Diritti
Esternalizzare i confini: svolta necessaria o fine dei diritti umani?
I “return hub” approvati dall’UE trasformano il modello Albania in legge europea. Tra promesse di efficienza e zone grigie giuridiche, l’Europa gioca una partita destinata a segnare per sempre il concetto di frontiera e di umanità
Siamo onesti: quando si parla di migranti, l’Europa ha un problema di coerenza e troppo spesso di dimentica dei diritti umani. Da un lato, la retorica dei valori fondanti, del diritto d’asilo, della dignità umana. Dall’altro, numeri che sembrano urlare un fallimento. Nel 2023, nell’Unione Europea sono stati emessi circa 484mila ordini di espulsione. Quelli effettivamente eseguiti? Solo 91mila. Meno di uno su cinque. Un buco nero che alimenta frustrazione, rabbia e, soprattutto, consenso per chi promette soluzioni semplici a problemi complessi.
La risposta di Bruxelles a questo scollamento tra carta e realtà si chiama nuovo Regolamento Rimpatri, approvato il 17 giugno 2026 dall’Eurocamera con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astenuti. Una vittoria politica netta per le forze di destra e centrodestra, e un trionfo personale per Giorgia Meloni che, dal G7, ha potuto rivendicare: “La strada è quella del modello Albania”. Ma sotto la superficie dell’entusiasmo di governo, si agitano domande scomode che questo articolo intende esplorare senza sconti.
Cosa cambia davvero
Il cuore della riforma è un tentativo di rendere i rimpatri non solo più numerosi, ma anche più rapidi e, per certi versi, automatici. Il nuovo sistema introduce un European Return Order, un foglio di via standardizzato che dovrebbe facilitare il riconoscimento reciproco delle decisioni di espulsione tra Stati membri. Le procedure si accorciano, si digitalizzano. Il trattenimento può arrivare fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei, e per chi è considerato un rischio per la sicurezza, i divieti di ingresso possono diventare permanenti.
Ma è un altro elemento a catalizzare il dibattito e a spaccare l’aula di Strasburgo: la possibilità di istituire “return hub”, centri di rimpatrio situati in Paesi terzi extra-UE. Gli Stati membri potranno stipulare accordi bilaterali con nazioni compiacenti per trasferirvi persone senza titolo di soggiorno, anche se non hanno alcun legame con quel paese. Persone che verranno di fatto “cedute” a governi stranieri che gestiranno la loro detenzione e, in base agli accordi, il loro rimpatrio definitivo.
Il “modello Albania”: un precedente inquietante
Per comprendere dove sta andando l’Europa, bisogna guardare a ciò che l’Italia ha già fatto. Il Protocollo Italia-Albania, firmato nel novembre 2023, ha creato due centri a Shëngjin e Gjadër, sotto giurisdizione italiana ma su suolo albanese. Un esperimento che è costato ai contribuenti italiani una cifra potenziale di quasi 400 milioni di euro tra il 2024 e il 2026, per un risultato che molti definiscono imbarazzante.
Il governo prometteva di trasferire in Albania 36mila migranti all’anno. La realtà? Dall’apertura, i centri hanno ospitato poche centinaia di persone. I rimpatri effettivi dall’Albania? Appena 83, secondo i dati più recenti. Un flop che la maggioranza cerca di mascherare con visite di propaganda, mentre l’area destinata agli 800 richiedenti asilo resta vuota perché il progetto originale è stato dichiarato incompatibile con il diritto europeo. Il centro di Gjadër è stato quindi riconvertito in un CPR, un centro di permanenza per il rimpatrio, dove vengono trasferiti migranti già presenti in Italia in un inutile e costoso giro dell’oca.
Eppure, nonostante i numeri da capogiro e l’inefficienza operativa, il Parlamento Europeo ha scelto di elevare questo modello a legge. Una scelta che solleva più di un interrogativo sulla reale efficacia della misura, che sembra servire più alla propaganda politica che a una reale soluzione del problema.
La “zona grigia” delle garanzie
Il nuovo regolamento tenta di blindarsi dal punto di vista legale, inserendo condizioni formali: gli accordi potranno essere stipulati solo con Paesi che rispettino i diritti umani e il principio di non-refoulement (il divieto di respingere una persona verso un luogo dove rischierebbe torture o persecuzioni). I minori non accompagnati sono, almeno sulla carta, esclusi.
Ma sono proprio queste “condizioni” a nascondere le maggiori criticità. Il testo, infatti, ammette che il trattenimento possa riguardare, come extrema ratio, anche famiglie con minori e, in casi eccezionali, minori non accompagnati. Un’eccezione che rischia di diventare la regola, come spesso accade quando le tutele vengono subordinate a valutazioni discrezionali.
Più in generale, l’intero impianto poggia su un paradosso giuridico che gli esperti non hanno mancato di evidenziare. L’avvocata generale della Corte di Giustizia UE, Laila Medina, ha recentemente ribadito che le strutture in Albania, pur essendo fisicamente fuori dall’UE, sono “sotto il controllo territoriale esclusivo delle autorità italiane” e quindi devono rispettare integralmente le garanzie previste dal diritto dell’Unione. Il parere non vieta i centri, ma pone un limite invalicabile: gli Stati possono esternalizzare le strutture, non possono ridurre il livello minimo di protezione garantito dalle norme europee.
Ma cosa succede quando i “return hub” verranno aperti in Paesi terzi che non hanno alcun legame giurisdizionale con l’Europa? Paesi con i quali l’UE non ha un protocollo dettagliato come quello con l’Albania, ma semplici accordi bilaterali? La risposta, al momento, è agghiacciante: nessuno lo sa con certezza.
Il grido degli esperti e delle ONG
Le organizzazioni per i diritti umani e gli esperti di diritto internazionale hanno accolto il nuovo regolamento con allarme, definendolo una sconfitta per la dignità umana.
Amnesty International ha avvertito che l’esternalizzazione rischia di “intrappolare le persone in Stati in cui i loro diritti umani saranno in pericolo”. Il Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esiliati (ECRE) parla di un patto che “restringe l’accesso all’asilo, abbassa le garanzie dei diritti fondamentali e tiene le persone bisognose di protezione alle frontiere esterne”.
Anche le Nazioni Unite sono intervenute con durezza. Esperti ONU hanno espresso profonda preoccupazione per iniziative politiche che “rischiano di normalizzare le violazioni dei diritti umani” e promuovono interpretazioni restrittive degli obblighi degli Stati. Hanno sottolineato che le misure di esternalizzazione sollevano “serie preoccupazioni circa la compatibilità con il diritto internazionale dei diritti umani, in particolare il principio di non-refoulement”. Le parole degli esperti sono un monito che suona come una condanna anticipata: “I vincoli esistono per garantire che il divieto di tortura e maltrattamenti sia davvero assoluto nella pratica”. Il nuovo regolamento, nella sua fretta di espellere, sembra aver dimenticato questa elementare verità.
Il sindacato europeo EFFAT ha parlato di “profonda sconfitta per la dignità umana e il diritto d’asilo”, accusando l’Europa di scegliere “la via della crudeltà e del cinismo”, creando centri offshore per “nascondere di fatto gli esseri umani al controllo pubblico e alle garanzie in materia di diritti umani”.
E poi c’è il paradosso finale, denunciato da più parti: la migrazione irregolare non è il risultato di “confini deboli”, ma la conseguenza di persone che fuggono da povertà, fame e conflitti. Il nuovo regolamento non affronta queste cause profonde. Non crea percorsi legali e sicuri. Si limita a costruire muri (e centri di detenzione) sempre più lontani, nella speranza che il problema scompaia dalla vista. E dalla coscienza.
Un bivio per l’identità europea
La domanda che questo provvedimento ci impone è semplice, ma radicale: l’Europa vuole essere una comunità di valori o una fortezza assediata?
I sostenitori del nuovo corso, come il ministro Foti, rivendicano con orgoglio che “l’Italia fa scuola”. E in effetti, l’Italia ha fatto scuola. Ha insegnato che si possono spendere centinaia di milioni per centri vuoti. Ha insegnato che si possono aggirare i Parlamenti nazionali con accordi informali. Ha insegnato che i diritti fondamentali possono essere messi in discussione in nome di una presunta efficienza che, nei fatti, non si è mai vista.
I critici, dal Partito Democratico al M5S e Avs, parlano di norme “disumane”. I vescovi europei hanno espresso “profonda preoccupazione” per l’ampliamento della detenzione e le limitazioni ai ricorsi.
In mezzo, ci sono le persone. Esseri umani che verranno trasferiti in centri in Paesi lontani, senza garanzie reali, in attesa di un rimpatrio che spesso non arriverà. Persone che, come denunciato dagli esperti ONU, includono vittime di tortura, persone con disabilità, anziani, bambini, donne e ragazze esposte a rischi specifici di violenza di genere.
Il nuovo regolamento sui rimpatri non è solo una riforma tecnica. È una dichiarazione politica. Segna il momento in cui l’Europa ha scelto di normalizzare l’eccezione, di rendere strutturale ciò che fino a ieri era considerato un azzardo giuridico. Il “modello Albania” non è più un esperimento controverso: è diventato la nuova normalità europea.
La storia giudicherà questa scelta. Noi, intanto, possiamo solo chiederci: a che prezzo?
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