Diritti
Fame nel mondo, 645 milioni di persone colpite
Dopo anni di progressi, la fame torna ad aumentare rispetto al 2018. Secondo il rapporto presentato da CESVI, la situazione è allarmante in otto Paesi e grave in altri 36. In Somalia quasi due milioni di bambini sono a rischio di malnutrizione acuta
Nel 2025, 645 milioni di persone nel mondo hanno sofferto la fame, un numero paragonabile a quasi l’intera popolazione europea. Tra queste, 147,4 milioni vivono in Paesi colpiti da conflitti e 87,5 milioni in territori interessati da eventi climatici estremi. È quanto emerge dall’Indice Globale della Fame 2026 (Global Hunger Index, GHI), presentato da CESVI nella sua ventunesima edizione italiana.
Il rapporto, redatto da Welthungerhilfe, dall’Institute for International Law of Peace and Armed Conflict (IFHV) e da Helvetas, evidenzia un’inversione di tendenza dopo quasi vent’anni di progressi nella lotta alla fame. Il punteggio globale dell’indice si attesta a 18,1, corrispondente a un livello moderato, ma i dati relativi ai singoli Paesi e alle diverse aree geografiche restituiscono un quadro più critico.
La fame è classificata come allarmante in otto Paesi — Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen — e grave in altri 36. In 32 Paesi, inoltre, il livello di fame risulta più elevato rispetto al 2018.
Conflitti e cambiamenti climatici aggravano l’insicurezza alimentare
Tra i principali fattori che contribuiscono alla crisi figurano i conflitti armati, gli eventi climatici estremi e le difficoltà economiche che limitano l’accesso al cibo. Secondo il rapporto, queste condizioni tendono a sovrapporsi, aggravando la vulnerabilità delle popolazioni e rendendo più complessi gli interventi umanitari.
Nel 2025 sono stati registrati 65 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Nello stesso periodo, siccità, alluvioni e tempeste hanno contribuito ad aggravare le condizioni di vita in numerose aree del pianeta. Ulteriori rischi sono legati al fenomeno climatico El Niño, che potrebbe intensificare la siccità in alcune zone dell’Africa e dell’Asia e favorire le alluvioni nel Corno d’Africa. Secondo le stime richiamate nel rapporto, il fenomeno potrebbe esporre altri 49 milioni di persone alla fame acuta entro la fine del 2027.
A questi fattori si aggiungono le conseguenze economiche delle crisi geopolitiche, che incidono sui prezzi e sulla disponibilità di beni essenziali, compresi fertilizzanti e prodotti alimentari. «La fame non è solo una conseguenza dell’instabilità, ne è un moltiplicatore», afferma Stefano Piziali, direttore generale di CESVI. «Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda». Piziali richiama inoltre l’attenzione sulla riduzione dei finanziamenti umanitari, che rischia di compromettere gli interventi nelle aree maggiormente colpite e di indebolire la capacità di prevenire nuove emergenze.
Somalia, il quadro più grave dell’Indice
La Somalia registra il punteggio più elevato dell’Indice Globale della Fame 2026, pari a 47 punti, corrispondente alla categoria allarmante. Nel Paese si combinano siccità, conflitto con il gruppo Al-Shabaab, aumento dei prezzi e riduzione degli aiuti.
Secondo i dati citati da CESVI, nel 2026 la fame acuta è aumentata del 43% e 1,92 milioni di bambini potrebbero soffrire di malnutrizione acuta entro giugno 2027. Il rischio riguarda anche le conseguenze di possibili alluvioni, che potrebbero interessare tra 2,5 e 3,5 milioni di persone. Il rapporto segnala tuttavia anche un miglioramento rispetto al passato: il punteggio della Somalia è sceso rispetto al valore di 64,4 registrato nel 2000, uscendo per la prima volta, tra gli anni di riferimento, dalla fascia di gravità più estrema.
CESVI è impegnata in interventi a sostegno dei bambini malnutriti e delle comunità locali. Nelle aree di Hobyo e Beletweyne, l’organizzazione prevede di assistere oltre 8.500 bambini e di promuovere attività per individuare tempestivamente i rischi legati alla siccità e alle inondazioni.
Le crisi in Sudan, Afghanistan ed Etiopia
Condizioni critiche vengono segnalate anche in Sudan, Afghanistan ed Etiopia. In Sudan, dopo oltre tre anni di guerra, quasi 19,5 milioni di persone si trovano in una condizione di grave insicurezza alimentare, secondo le stime riportate nel documento. Per il 2026 sono attesi 4,2 milioni di bambini con malnutrizione acuta. Il conflitto e le difficoltà nella raccolta dei dati impediscono di calcolare un punteggio completo dell’indice per il Paese, classificato provvisoriamente nella categoria allarmante.
In Afghanistan, i progressi nella riduzione della fame risultano sostanzialmente fermi. Il 42% dei bambini sotto i cinque anni presenta un ritardo nella crescita e, nell’agosto 2026, 3,7 milioni di persone nella fascia infantile considerata risultavano colpite da malnutrizione acuta, secondo i dati citati nel rapporto. In Etiopia, il conflitto nella regione di Amhara, l’aumento dei prezzi del mais e il rischio di alluvioni nel sud-est rendono difficile valutare l’estensione della fame acuta. Per il 2025, il rapporto segnala l’impossibilità di stimare il numero delle persone interessate.
Progressi fragili e dati insufficienti
Il rapporto individua anche alcuni segnali positivi. Dal 2018, 31 Paesi hanno ridotto il proprio punteggio GHI di almeno il 10% e la mortalità infantile continua a diminuire. Nel 2026, inoltre, il numero di persone in condizioni di fame catastrofica è sceso da 1,4 milioni a circa 327.000, anche grazie alla riduzione dei combattimenti e all’aumento degli aiuti a Gaza e in Sudan.
Questi miglioramenti restano però fragili. Secondo il documento, i finanziamenti umanitari sono destinati a diminuire del 40% tra il 2024 e il 2026. La contrazione delle risorse rischia di incidere non soltanto sugli interventi di assistenza, ma anche sui sistemi utilizzati per monitorare la fame e individuare tempestivamente le situazioni di emergenza.
Per 14 Paesi, tra cui Sudan, Sud Sudan e Yemen, i dati disponibili non consentono di calcolare un punteggio completo dell’Indice Globale della Fame. Nel 2025, inoltre, almeno cinque Paesi sono rimasti senza dati sulla fame acuta a causa della mancanza di fondi. La carenza di informazioni rappresenta un ostacolo per la valutazione dei bisogni e la pianificazione degli interventi. Come sottolinea Piziali, «una fame che non si misura è una fame che non riceve risposta».
Tra le raccomandazioni del GHI 2026 figurano l’integrazione della sicurezza alimentare nelle politiche di sicurezza, il sostegno a sistemi alimentari più resilienti, il rafforzamento dei sistemi di monitoraggio e allerta precoce e il finanziamento degli interventi umanitari. Il rapporto richiama inoltre la necessità di intensificare la diplomazia preventiva e di perseguire l’uso della fame come arma di guerra.

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