul mandante rimane aperta sul piano della responsabilità penale accertata.

L’appello dell’accusa e i nuovi interrogativi sulla giustizia maltese

La vicenda giudiziaria non si è tuttavia esaurita con il verdetto. Il 22 settembre 2026, secondo quanto riferito da MaltaToday, l’Attorney General ha presentato appello contro l’assoluzione, contestando specifiche decisioni processuali e la presunta applicazione errata di principi giuridici durante il dibattimento. La Corte d’appello penale potrà valutare le questioni sollevate nei limiti previsti dalla legge; fra gli esiti possibili, ricorrendone i presupposti, figura anche la celebrazione di un nuovo processo.

L’esistenza dell’appello non significa che l’assoluzione sia stata annullata, né anticipa il risultato del giudizio. Significa, però, che la controversia sulla gestione processuale del caso è entrata in una nuova fase.

Anche l’Institute of Maltese Journalists ha invitato a non considerare chiusa la vicenda. Nella dichiarazione diffusa il 2 settembre, l’organizzazione ha ribadito il rispetto dovuto alla decisione della giuria, sottolineando contemporaneamente la necessità di proseguire gli accertamenti su tutte le piste emerse durante il processo, comprese quelle riguardanti figure politiche di alto livello.

Il nodo, dunque, non consiste nel pretendere una condanna a ogni costo. Consiste nel verificare se ogni elemento rilevante sia stato esaminato con rigore, senza omissioni e senza che eventuali interferenze o carenze investigative impediscano di ricostruire integralmente la catena delle responsabilità.

L’inchiesta pubblica del 2021: le responsabilità dello Stato

Per comprendere la portata delle parole di Anna Myers bisogna tornare al rapporto dell’inchiesta pubblica maltese pubblicato il 29 luglio 2021. Il documento, composto da 437 pagine, concluse che lo Stato doveva assumersi la responsabilità istituzionale per aver mancato di riconoscere adeguatamente il rischio concreto e immediato per la vita della giornalista e di adottare misure ragionevolmente necessarie per proteggerla.

La commissione descrisse una cultura di impunità che aveva compromesso lo Stato di diritto, con criticità estese alle forze di polizia e agli organismi di controllo. Collegò inoltre il contesto dell’assassinio all’attività investigativa di Daphne, concentrata sulle relazioni tra interessi economici, amministrazione pubblica e politica.

Queste conclusioni non equivalgono a una sentenza penale che attribuisca allo Stato l’organizzazione materiale dell’omicidio. La commissione, infatti, non stabilì che lo Stato avesse partecipato direttamente all’assassinio. Individuò invece responsabilità istituzionali nella mancata prevenzione del rischio e nella creazione di un ambiente nel quale la giornalista era rimasta esposta.

È proprio questa differenza a rendere il rapporto ancora attuale. La questione non riguarda soltanto chi abbia materialmente collocato la bomba o chi abbia pagato gli esecutori. Riguarda anche le condizioni che possono consentire a chi detiene potere economico o politico di intimidire, isolare o delegittimare chi indaga.

Whistleblower e giornalisti: la protezione delle fonti è una questione democratica

Nel suo intervento del 18 ottobre, Myers ha allargato la prospettiva alla protezione degli informatori, i cosiddetti whistleblower. Le vicende di Daphne Caruana Galizia e del giornalista slovacco Ján Kuciak, assassinato nel febbraio 2018, contribuirono a rafforzare l’attenzione europea sulla sicurezza di chi denuncia corruzione e abusi. Questo contesto accompagnò il percorso che portò alla direttiva europea 2019/1937 sulla protezione delle persone che segnalano violazioni del diritto dell’Unione.

Ma avere una legge non significa necessariamente avere un sistema efficace. Chi dispone di informazioni riservate può temere il licenziamento, l’esclusione dal mercato, ritorsioni professionali o conseguenze personali. Se le istituzioni non offrono canali comprensibili, riservati e credibili, il costo della denuncia ricade sull’individuo, mentre il sistema che dovrebbe essere corretto resta intatto.

Myers ha richiamato anche il ruolo dei giornalisti: verificare le informazioni, proteggere le fonti e, quando possibile, riscontrare autonomamente le segnalazioni attraverso documenti pubblici e richieste di accesso agli atti. L’obiettivo è impedire che la sicurezza di un’inchiesta dipenda esclusivamente dalla possibilità di identificare chi ha deciso di parlare.

Il rapporto Repubblika: le fragilità della protezione degli informatori a Malta

Un elemento particolarmente significativo è arrivato il 16 ottobre 2026, quando l’organizzazione civile Repubblika ha presentato un rapporto dedicato all’efficacia della protezione dei whistleblower negli appalti pubblici e nell’integrità finanziaria. Il documento, elaborato nell’ambito del progetto europeo cofinanziato poWer, individua una serie di criticità operative nel sistema maltese.

La principale è la frammentazione delle competenze. Diverse istituzioni possono ricevere segnalazioni o intervenire su irregolarità negli appalti, corruzione e illeciti finanziari, ma il coordinamento tra gli organismi non risulta sufficientemente chiaro. Chi denuncia può quindi incontrare difficoltà nell’individuare l’autorità competente e comprendere quali tutele siano concretamente disponibili.

Il rapporto segnala inoltre l’assenza di statistiche pubbliche complete sulle segnalazioni ricevute, sulle indagini avviate, sui risultati conseguiti e sui rimedi riconosciuti a chi subisce ritorsioni. Evidenzia anche le difficoltà legate alla riservatezza, alla gestione delle denunce anonime e alla formazione degli operatori.

Il quadro che emerge è quello di una distanza fra le garanzie formalmente previste e la loro applicazione pratica. È proprio in questa distanza che la denuncia rischia di trasformarsi da strumento di controllo democratico in una scelta individuale ad alto rischio.

Nove anni dopo l’omicidio di Daphne, la questione è ancora aperta

Daphne Caruana Galizia è stata uccisa mentre indagava su interessi e relazioni che attraversavano il mondo degli affari e quello politico. Il suo assassinio ha provocato proteste, dimissioni ai vertici istituzionali e una lunga serie di procedimenti giudiziari. Eppure, nove anni dopo, la ricostruzione penale della responsabilità per l’esecuzione del delitto non coincide ancora con l’individuazione giudiziaria del mandante.

Le condanne degli esecutori materiali rappresentano risultati giudiziari concreti. L’assoluzione di Fenech, contestata dalla pubblica accusa attraverso l’appello, deve essere valutata nel rispetto delle garanzie processuali. Il rapporto del 2021 e le criticità evidenziate dal nuovo studio sui whistleblower pongono, su un piano distinto, interrogativi sulla capacità dello Stato di prevenire i rischi, proteggere chi segnala gli abusi e garantire controlli effettivi.

È in questo contesto che acquista significato la definizione di Myers: «fallimento del sistema». Non una dichiarazione di colpevolezza nei confronti di persone assolte, ma una critica alla capacità complessiva delle istituzioni di assicurare che le informazioni emergano, siano verificate e producano conseguenze quando i fatti lo giustificano.

La prova per Malta non sarà soltanto arrivare a una conclusione giudiziaria definitiva nei limiti della legge. Sarà dimostrare che nessuna inchiesta può essere neutralizzata dalla paura, che nessuna fonte deve essere lasciata sola e che nessuna relazione di potere può sottrarsi ai controlli previsti dall’ordinamento.

Perché la giustizia per Daphne non riguarda soltanto il passato. Riguarda la possibilità, oggi e domani, che un giornalista possa indagare sulla corruzione senza diventare un bersaglio e che chi conosce la verità possa raccontarla senza temere di pagarne il prezzo.

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