Cronaca
Le “Lettere luterane” di Pasolini, la chiave di volta per osservare il fenomeno delle vetrine rotte
Nel celebre saggio d’apertura, “I giovani infelici”, Pasolini descrive i ragazzi della metà degli anni ’70 come esseri umani privati della loro cultura (sotto-proletaria) e sostituita da un vuoto pneumatico.
«Vi scandalizzate per il vetro rotto, ma siete voi che avete distrutto l’anima dei giovani. Li avete privati di valori alternativi, di una cultura reale, di ideali storici e della stessa capacità di pensare criticamente, omologandoli tutti sotto l’unico credo del consumo. Li avete resi dei mostri infelici, e ora vi stupite se si comportano da mostri?» Questo, mi dico certo, avrebbe detto Pasolini, in merito ai fatti dei giorni scorsi. Questo, e me ne dolgo, avrei voluto che dicesse ogni persona sufficientemente adulta e avveduta, in special modo se totalmente immersa nei libri, nell’editoria, nella comunicazione culturale. Vi è gente, che pure attrezzata per guardare la realtà in profondità, si rifiuta di farlo per opportunità e convenienza, uniformandosi a una linea di potere che esula dal contesto morale del proprio sapere. Rifugiarsi in uno sdegno consolatorio e trattare da teppisti le nuove generazioni serve unicamente a non fare i conti con il fallimento educativo di una società che produce desideri seriali senza offrire un futuro reale. Senza essere un particolare cultore dell’opera di Pier Paolo Pasolini, posso dire con molta convinzione che il raffronto tra “Le lettere luterane” di Pier Paolo Pasolini, pubblicate postume nel 1976, e gli atti violenti dei ragazzini dell’attualità mette in luce una continuità antropologica impressionante, dimostrando come la lettura pasoliniana sia ancora oggi uno strumento predittivo e lucido. Mettendo a confronto i concetti chiave dell’opera con la realtà della cronaca attuale e del dibattito pubblico emergono parallelismi precisi.
Nel celebre saggio d’apertura, “I giovani infelici”, Pasolini descrive i ragazzi della metà degli anni ’70 come esseri umani privati della loro cultura (sotto-proletaria) e sostituita da un vuoto pneumatico. La loro caratteristica primaria è l’infelicità, che si manifesta attraverso una “cupa aggressività” o una “nevrotica ansia di conformismo”. Nei fatti di questi giorni, i ragazzini che spaccano le vetrine non agiscono per un ideale politico, ma per una rabbia fluida e non canalizzata. I commentatori di oggi parlano spesso di “disagio giovanile”, “vuoto valoriale” o “ansia da social network”. Pasolini direbbe che questa distruzione è l’esplosione fisica di quella stessa infelicità strutturale. Si tratta di ragazzi che non sanno dare un nome al proprio vuoto se non distruggendo la barriera (la vetrina) che li separa dagli oggetti del desiderio. Pertanto, il loro reato sarebbe più un atto di “omologazione” che di rivolta. Nelle “Lettere luterane” Pasolini lancia un atto d’accusa feroce contro la sua stessa generazione (gli adulti). La colpa dei padri è quella di aver accettato il benessere economico come unico valore, distruggendo ogni alternativa morale, spirituale e culturale. Gli adulti che criticano i giovani stanno solo criticando i loro stessi prodotti.
Infatti, il dibattito pubblico attuale vede le persone di un’età matura arroccate su posizioni di dura condanna (“generazione di viziati”, “mancanza di disciplina”, “serve l’esercito e il carcere”). Pasolini smaschererebbe questa severità definendola probabilmente un’autodifesa ipocrita. E, ai commentatori televisivi e dei social direbbe: «Siete voi che avete creato un mondo dove l’unica cosa che conta è apparire e consumare; avete trasformato la scuola in un’azienda e lo spazio pubblico in un centro commerciale. Perché vi meravigliate e vi scandalizzate se ora i vostri figli parlano l’unica lingua che avete insegnato loro, quella della violenza delle merci?» Nella parte finale dell’opera, Pasolini chiede un processo metaforico alla classe dirigente dell’epoca per aver svuotato l’Italia della sua anima e della sua cultura per tornaconto personale e in nome del profitto. Oggi quel processo investirebbe il governo che ci ritroviamo, la politica intesa globalmente, i colossi del capitalismo digitale e i creatori dell’economia dell’attenzione. I ragazzini che agiscono in gruppo, spesso filmandosi sui social, sono le cavie perfette di algoritmi progettati da adulti per monetizzare la spettacolarizzazione della disperazione e la rabbia. La vetrina rotta è l’equivalente fisico di un “contenuto virale” in cerca di visibilità e di mercato.
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