mafie criminalità terrorismo

Criminalità

Le direttrici finanziarie e logistiche tra mafie italiane, il network saheliano di Boko Haram e le cellule di Hamas

Questo fenomeno, definito a livello accademico e d’intelligence come crime-terror nexus, non si configura come un’alleanza ideologica strutturale, bensì come un pragmatico “matrimonio di convenienza”

22 Luglio 2026

L’evoluzione della minaccia transnazionale nell’era della globalizzazione asimmetrica ha determinato una progressiva e sistematica convergenza tra la criminalità organizzata di stampo mafioso e le organizzazioni terroristiche di matrice jihadista. Questo fenomeno, definito a livello accademico e d’intelligence come crime-terror nexus, non si configura come un’alleanza ideologica strutturale, bensì come un pragmatico “matrimonio di convenienza”. Le consorterie criminali nostrane e i movimenti estremisti globali cooperano sulla base di una mutua utilità logistica e finanziaria, sfruttando le rispettive aree di forza: il controllo dei corridoi doganali e delle piazze di riciclaggio da un lato, e il controllo militare di territori geopoliticamente instabili dall’altro.

Un parallelismo di rilievo emerge dall’analisi sociologica e strutturale condotta dal Siracusa International Institute all’interno dello studio intersezionale denominato “Mafia-Jihad”. La ricerca evidenzia come sia la trasmissione dei codici criminali nelle famiglie mafiose italiane sia i processi di radicalizzazione giovanile nelle reti jihadiste si fondino sul medesimo vettore primario di socializzazione: la famiglia. Nei contesti di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta, la rigida struttura patriarcale e la centralità simbolica della figura materna, custode dei valori e “cerniera” culturale per l’affiliazione dei minori, creano bolle sociali impermeabili alle infiltrazioni statali. In modo speculare, le reti del terrorismo internazionale sfruttano i legami di parentela, i matrimoni combinati e le fratellanze di sangue per blindare la coesione interna, ridurre l’efficacia dell’azione di contrasto e favorire il reclutamento transnazionale di combattenti.

L’asse italo-saheliano: la sinergia tra mafie italiane, secret cults nigeriani e il finanziamento indiretto a Boko Haram

La proiezione africana delle organizzazioni criminali italiane si sviluppa attraverso una complessa architettura di relazioni con i sindacati criminali originari dell’Africa occidentale, noti come “secret cults” o mafia nigeriana. Come accertato dalle relazioni della Direzione Investigativa Antimafia, il rapporto tra le cosche meridionali (principalmente la ‘ndrangheta) e i clan nigeriani come Black Axe, Maphite ed Eiye si configura come una partnership paritetica incentrata sullo scambio di merci e servizi logistici.

I “secret cults” nigeriani affondano le proprie radici storiche nelle confraternite studentesche nate negli anni Cinquanta, come la Pyrates Confraternity, co-fondata nel 1952 dal premio Nobel Wole Soyinka con finalità socio-culturali e anti-coloniali. Il deterioramento del quadro politico ed economico nigeriano nei decenni successivi ha avviato una militarizzazione sistematica di tali gruppi, trasformandoli in cartelli criminali transnazionali caratterizzati da codici mafiogeni durissimi, violenza iniziatica e assoluta omertà. Sul territorio italiano, la mafia nigeriana si è specializzata in attività ad alta redditività. Innanzitutto la tratta di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione, gestiti tramite le maman e vincolati da riti esoterici coercitivi come il juju o voodoo. Una parziale liberazione spirituale di molte vittime è avvenuta solo a seguito dello storico editto emesso nel 2018 dall’Oba di Benin City, che ha dichiarato nulli tutti i giuramenti voodoo contratti per lo sfruttamento sessuale. A questa attività si aggiunge il narcotraffico transnazionale, operato tramite la “tecnica della formica” o trasporto a grappolo, impiegando corrieri ovulatori (noti come bodypackers o muli) che ingeriscono ingenti quantità di sostanze stupefacenti. A chiusura del core business ci sono, infine, le truffe informatiche strutturate su scala globale, comunemente denominate “truffe del principe nigeriano”.

La pervasività di queste strutture sul territorio italiano è testimoniata da importanti operazioni giudiziarie. Nell’aprile 2021, le forze di polizia hanno smantellato una cellula apicale della Black Axe radicata in Abruzzo, guidata da un cittadino nigeriano di trentacinque anni che dal capoluogo aquilano coordinava un fitto reticolo di transazioni finanziarie illecite volte a schermare e reinvestire i proventi delle attività delittuose. Analogamente, le Procure di Torino e Bologna hanno inferto un duro colpo alla confraternita dei Maphite, culminato con il sequestro della cosiddetta “bibbia verde”, un vero e proprio statuto contenente i codici comportamentali e le sanzioni per gli associati. Le intercettazioni di tale inchiesta hanno rivelato come le operazioni di riciclaggio e trasferimento di denaro verso la Nigeria venissero indicate in codice con il nome “Mario Monti”.

Il punto di contatto geopolitico con il terrorismo del Sahel si materializza nella fase di rimpatrio dei proventi illeciti. Il trasferimento fraudolento di denaro verso la Nigeria avviene principalmente tramite circuiti informali di trasferimento fondi (Hawala), che operano parallelamente ai money transfer ufficiali e risultano quasi interamente sovrapposti ai canali finanziari regolari in molte aree dell’Africa subsahariana. Questo flusso di liquidità penetra in un contesto statale strutturalmente fragile e caratterizzato dall’attività militare dell’organizzazione jihadista Boko Haram (alleata ufficiale dello Stato Islamico dal 2015). Boko Haram finanzia la propria campagna di attentati e massacri imponendo estorsioni, dazi e tariffe di protezione su tutti i flussi di denaro e le merci che transitano nei territori del delta del Niger e del nord-est del Paese. Pertanto, i canali logistici e finanziari stabiliti dalla mafia nigeriana in Italia per ripulire il denaro dello spaccio e dello sfruttamento finiscono inevitabilmente per foraggiare l’economia di guerra delle fazioni estremiste locali.

La logistica chimica e militare del Mediterraneo: dal traffico di Tramadol al canale d’armi della Società Italiana Elicotteri

La convergenza operativa tra criminalità organizzata transnazionale e jihadismo si consolida anche attraverso canali logistici diretti che riforniscono i teatri di guerra di sostanze chimiche abilitanti e armamenti pesanti. Sotto il profilo del narcotraffico di supporto, assume un rilievo centrale il contrabbando di Tramadol, un oppioide sintetico comunemente denominato “droga del combattente”. Questa sostanza viene somministrata regolarmente ai miliziani dello Stato Islamico e di Boko Haram per aumentarne la resistenza alla fatica, sopprimere il dolore e favorire l’esaltazione psicofisica durante i combattimenti.

Nel novembre 2017, un’operazione condotta nel porto di Gioia Tauro, hub logistico storicamente esposto alla penetrazione della ‘ndrangheta, ha portato al sequestro di 24 milioni di compresse di Tramadol. La spedizione, proveniente dall’India e ufficialmente destinata alla Libia, avrebbe fruttato circa 50 milioni di euro sul mercato mediorientale e nordafricano, con proventi direttamente destinati al finanziamento delle sigle terroristiche saheliane. Sequestri analoghi effettuati nel porto di Genova e in Grecia confermano l’esistenza di un corridoio marittimo consolidato in cui le organizzazioni criminali garantiscono la copertura doganale in cambio di ampi margini di profitto o di partite di armi.

La Libia rappresenta, in questo scenario, il principale “supermercato” d’armi della regione subsahariana, a causa del collasso statale seguito alla caduta del regime di Muammar Gheddafi, il quale ha lasciato sul territorio un arsenale stimato in circa 20 milioni di armi da fuoco a fronte di una popolazione di soli sei milioni di abitanti. Questo immenso stock bellico alimenta costantemente i mercati neri del Sahel, consentendo ai gruppi terroristici di approvvigionarsi di armamenti leggeri e pesanti.

In questo contesto si inserisce un caso giudiziario di straordinaria gravità, istruito dalla Procura Distrettuale Antimafia di Napoli guidata dai magistrati Catello Maresca, Luigi Giordano e Cesare Sirignano. L’indagine ha svelato l’esistenza di una rete dedita al traffico internazionale di armi e materiale dual-use destinati all’Iran e alla Libia, in aperta violazione degli embarghi internazionali. Tra i principali attori figuravano Andrea Pardi, all’epoca amministratore delegato della Società Italiana Elicotteri, già coinvolto in inchieste sul reclutamento di mercenari in Somalia, e una coppia di coniugi campani di San Giorgio a Cremano, Mario Di Leva (noto dopo la conversione all’Islam come Jaafar) e Annamaria Fontana, anch’essi radicalizzati. La rete criminale è stata accusata di aver esportato illegalmente elicotteri militari, fucili d’assalto e missili terra-aria diretti a fazioni libiche, comprese milizie associate all’Isis. L’inchiesta ha inoltre registrato i contatti intrattenuti dai coniugi con l’allora esponente del Copasir, Angelo Tofalo, ascoltato dagli inquirenti come persona informata sui fatti, evidenziando il livello di penetrazione istituzionale e la complessità di un network capace di saldare gli interessi della criminalità organizzata campana con le agende del terrore islamista.

Case history: L’operazione “Domino” e lo smantellamento della rete italiana di Hamas

Il più recente e strutturato esempio di infiltrazione finanziaria di una cellula terroristica in territorio italiano è emerso con l’operazione “Domino”, eseguita il 27 dicembre 2025 sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova, della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNAA), della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, con il supporto informativo dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE).

L’operazione ha portato all’arresto di nove persone in diverse località della penisola (tra cui Genova, Milano, Monza, Firenze, Roma, Bologna, Torino, Modena, Bergamo e Lodi) e al sequestro preventivo di circa 8 milioni di euro, raccolti attraverso associazioni apparentemente benefiche e dirottati verso le casse di Hamas. Al vertice della cellula italiana figurava Mohammad Hannoun, sessantaquattrenne di origine palestinese con cittadinanza giordana, residente in Italia dal 1983 e presidente dell’Associazione Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese (fondata nel 1994).

Il meccanismo di finanziamento ideato da Hannoun e dai suoi sodali sfruttava lo schermo della solidarietà umanitaria internazionale per eludere la rigida normativa antiriciclaggio italiana. La raccolta fondi avveniva tramite tre sigle associative: l’Associazione Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, la Cupola d’Oro e l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro – Organizzazione di Volontariato. I fondi accumulati venivano inviati a Gaza e in Cisgiordania attraverso complesse triangolazioni bancarie estere che interessavano istituti di credito in Turchia, Giordania ed Egitto. I destinatari finali erano associazioni caritatevoli locali ritenute dagli inquirenti paraventi operativi di Hamas, nonchè figure di primissimo piano del movimento islamista, tra cui Osama Alisawi, già ministro del governo di fatto di Hamas a Gaza.

Le indagini tecniche hanno rivelato l’esistenza di canali paralleli per il trasferimento di denaro liquido: somme consistenti di contanti (oltre 200.000 euro sono stati sequestrati durante le perquisizioni, principalmente presso la sede milanese della Cupola d’Oro) venivano occultate all’interno di camion carichi di generi alimentari destinati alla popolazione civile, sfruttando dipendenti compiacenti che operavano in modalità cash carry attraverso i valichi controllati dall’Egitto.

Il quadro indiziario raccolto dalle forze di prevenzione descrive una cellula pienamente consapevole della reale destinazione del denaro. In una conversazione intercettata, la moglie di uno degli indagati marcava nettamente la differenza tra il consorte e il leader dell’associazione: “Tu non sei come Hannoun, che è di Hamas e lavora per loro”. Il pericolo di inquinamento delle prove era talmente concreto che lo stesso Hannoun, temendo un imminente blitz delle forze dell’ordine, confidava al telefono l’intenzione di distruggere i computer della sede di Milano per eliminare i file relativi alla contabilità parallela. Nelle carte dell’ordinanza è presente un’intercettazione in cui uno dei sodali, riferendosi ai database dell’associazione, affermava: “Se dovessero entrare in questo pc, ci danno sei anni”.

La figura di Hannoun, peraltro, era da anni al centro di segnalazioni d’intelligence. Già nel 2005, la Procura di Genova aveva avanzato una richiesta di custodia cautelare nei suoi confronti, respinta dal giudice per le indagini preliminari; l’attuale procuratore non poté impugnare il rigetto a causa del suo trasferimento a Milano, dove assunse la direzione delle indagini sul sequestro dell’imam Abu Omar. Nel 2024, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti aveva sanzionato le associazioni di Hannoun, tracciando transazioni per quattro milioni di euro destinate direttamente a Hamas. Intercettato in merito alle sanzioni americane, Hannoun commentava con fierezza: “No quattro, dieci”, rivendicando l’effettiva entità del contributo finanziario inviato a sostegno della lotta armata. Nonostante la gravità degli indizi, Hannoun aveva continuato a operare liberamente sul territorio nazionale, giungendo a presentare nel 2023 un rapporto della propria associazione durante una conferenza stampa tenutasi alla Camera dei Deputati, ospitata dalla deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari.

Sotto il profilo giudiziario, la difesa degli imputati ha costantemente sostenuto l’estraneità dei propri assistiti a contesti terroristici, evidenziando che i fondi spediti servissero unicamente all’acquisto di aiuti alimentari e sanitari e che i contatti con esponenti governativi di Gaza fossero dettati unicamente da necessità logistiche sul terreno. Nell’aprile del 2026, la Corte di Cassazione ha accolto parzialmente i ricorsi presentati dalla difesa, annullando con rinvio l’ordinanza di arresto per Hannoun e altri tre indagati e disponendo un nuovo giudizio dinanzi al Tribunale del Riesame per ridefinire la sussistenza delle esigenze cautelari e la reale natura dei trasferimenti monetari contestati. L’attivista palestinese rimane comunque ristretto presso la casa circondariale di Terni in attesa del nuovo pronunciamento.

Analisi del nesso sociale e organizzativo: il “crime-terror nexus” in Italia

Il quadro delineato dalle inchieste giudiziarie mette in luce come il nesso tra criminalità e terrorismo si articoli su tre livelli fondamentali: sociale, organizzativo e istituzionale. Il nesso sociale si manifesta nel reclutamento all’interno dei medesimi bacini di emarginazione. Gli ambienti carcerari e le sacche di microcriminalità urbana fungono da terreno di coltura comune per l’arruolamento mafioso e la radicalizzazione jihadista. Un caso emblematico è quello di Zhalid Kerkani, reclutatore radicalizzato in Belgio, il quale esortava le nuove leve a compiere rapine e furti comuni in Europa per finanziare i propri trasferimenti verso i territori del Califfato, legittimando l’illecito comune attraverso la dottrina della guerra santa. Il nesso organizzativo, invece, si concretizza nella condivisione di servizi logistici specialistici. Le mafie nostrane, pur non condividendo l’agenda ideologica e teocratica di Hamas o dello Stato Islamico, mettono a disposizione le proprie competenze nel contrabbando doganale, nella fornitura di passaporti falsi e nell’accesso a canali bancari sotterranei in cambio di vantaggi economici tangibili o di tolleranza operativa nei territori d’oltremare controllati dai gruppi fondamentalisti.Si realizza, infine, il nesso istituzionale laddove lo stato di prostrazione economica e l’assenza di controllo governativo in vaste aree dell’Africa subsahariana e del Medio Oriente consentono a cartelli criminali e organizzazioni terroristiche di presentarsi come forme di governance alternative allo Stato, drenando risorse pubbliche, aiuti umanitari internazionali e proventi delle economie informali per strutturare i propri apparati bellici.

L’efficacia dell’azione di contrasto richiede pertanto un superamento dei tradizionali schemi investigativi a compartimenti stagni. Il coordinamento esercitato dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo punta proprio a connettere le indagini delle singole Direzioni Distrettuali, valorizzando l’analisi preventiva dei flussi d’affari e il monitoraggio delle anomalie finanziarie prima ancora che si traducano in atti di violenza eversiva. Soltanto colpendo l’architettura finanziaria comune e le reti logistiche transnazionali sarà possibile scardinare il legame simbiotico che consente alle mafie europee di prosperare e alle cellule del terrore globale di armarsi.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.