Italia

La scuola non educa più. Sorveglia

Il registro elettronico promette trasparenza, ma introduce un controllo continuo che sposta la responsabilità dagli studenti ai genitori. Così la scuola smette di educare all’autonomia e diventa un sistema di sorveglianza, sempre più distante dalla vita reale.

14 Aprile 2026

Negli ultimi mesi il registro elettronico è tornato al centro del dibattito. Non per una riforma strutturale, ma per un cambiamento che sembra tecnico e che invece è culturale. L’accesso tramite SPID o CIE, l’esclusione degli studenti più giovani, la centralità crescente dei genitori. Ne hanno scritto diversi giornali, da Orizzonte Scuola a Studentville, fino a un editoriale molto netto pubblicato su Left, che parla esplicitamente di una scuola che si sta trasformando in uno spazio sempre più costruito attorno agli adulti, non agli studenti.

Il pedagogista Daniele Novara, intervistato da Orizzonte Scuola, ha parlato di “accanimento dei genitori”, indicando nel registro elettronico uno strumento che alimenta il controllo continuo più che la crescita autonoma.

Credo che il nuovo metodo adottato dalla scuola, che intende rendere più partecipi i genitori con la possibilità di vedere, giorno per giorno, i voti, le interrogazioni e le assenze, produca una contraddizione.

Sarò politicamente scorretto, ma aver tolto la possibilità di “bigiare” o di “marinare”, insomma di giungere davanti al cancello della scuola e poi decidere di andare altrove, attraverso la segnalazione immediata dell’assenza alla famiglia, è un processo diseducativo.

Perché oggi un giovane che decide di non andare a scuola deve trovare la complicità del genitore, mentre quella era una responsabilità che doveva rimanere in capo all’alunno.

Quando la nostra generazione “bigiava” doveva assumersi l’onere di raccontare una bugia ai genitori, tradendo la loro fiducia, falsificare una firma, consegnarla all’insegnante. Non si tratta di rivendicare quel gesto. Si tratta di riconoscere che lì si giocava una responsabilità.

Era sbagliato, ma era tuo.

Oggi non è più possibile.

Non perché sia stato corretto il comportamento degli studenti, ma perché è stato eliminato lo spazio in cui quella responsabilità poteva emergere.

Il registro elettronico non è solo uno strumento. È un dispositivo. Trasforma la relazione educativa in monitoraggio continuo. Ogni voto è visibile, ogni assenza è segnalata, ogni passaggio è tracciato. Non esiste più un tempo in cui l’errore possa restare tuo prima di essere condiviso. Non esiste più uno spazio in cui sottrarsi senza essere immediatamente riportati dentro il sistema.

E questo produce uno slittamento preciso. La responsabilità si sposta. Dallo studente alla famiglia. Non è più il ragazzo che gestisce il proprio percorso, con errori e conseguenze. È il genitore che controlla, interviene, corregge.

E intanto la scuola continua a trasmettere un sapere che spesso non ha più presa sulla vita. Un sapere che si consuma, che si accumula, che non lascia traccia. Fuori, la realtà corre. Dentro, si resta fermi. E allora tutto si svuota. Il diploma diventa un passaggio, non un’esperienza. Le ore sui banchi diventano un’attesa. L’insegnamento si riduce a un attraversamento, non a una trasformazione.

Non è solo una crisi della scuola. È una crisi degli adulti.

Perché mentre chiedono controllo, hanno smesso di offrire direzione. Mentre pretendono trasparenza, hanno perso il contatto con ciò che dovrebbe davvero contare. E così costruiscono un sistema che sorveglia tutto, ma non forma più nulla.

Crescere significa anche poter sbagliare senza essere immediatamente visti. Significa avere uno spazio di rischio, di opacità, di decisione.

Togliere quello spazio non rende i ragazzi migliori. Li rende più controllati.

E una scuola che controlla tutto non educa. Sorveglia.

 

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