Criminalità
Collaboratori di giustizia, vacilla il sistema messo in piedi da Falcone: a rischio le collaborazioni future
L’avvocata Vania Giamporcaro denuncia il cortocircuito del reinserimento: le somme destinate a costruire una nuova vita possono essere aggredite per debiti pregressi. «Prima chiediamo al collaboratore di rompere con la mafia, poi gli togliamo gli strumenti per restarne fuori.
Da anni l’avvocata Vania Giamporcaro dedica una parte importante della propria attività professionale alla difesa dei collaboratori di giustizia, seguendoli anche nel momento più difficile, quello che comincia quando termina la protezione, finiscono le tutele speciali e bisogna provare a costruire una vita nuova. Li assiste sul piano giuridico e, per quanto possibile, cerca di sostenerli anche nel percorso di reinserimento, in quella terra di mezzo nella quale il passato continua a pesare e il futuro resta incerto.
È proprio osservando da vicino queste vicende che Giamporcaro ha maturato una convinzione netta: «Il futuro degli ex collaboratori di giustizia, e con esso la stessa credibilità della collaborazione con lo Stato, è a rischio».
Avvocata Giamporcaro, proviamo a mettere ordine. Quando un collaboratore esce dal programma di protezione, lo Stato considera davvero concluso il proprio dovere oppure gli lascia addosso, senza strumenti per affrontarlo, tutto il peso della sua vita precedente?
Accade che una pratica amministrativa possa considerarsi conclusa, ma la vita di quella persona continua. Il collaboratore non torna improvvisamente a essere un cittadino “normale”: rimane segnato dal proprio passato, non dispone più delle tutele di sicurezza attiva e deve affrontare una quotidianità nella quale continuano a pesare le conseguenze delle scelte compiute prima e durante la collaborazione, insieme a un’ostilità sociale che spesso lo accompagna su ogni fronte.
Insomma, non si esce dalla protezione con una fedina penale cancellata. Quanto pesa tutto questo?
Pesa come un macigno, perché il collaboratore rimane una persona con condanne e precedenti e spesso senza neppure la possibilità di tornare nel territorio dal quale è stato allontanato. La collaborazione con la giustizia non comporta la cancellazione della fedina penale ed è anche per questo che, per un ex collaboratore con precedenti per reati gravi, la strada verso una vita normale può diventare quasi impraticabile. Ma potrei fare altri esempi.
Li faccia. Così capiamo meglio la questione.
Giamporcaro accenna un sorriso, dura appena un istante. Poi torna seria.
Trovare qualcuno disposto ad affittargli una casa senza garanzie è complicatissimo, così come ottenere un finanziamento da una banca, e a tutto questo si aggiunge, nella maggior parte dei casi, l’assenza di una rete familiare di sostegno, perché la scelta di collaborare ha spesso imposto la rottura dei rapporti con l’ambiente di provenienza.
E così finisce per restare fuori anche dai normali strumenti di sostegno?
Viene escluso da quasi tutto. Le normali misure di welfare e le politiche attive del lavoro non sono costruite sulle esigenze specifiche di chi ha trascorso anni sotto protezione, vivendo nell’anonimato, e porta con sé condanne per reati gravi. Per queste persone il reinserimento lavorativo ordinario rischia di trasformarsi in un’illusione. Ed è proprio per questo che la misura straordinaria prevista dalla legislazione sulla protezione diventa, spesso, l’unica vera possibilità di ricominciare.
Sulla carta esiste, quindi, una misura pensata proprio per consentirgli di ripartire. Nella realtà che cosa accade?
Nella realtà accade che, quando finalmente arriva la capitalizzazione, cioè la somma che dovrebbe permettere al collaboratore di ricostruire la propria esistenza, quelle stesse somme possono essere aggredite per debiti maturati nel passato.
Una specie di cortocircuito.
Lo definirei un paradosso inaccettabile, perché prima gli chiediamo di spezzare ogni legame con il mondo criminale e poi rischiamo di sottrargli uno degli strumenti principali per riuscire a restarne fuori.
Può spiegare meglio questo passaggio?
Guardi, è come se lo Stato finisse per assumere le sembianze di un moderno Giano bifronte.
Cioè?
Nella mitologia romana Giano aveva due volti, uno rivolto al passato e l’altro al futuro, ed era il dio dei passaggi, delle soglie e dei nuovi inizi. Trasportando quell’immagine dentro questa vicenda, la contraddizione appare evidente: con una mano lo Stato riconosce ed eroga provvidenze destinate al reinserimento e alla tutela della persona, cercando di accompagnare il collaboratore verso una vita nuova; con l’altra rischia di riprendersi quelle stesse somme attraverso pignoramenti legati a cartelle esattoriali, spese di giustizia e debiti maturati nella vita precedente. Il risultato è un sistema che guarda contemporaneamente in due direzioni: verso il futuro che promette al collaboratore e verso il passato dal quale gli ha chiesto di allontanarsi, ma che continua a presentargli il conto.
Ma in questo modo…
Svuotiamo di significato il patto di legalità assunto nel momento in cui il collaboratore aderisce al programma di protezione.
Spieghiamo però un punto importante: la capitalizzazione, cioè il denaro che lo Stato riconosce al collaboratore al termine del percorso, non è un premio.
Esatto, questo va chiarito con forza. La capitalizzazione non è un premio e non è un regalo dello Stato. È la liquidazione anticipata, in un’unica soluzione, del sostegno economico necessario per consentire alla persona di raggiungere una propria autonomia una volta terminato il programma. Serve, per esempio, a pagare la caparra per una casa, ad acquistare le attrezzature necessarie per avviare una piccola attività, a garantire il sostentamento della famiglia o le cure mediche dei familiari, che in alcuni casi sono figli minori o persone con disabilità. Parliamo quindi di somme con una precisa funzione assistenziale e di reinserimento sociale.
Lei ha seguito e segue persone che, proprio a causa del blocco o della riduzione di quelle somme, si sono ritrovate senza alternative concrete. Che cosa accade il giorno dopo a una persona che non ha più liquidità e che, nello stesso tempo, continua a non poter rientrare nel proprio territorio di origine?
Accade la tragedia. Ho visto persone ritrovarsi letteralmente sulla strada dall’oggi al domani. Un ex collaboratore che non ha una casa, un lavoro o disponibilità economiche e che, per ragioni di sicurezza, non può tornare nel proprio comune d’origine, rischia di trovarsi improvvisamente abbandonato.
Ed è facile intuire quale possa essere, a quel punto, la conseguenza più pericolosa.
Il ritorno verso quel mondo dal quale lo Stato lo aveva allontanato. Un ritorno dettato dalla disperazione, dalla consapevolezza di non riuscire più a mantenere la propria famiglia e dall’assenza di alternative concrete. Quella persona può essere spinta proprio verso ciò che il programma di protezione avrebbe dovuto evitare: tornare nella località di origine, magari perché lì c’è ancora un familiare disposto a offrirgli un pasto, un letto o un aiuto per sopravvivere. E nel momento in cui questo accade viene meno anche una parte essenziale della sicurezza che lo Stato aveva costruito attorno al collaboratore, perché l’uomo finisce per essere ricondotto esattamente nel territorio e nell’ambiente dai quali era stato necessario sottrarlo.
Quando parliamo di pignoramenti, quali debiti entrano in gioco? Soltanto debiti fiscali ordinari oppure anche spese processuali, sanzioni, costi legati alla detenzione e interessi accumulati nel corso degli anni?
Le procedure possono riguardare diversi crediti iscritti a ruolo: vecchi tributi erariali, sanzioni pecuniarie, spese di giustizia e anche somme maturate durante gli anni di detenzione. Debiti che, con il tempo, possono aumentare enormemente per effetto di sanzioni e interessi. In alcuni casi si arriva a cifre talmente elevate che una normale rateizzazione diventa materialmente insostenibile. Penso, per esempio, anche ai rilevanti debiti legati al Fondo di rivalsa Consap. Per alcuni collaboratori si parla di somme che possono raggiungere livelli tali che non basterebbero numerose capitalizzazioni per estinguerle.
E qui nasce una questione politica prima ancora che giuridica. Fino a che punto è ragionevole recuperare quelle somme da una persona che lo Stato stesso ha sottratto al proprio ambiente e che, per ragioni di sicurezza e per il proprio passato, non può più condurre una vita paragonabile a quella di qualunque altro cittadino?
A mio avviso non è ragionevole ed è politicamente miope. Lo Stato non può comportarsi come un semplice esattore quando ha davanti persone alle quali ha chiesto di contribuire allo smantellamento delle organizzazioni criminali dall’interno. Recuperare crediti intaccando proprio l’unica riserva economica riconosciuta dalla legge per consentire loro di sopravvivere e ricominciare significa entrare in contraddizione con la finalità stessa del sistema di protezione.
Un sistema che nasce anche dalla visione di Giovanni Falcone. Qual era l’obiettivo?
L’idea era quella di spezzare l’omertà e disarticolare le organizzazioni criminali dall’interno attraverso un patto molto chiaro. Da una parte il collaboratore doveva offrire un contributo serio, verificabile e determinante alle indagini; dall’altra lo Stato garantiva protezione, benefici previsti dalla legge e gli strumenti minimi necessari per costruire una vita diversa, lontano dall’organizzazione criminale.
Quel patto, oggi, è ancora integro?
Quel patto oggi mostra una grave incrinatura. Al collaboratore si continua, giustamente, a chiedere il massimo rigore, la verifica delle dichiarazioni e un contributo concreto alle indagini, ma è proprio nel momento più delicato, quello del reinserimento, che lo Stato rischia di non mantenere fino in fondo la propria parte della promessa: garantire un futuro dignitoso e sicuro lontano dalla criminalità.
Le norme nate nel 1991 e modificate negli anni successivi avevano quindi una doppia funzione: rendere utile la collaborazione sul piano investigativo e rendere possibile, per chi rompeva con la mafia, un’esistenza differente. La capitalizzazione appartiene alla seconda parte di quella promessa?
Assolutamente sì. La capitalizzazione è uno degli elementi fondamentali di quella seconda promessa. Senza la certezza di poter disporre di un sostegno economico iniziale con cui rimettere in piedi la propria vita, la prospettiva di un’esistenza diversa rischia di rimanere una dichiarazione astratta. Se la capitalizzazione viene resa concretamente aggredibile attraverso i pignoramenti, si finisce per compromettere la stessa ragione per la quale quel sostegno era stato previsto.
Ma in questo modo non si finisce per svuotare la legge della sua parte più concreta?
È esattamente questo il rischio. Una norma che non trova un’applicazione efficace sul piano del reinserimento sociale può trasformarsi in un formalismo, lasciando chi ha deciso di uscire dalla mafia in una sorta di limbo, fuori dall’organizzazione criminale ma senza gli strumenti necessari per costruire davvero una vita nuova.
Una sentenza del Tar Lazio ha stabilito che il Ministero non può subordinare la capitalizzazione alla stipula di un accordo di rateizzazione con l’Agenzia delle Entrate. Che cosa è cambiato concretamente dopo quella decisione?
Quella decisione ha messo in evidenza l’illegittimità di una prassi che finiva per subordinare un diritto collegato all’assistenza e alla protezione al soddisfacimento di pretese esattoriali. Tuttavia, nella pratica, secondo la mia esperienza, il problema non è stato risolto. Il Ministero dell’Interno, al momento del pagamento, procede alla verifica dell’eventuale esistenza di debiti erariali del beneficiario e, poiché la maggior parte dei collaboratori porta con sé posizioni debitorie, può accadere che quelle somme vengano destinate all’agente della riscossione. Il risultato è che il collaboratore rischia di rimanere senza nulla.
Quella pronuncia pone quindi anche una questione più generale: la capitalizzazione può essere utilizzata come strumento per recuperare crediti dello Stato oppure la sua finalità, essendo differente, dovrebbe prevalere?
Per me questo è il punto centrale. La capitalizzazione ha una precisa destinazione assistenziale, di reinserimento e anche di sicurezza. Proprio per questa ragione considero incompatibile quella finalità con una pretesa esattoriale capace di assorbire integralmente le somme. Non si può prendere un fondo nato per tutelare la sopravvivenza e la sicurezza di una persona e del suo nucleo familiare e trasformarlo, nella sostanza, in uno strumento di riscossione.
Quale dovrebbe essere allora il passo successivo?
Un intervento normativo chiaro, capace di stabilire in maniera esplicita l’impignorabilità dei fondi e delle erogazioni destinati alla protezione e alla capitalizzazione previsti dalla legge. Poi sarebbe necessario riesaminare le posizioni nelle quali queste somme sono state assorbite. Ma soprattutto servirebbe una rete istituzionale di accompagnamento al lavoro e al reinserimento, perché non si può pensare che tutto finisca nel momento in cui termina la protezione attiva. Le promesse fatte quando una persona decide di collaborare non possono rimanere soltanto sulla carta.
La domanda decisiva per chi volesse collaborare, allora, diventa inevitabile: se collaboro, lo Stato mi aiuterà davvero a vivere fuori dalla mafia oppure mi proteggerà soltanto finché sarò utile alle indagini, lasciandomi poi solo davanti alle conseguenze della mia scelta?
Questa è la domanda decisiva, ed è una domanda dalla quale dipende la tenuta dell’intero sistema antimafia. Se chi si trova dentro un’organizzazione criminale arriva a convincersi che lo Stato utilizzi il collaboratore finché è necessario e poi lo abbandoni sotto il peso dei problemi economici ed esattoriali, la spinta a collaborare rischia di ridursi drasticamente.
Difendere questo patto non significa cancellare il passato di nessuno e non significa fare sconti sulle responsabilità commesse. Significa garantire che la lotta alla criminalità organizzata continui a essere credibile e che lo Stato mantenga gli impegni assunti con chi decide di rompere con quel mondo.
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