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Criminalità

L’impero della cocaina: come la cosca Alvaro dominava il narcotraffico internazionale

Un’inchiesta esclusiva sul maxi-blitz che ha smantellato una delle più potenti organizzazioni criminali italiane, rivelando i segreti del traffico di droga, dei porti e della strategia mafiosa

23 Luglio 2026

L’alba del 23 luglio 2026 si è levata su Reggio Calabria non solo con la luce del sole, ma con il fragore della giustizia. Dopo mesi di indagini minuziose, intercettazioni capillari e un lavoro certosino della Direzione Distrettuale Antimafia, la Giudice per le Indagini Preliminari, Elsie Clemente, ha firmato un’ordinanza che ha scosso le fondamenta del crimine organizzato. Il provvedimento, di oltre 1100 pagine, disegna la mappa di un impero criminale dedito al traffico internazionale di cocaina, facente capo alla potente cosca Alvaro di Sinopoli, con ramificazioni che si estendono dal Sudamerica ai porti italiani fino alle piazze di spaccio del nord e della Sicilia.

L’ordinanza, che ha portato all’arresto di 45 persone, è l’atto conclusivo di un’indagine complessa, nata dal ritrovamento di applicazioni di messaggistica criptata su telefoni di esponenti della criminalità calabrese. La scoperta ha aperto una finestra su un mondo fatto di milioni di euro, container carichi di droga e una rete di complici pronti a tutto, persino a progettare sequestri di persona per riscuotere debiti legati alla droga.

Questa inchiesta si propone di ricostruire, passo dopo passo, le trame di questa organizzazione, gettando luce sui ruoli, i metodi e la spietatezza di una cosca che per anni ha operato indisturbata, pensando di essere al sicuro dietro la cortina del silenzio e della tecnologia.

La mappa del potere: i “re” della droga

Al vertice di questa organizzazione piramidale, secondo gli inquirenti, siedono due figure chiave, accomunate dalla detenzione presso il carcere di Siracusa: Vincenzo Alvaro e Francesco Riitano. Nonostante le sbarre, questi due “direttori generali” del narcotraffico dettavano le linee programmatiche dell’associazione, comunicando con l’esterno grazie a sofisticati telefoni criptati illegalmente detenuti in cella. Il loro potere era assoluto: decidevano i canali di approvvigionamento in Sudamerica, conducevano le trattative con i fornitori stranieri (colombiani, brasiliani, olandesi), approvavano i termini economici delle operazioni e le strategie di trasporto e occultamento della droga.

La loro longa manus all’esterno era rappresentata da Francesco Alvaro (figlio di Vincenzo) e Angelo Riitano (nipote di Francesco). Questi fungevano da veri e propri “anelli di congiunzione”, unendo il mondo del carcere a quello della libertà. Erano loro a ricevere le direttive dai detenuti, a comunicarle ai fornitori e agli acquirenti, a organizzare le consegne e a gestire la “cassa” del sodalizio. In un’occasione, Francesco Alvaro si presentò a un fornitore con il nome in codice “Locri”, evidenziando la natura paramilitare e segreta delle loro comunicazioni.

La squadra dei portuali di Gioia Tauro

Il cuore pulsante del traffico era il porto di Gioia Tauro, un crocevia fondamentale per i container provenienti da tutto il mondo. Qui operava una batteria di portuali infedeli, reclutati e gestiti da Filippo Gallo e Antonio Reitano. La loro specialità era l'”esfiltrazione”, ovvero il recupero della cocaina nascosta all’interno dei container, spesso in cavità create appositamente e note come “occhi”.

Il loro modus operandi era meticoloso: Gallo e Reitano fornivano istruzioni precise ai fornitori sudamericani su come occultare il carico per eludere i controlli, monitoravano in tempo reale la posizione delle navi e, grazie a conoscenze interne, potevano persino sapere se un container era finito nella “black list” della Guardia di Finanza, un elenco di container sospetti destinati a ispezioni approfondite. Le intercettazioni li mostrano mentre discutono delle navi da preferire (“transito, non finale Gioia”), del tipo di container da utilizzare (“secco” piuttosto che “frigo”, più soggetto a controlli) e della percentuale da richiedere per il “servizio”, che si aggirava intorno al 15% del valore del carico. Alvaro stesso, in una chat, li definisce: “questa è proprio la nostra nostra squadra”.

L’organizzazione della logistica: corrieri, auto e armi

Per muovere la droga e il denaro, l’organizzazione disponeva di una rete logistica complessa. Giuseppe Cannizzaro, considerato il “braccio operativo” di Alvaro e del giovane Romeo, emerge come un organizzatore instancabile. Si procurava auto a noleggio per i trasporti, spesso con l’aiuto di Domenico Luppino e Paolo Sidari, che mettevano a disposizione le loro flotte, a volte in modo del tutto consapevole dell’uso illecito che se ne sarebbe fatto. In un’occasione, la sua impazienza e la sua rabbia sono palpabili quando un corriere, arrestato con 10 kg di cocaina a Messina, si rivela un “danno” per il gruppo.

I corrieri, come Eleonora Corapi, che viaggiava spesso con il figlio piccolo per non destare sospetti, o Luigia Delle Monache, erano figure fondamentali. Salvatore Vetrano e Rocco Losordo, quest’ultimo arrestato a Palermo con 7 kg di cocaina, completano il quadro dei trasportatori. L’organizzazione non disdegnava l’uso di auto rubate, come dimostrano le operazioni di ricettazione che coinvolgevano Giuseppe Arena, Alessio Porretta e Giuseppe Muzzupappa.

A completare l’arsenale del gruppo, la disponibilità di armi, come il mitra ceduto da Giuseppe Luppino a Cannizzaro, dimostra come la violenza fosse sempre un’opzione pronta all’uso, in particolare per risolvere controversie o attuare ritorsioni.

Il “sistema” dei criptofonini

Un pilastro dell’organizzazione era la comunicazione sicura. Gli indagati utilizzavano sistematicamente telefoni criptati, come quelli basati sulla piattaforma Sky ECC, convinti di parlare in totale sicurezza. L’accesso a questi dispositivi era garantito da un fornitore chiave: Giuseppe Foti, titolare del “Big Outlet” a Ionadi e poi a Stefanaconi. Foti rappresentava il punto di riferimento per l’acquisto, il rinnovo e l’assistenza tecnica di questi telefoni “speciali”. In una conversazione, Cannizzaro menziona l’acquisto di tre telefoni per 3.600 euro, a testimonianza di un mercato florido e parallelo.

Il business della cocaina: operazioni e numeri

Le operazioni di narcotraffico decifrate dagli inquirenti sono di una scala impressionante. L’associazione non si limitava a importare droga, ma gestiva l’intera filiera: dall’acquisto all’ingrosso in Sudamerica, al trasporto via mare, alla distribuzione sul territorio nazionale.

Un episodio su tutti, quello del tentato sequestro di 31 kg di cocaina a Panama, mostra la complessità e la sfida dell’impresa. Decine di messaggi tra Alvaro, Sainato, Gallo e Reitano descrivono il tentativo di seguire un container segnato in “black list” dal porto di partenza (Cristobal, Panama) fino a Gioia Tauro. Il carico venne infine sequestrato e la conversazione vira sul dubbio di una truffa ordita dai fornitori sudamericani: “Amico ma non è che una truffa che ci hanno fatto?”.

Le cessioni sul mercato italiano sono altrettanto eloquenti: 17 kg venduti a Roma, 18 kg per un acquirente non identificato, una partita di 30 kg acquistata da fornitori di San Luca per 900.000 euro. Il sistema di “staffetta”, con più auto che si alternano per scortare il carico di droga o il denaro, è una costante in tutte le operazioni, a testimonianza di una meticolosa pianificazione finalizzata a eludere i controlli.

La violenza come metodo: dalle minacce al sequestro

Quando la “buona educazione” commerciale veniva meno, la cosca non esitava a ricorrere alla violenza e all’intimidazione, aspetto che rende l’organizzazione affine alle logiche mafiose.

L’episodio più eclatante è il tentato sequestro a scopo di estorsione di Alessandro Scelta, un membro di un gruppo palermitano che non aveva pagato un ingente carico di cocaina. Le intercettazioni sono agghiaccianti: Cannizzaro e il cugino Romeo Pasquale discutono minuziosamente il piano, che prevedeva di attirare Scelta con la scusa di una consegna di droga, stordirlo con uno spray al peperoncino e caricarlo su un furgone. “Lo prendi dalla gola, lo affoghi, lo metti sulla macchina…” dice Romeo Stefano, istigando alla violenza. Il commando, composto da Antonio Politanò, Giuseppe Luppino e Gabriele Vocisano, partì effettivamente per Palermo ma venne fermato in un posto di blocco prima di poter compiere il gesto.

Altrettanto violento è l’episodio dell’incendio di un’auto appiccato su ordine di Francesco Alvaro per punire un rivale (“Basta che non la possa più aggiustare… a me quello interessa!”). E ancora, le intimidazioni con colpi di pistola contro la saracinesca di un bar concorrente a Sant’Eufemia d’Aspromonte, sempre per volere di Alvaro, dimostrano la volontà della cosca di imporre il proprio controllo anche sul territorio.

La tecnologia che incastra: le chat Sky ECC

Il cuore dell’inchiesta è stato lo studio di oltre un centinaio di chat provenienti dalla piattaforma Sky ECC, acquisite tramite rogatorie internazionali dalla Francia. Gli inquirenti hanno dovuto decifrare un linguaggio in codice fatto di “pacchi”, “lavori”, “borse”, “frigo” e “occhi”. L’interpretazione, spesso resa univoca da riscontri investigativi, ha permesso di ricostruire l’intera filiera del crimine.

Il peso di queste prove è stato cruciale: le chat non solo hanno documentato i singoli episodi di narcotraffico, ma hanno anche svelato i legami di parentela, i ruoli gerarchici e la piena consapevolezza degli indagati di far parte di un’organizzazione strutturata. La sentenza cita la giurisprudenza di legittimità che ha sancito la piena utilizzabilità di queste prove a fini processuali, un punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata nell’era digitale.

La fine dell’Impero: le consequenze del blitz

L’ordinanza del GIP di Reggio Calabria rappresenta un duro colpo per la cosca Alvaro e per l’intero sistema del narcotraffico calabrese. Con l’arresto di 35 persone e l’incriminazione per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, aggravata dall’aver agito al fine di agevolare la ‘ndrangheta, le indagini hanno smantellato un’organizzazione che si credeva invincibile.

I ruoli sono stati definiti con precisione: promotori, organizzatori, finanziatori, esecutori e corrieri sono stati tutti individuati e colpiti. La speranza è che questo maxi-processo possa rappresentare un ulteriore passo avanti nella lotta al narcotraffico e alla ‘ndrangheta, dimostrando che anche le organizzazioni più potenti possono essere smantellate dalla sinergia tra investigazione, tecnologia e giustizia.

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