Italia

Dossier. L’Italia fragile

Un Paese tra siccità, incendi e trombe d’aria. Viaggio in un territorio che attende di essere messo in sicurezza

10 Settembre 2026

Mercoledì 9 settembre, ore 14. Sulla Darsena di Viareggio si abbatte una tromba d’aria — o forse un downburst, il meteorologo che lo descrive ammette che a volte è difficile distinguerli, e che in quanto a potenziale distruttivo non c’è molta differenza. Vola tutto quello che si può sollevare: ombrelloni, sdraio, cancellate, le coperture di alcune piscine. A Forte dei Marmi, Vittoria Apuana e Cinquale la grandine arriva grande come palle da tennis, e chi si trova in spiaggia guarda il cielo e pensa “tuoni costanti, speriamo bene” — parole vere, dette da chi c’era, mentre i chicchi cadevano dal cielo grandi come il palmo di una mano. Cade il pino di via Sant’Andrea, a Viareggio, di fianco alla chiesa: un albero già finito più volte nelle polemiche cittadine per la sua instabilità, e che stavolta non ha retto. Chiuso per ore lo svincolo della tangenziale al quartiere del Cotone. A Roncade, nel Trevigiano, una tromba d’aria scoperchia parte della piscina comunale mentre dentro ci sono ancora dei bagnanti, tutti adulti: scappano in tempo, la copertura (installata nel 2019, quindi tutt’altro che vecchia) finisce in frantumi sull’acqua.

Il pino di Sant’Andrea, caduto ieri a Viareggio, dopo che i cittadini si erano opposti all’abbattimento.

Più a nord il bilancio si fa più pesante. In Valcamonica, a Sonico, crolla un ponte ricostruito solo pochi anni prima: decine di persone evacuate. A Chiavari è tutto allagato, Portofino frana, il Friuli dichiara lo stato di pre-allarme. Nella Bergamasca sei paesi restano isolati e 350 persone vengono evacuate perché i fiumi Brembo e Serio sono in piena. Il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, aggiorna i cittadini sui social in tempo reale: ottanta millimetri di pioggia caduti in poco tempo a Zeri, quarantatré in un’ora a Campocecina, Consorzi di bonifica e Protezione civile già operativi sul territorio. L’Agenzia europea per le tempeste severe, l’ESSL, pubblica per il 9 e il 10 settembre un bollettino che parla senza mezzi termini di una configurazione atmosferica “altamente esplosiva”: l’incontro tra correnti fredde nordatlantiche in quota e un mare ancora caldissimo genera un’energia potenziale spaventosa, le condizioni ideali per supercelle, downburst distruttivi, fulminazioni continue e grandinate eccezionali, chicchi fino a oltre cinque centimetri. Quattro regioni finiscono in allerta arancione.

Dopo un’estate di siccità e incendi, è l’altra faccia della stessa fragilità. Non più il suolo che s’inaridisce e brucia, ma il cielo che si scarica tutto insieme, in un pomeriggio, su un territorio che semplicemente non è fatto per assorbirlo. Sono la stessa storia raccontata da due stagioni che arrivano a toccarsi agli estremi, i punti di massima esposizione a un clima che ha smesso di distribuire le sue intemperie con gradualità. E l’Italia, in mezzo, resta quella che è da sempre: un Paese che sa perfettamente dove si trova il rischio, che lo ha spesso già scritto nero su bianco in una mappa, in un piano, in una perizia, in una richiesta di allocazione di risorse, in un resconto dei danni. Ma che fa una fatica cronica a giocare d’anticipo prima che il pericolo si palesi, ancorché annunciato, spesso telefonato.

 

Sante Croci, ore 13. Bisogna tornare al 25 gennaio di quest’anno per vedere cosa succede quando quella fatica cronica si materializza in un disastro vero, non in qualche albero caduto. A Niscemi, entroterra della Sicilia sud-orientale, ore 13: l’asfalto della SP10 si apre. Nelle ore successive un secondo cedimento fa scendere il piano campagna di dieci metri: i residenti del belvedere di Sante Croci vedono le crepe correre sull’asfalto in tempo reale, mentre camminano verso le proprie auto. In pochi giorni il fronte franoso arriva a misurare 4,5 chilometri, con dislivelli fino a 50-55 metri. Si tratta di una delle frane più estese mai registrate in Europa. Entro sera 236 famiglie dormiranno al Palasport “Pio La Torre”, trasformato in dormitorio d’emergenza. Il commissario della Protezione civile, Fabio Ciciliano, arriva in sopralluogo e la mette giù senza girarci intorno: chi ha casa lì non rientrerà più. Con Decreto Legge n. 25 del 27 febbraio 2026 viene nominato Commissario straordinario per l’area proprio lui, il Capo del Dipartimento nazionale. Ad agosto la frana non risulta ancora stabilizzata. In questi giorni una nuova fessurazione di oltre sessanta metri si è aperta nella zona rossa, che pure a marzo era stata ridotta da 150 a 100 metri dal ciglio, permettendo un timido, parziale ritorno alla normalità in alcune vie periferiche. Il danno non si misura solo in case. Niscemi vive di carciofi, è nota in tutta la Sicilia come la “capitale del carciofo”, e i terreni agricoli persi si sommano alle abitazioni interdette.

Non è la prima volta che quella collina cede, e non è nemmeno la seconda. Un cronista dell’epoca, Saverio Landolina Nava, descrisse già nel 1790 un “casma” , ossia un profondo baratro apertosi tra fenditure, vapori sulfurei e otto giorni di terrore tra gli abitanti. Il fenomeno si è ripetuto nel 1970. E soprattutto il 12 ottobre 1997, quando un’altra frana rase al suolo parte del quartiere e costrinse alla demolizione di una chiesa. I risarcimenti alle famiglie di allora arrivarono nel 2011, con un attesa di quattordici anni. Dopo quella frana, la Regione Siciliana bandì comunque una gara per le opere di mitigazione, aggiudicata a un’associazione temporanea di imprese. Una circostanza che smentisce la narrazione semplicistica secondo cui a Niscemi non sarebbe mai arrivato nulla. Il contratto, però, si risolse per inadempimento nel 2010. Da allora, circa 12 milioni di euro già stanziati sono rimasti fermi nelle casse regionali. Sedici anni di silenzio, fino al 2026, quando la collina ha ripreso a muoversi esattamente da dove si era fermata trent’anni prima. Dal 2006, per completare il quadro, l’area risultava già classificata a pericolosità molto elevata nel Piano di Assetto Idrogeologico della Sicilia. Era pressoché tutto scritto, tutto noto, vent’anni prima della frana.

La visione frontale della frana di Niscemi.

Il 15 aprile il procuratore capo di Gela, Salvatore Vella, iscrive tredici persone nel registro degli indagati per disastro colposo. Ci sono i quattro presidenti della Regione Siciliana succedutisi dal 2010 a oggi. Raffaele Lombardo e Rosario Crocetta, di centrosinistra; Nello Musumeci, oggi Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare nel governo Meloni, e Renato Schifani, in carica, di centrodestra. Perfettamente bipartisan, viene da dire, in un Paese dove la responsabilità sul dissesto viene troppo spesso raccontata come una colpa di una sola parte politica. Ci sono i vertici della Protezione civile regionale dell’ultimo sedicennio, diversi dirigenti degli uffici tecnici, la legale rappresentante dell’impresa aggiudicataria del 2000. Una seconda fase dell’inchiesta guarderà al Comune, e in particolare alla gestione delle acque bianche e nere, tra le cause dell’innesco individuate dai geologi.

C’è però un dettaglio che complica la narrazione più scontata, quella secondo cui sono Roma o Palermo a trattenere  i soldi. La Struttura commissariale regionale contro il dissesto idrogeologico, interpellata dopo l’apertura dell’inchiesta, ha risposto pubblicamente di non avere alcuna autonomia nello stanziare fondi: finanzia solo i progetti che il Comune presenta, che l’Autorità di bacino valida, che la piattaforma nazionale ReNDiS (archivio informatizzato di tutti gli interventi per la salvaguardia dal dissesto idrogeologico) registra. Per nove anni, dal Comune di Niscemi, quella richiesta conforme ai requisiti non è mai arrivata. Nemmeno dopo un nuovo smottamento nel 2019, anno in cui la Regione, in via autonoma e al di fuori della prassi ordinaria, finanziò comunque 1,2 milioni di euro per una stabilizzazione parziale del versante ovest e della provinciale SP12. Oggi l’intervento che dovrebbe davvero mettere in sicurezza la collina (un progetto di sistemazione idraulica dell’affluente del fiume Maroglio interferente con la stessa SP12, codice CUP B98H24000790001) è ancora in fase di affidamento della progettazione. Non costruito. Non appaltato. Ventinove anni dopo la prima frana, tredici indagati dopo, Sante Croci aspetta ancora.

 

Una caldera che nessuno sa quando si sveglia del tutto.  C’è poi un rischio che nemmeno un sistema perfetto potrebbe davvero anticipare, perché la sua natura stessa è l’imprevedibilità. Il 31 luglio, alle 19:46, la terra si muove sotto Pozzuoli: magnitudo 4,7, epicentro alla Solfatara, a circa 2,6 chilometri di profondità. Si tratta della la scossa più forte registrata nell’area flegrea dagli anni Ottanta, con uno sciame di repliche che arriva fino a magnitudo 3,8. Ventuno feriti, crolli, il porto di Pozzuoli chiuso, blackout diffusi, treni fermi, migliaia di persone che passano la notte in strada per paura di rientrare in case che potrebbero non reggere.

I Campi Flegrei raccontano la stessa vicenda da oltre mezzo secolo, con un copione che si ripete quasi identico a ogni ciclo: sollevamento del suolo, sciami sismici, paura, evacuazioni parziali e poi, quando l’attività rallenta, l’oblio fino alla crisi successiva. Le due grandi crisi bradisismiche del 1970-72 e del 1982-84 avevano già portato all’evacuazione di parti del comune di Pozzuoli. Prima il Rione Terra, il nucleo storico della città, poi il centro abitato più ampio, con la conseguente costruzione ex novo del quartiere di Rione Toiano per ospitare gli sfollati. Il sollevamento ripreso nel 2005 e lo sciame sismico del settembre 2012 avevano già riportato l’attenzione pubblica sul fenomeno, con il livello di allerta portato ad “attenzione”. Ma è dal 2018 che l’attività sismica è cresciuta in modo pressoché costante, punteggiata da eventi via via più energetici: la scossa di magnitudo 4,6 del 13 marzo 2025, quelle di magnitudo 4,4 e 4,6 del 13 maggio e del 30 giugno dello stesso anno, un nuovo evento di magnitudo 4,4 nel Golfo di Pozzuoli il 21 maggio 2026, fino al picco di fine luglio. Gli studi più recenti, che combinano analisi statistiche e sismicità storica, stimano una magnitudo massima attesa per il fenomeno bradisismico compresa tra 4,5 e 5,0. Si tratta di un tetto che l’evento del 31 luglio ha già sostanzialmente toccato, lasciando aperta la domanda su cosa succeda se venisse davvero superato.

La Solfatara di Pozzuoli.

A differenza di un’eruzione vera e propria, che l’INGV può in teoria anticipare grazie a segnali di degassamento e accelerazioni del sollevamento del suolo, il bradisismo flegreo, che è un fenomeno sismico legato alla dinamica profonda del sistema vulcanico, non un’eruzione, resta per sua natura più difficile da prevedere nella tempistica e nell’intensità dei singoli eventi. Il decreto-legge n. 140 del 12 ottobre 2023 ha introdotto misure urgenti di prevenzione, e negli ultimi tre anni il Dipartimento della Protezione Civile ha più volte attivato lo stato di mobilitazione straordinaria del Servizio nazionale su richiesta della Regione Campania. Il Piano speditivo di emergenza predisposto per l’area non può basarsi su livelli di allerta prestabiliti come avverrebbe per un’eruzione. Si articola invece in tre scenari operativi crescenti, calibrati sui danni via via prodotti a edifici e infrastrutture. Le esercitazioni condotte con Regione, Città Metropolitana di Napoli, Prefettura e i Comuni di Pozzuoli e Bacoli hanno testato l’attivazione di aree di attesa, hub per l’accoglienza della popolazione, procedure di evacuazione parziale e un campo base delle colonne mobili dei Vigili del Fuoco ad Afragola. È un impianto serio, meticoloso. Dd è anche, per ammissione di chi studia il fenomeno da anni, la definizione di un rischio che nessuna macchina, per quanto ben oliata, può davvero addomesticare del tutto, trattandosi di un sistema vulcanico complesso, che non si comporta in modo lineare, e che resta sempre parzialmente scoperto rispetto a un evento realmente estremo.

 

La terra che si abbassa, il mare che sale. A Ravenna il problema non è un evento improvviso come una frana o un terremoto, ma un cedimento lento, quasi impercettibile giorno per giorno e devastante se misurato su una scala di decenni. Il litorale tra Ravenna e Ferrara, in particolare il tratto tra Lido di Spina e la foce del Reno, perde terreno per una combinazione di fattori che si sommano fra loro. Alla subsidenza naturale del suolo (3-4 millimetri l’anno nell’area) si somma l’innalzamento del livello del mare legato al riscaldamento globale, per un abbassamento relativo complessivo di 6-7 millimetri l’anno. A questo si aggiunge la progressiva riduzione dell’apporto di sabbia dal fiume Reno, non più in grado di alimentare naturalmente il litorale a causa della regimaentazione idraulica e della scomparsa delle piene naturali che un tempo trasportavano sedimenti fino alla costa. Il risultato, secondo l’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna, è che dagli anni Ottanta a oggi sono già andati perduti circa 300 ettari di territorio costiero, con la linea di riva arretrata in alcuni punti di 700 metri in settant’anni. Su scala nazionale il fenomeno è tutt’altro che locale. Il 70% delle spiagge italiane risulta oggi a rischio erosione, e in Emilia-Romagna la quota già interessata sale al 18% del litorale, percentuale che salirebbe fino al 30% senza i continui interventi di ripascimento artificiale con cui le amministrazioni tamponano, stagione dopo stagione, un problema strutturale.

Un’immagine emblematica dell’alluvione che colpì Ravenna nel 2023.

Ma il vero simbolo di Ravenna, in questi ultimi anni, sono le alluvioni interne, non l’erosione della costa. Tra il 3-4 e il 16-17 maggio 2023 due ondate alluvionali consecutive hanno investito l’Emilia-Romagna, causando 17 morti e danni stimati in circa 8,5 miliardi di euro, con 21 fiumi esondati e oltre 20.000 sfollati in poche settimane. Il 18-19 settembre 2024 un nuovo evento estremo, alimentato dalla depressione Boris, ha colpito nuovamente gran parte del territorio, incluso il comune di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, già duramente segnato nel 2023. Il 19-20 ottobre 2024, appena un mese dopo, una quarta alluvione in diciotto mesi ha interessato soprattutto il Bolognese, ma con allagamenti anche nel Ravennate. Gli esperti concordano su un punto preciso: la frequenza di quattro eventi estremi in così poco tempo non è casualità statistica. Il riscaldamento dei mari, e in particolare dell’Adriatico, fornisce energia aggiuntiva alle perturbazioni che si formano o transitano sull’area, mentre un suolo già saturo d’acqua dopo gli eventi precedenti riduce drasticamente la capacità di assorbimento anche di piogge relativamente meno intense delle precedenti. Si tratta dello  stesso meccanismo, in definitiva, che due giorni fa ha scaricato acqua e grandine record su Viareggio, sulla Bergamasca e sulla Valcamonica. Un rapporto della Commissione tecnico-scientifica della Regione, pubblicato già a dicembre 2023, indicava tra le misure necessarie la delocalizzazione degli edifici nelle aree a rischio più elevato e l’ampliamento dello spazio di divagazione dei corsi d’acqua. Sono raccomandazioni che il ripetersi degli eventi negli anni successivi ha reso sempre più urgenti, ma che restano solo in parte attuate.

 

Dieci anni dopo, case senza acqua. Il 24 agosto sono trascorsi dieci anni dal terremoto che devastò l’Appennino centrale, causando 299 vittime tra Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto, cui seguirono le scosse successive di ottobre 2016 e gennaio 2017 che estesero il cratere a decine di comuni tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. A un decennio di distanza il bilancio è ancora estremamente complesso. Il commissario straordinario Guido Castelli, in carica dal 2023, rivendica i progressi resi possibili dal programma Next Appennino, finanziato con 1,78 miliardi di euro del Fondo complementare al PNRR: un potenziale di recupero demografico stimato in oltre 44.000 abitanti e un tasso di occupazione nell’area del cratere salito al 66,1%, numeri che raccontano un territorio che prova a ripartire. L’impressione recente che abbiamo avuto in prima persona è francamente differente. I paesi al centro del cratere appaiono ancora spopolati, i centri storici pressoché irrecuperabili. Moltissimi problemi concreti devono ancora essere affrontati. Le abitazioni ricostruite risultano ancora disabitate perché mancano gli allacci ad acqua, luce, gas, fognature. Ci sono poi case finite, formalmente pronte, ma di fatto inabitabili per un cavillo infrastrutturale che nessuno ha ancora risolto.

Il corso di Amatrice a 10 anni dal sisma.

Il sindaco di Amatrice ha attribuito gran parte dei ritardi alla stratificazione burocratica del processo: commissariato straordinario, ufficio regionale, comune, soprintendenza, ognuno con propri tempi e proprie firme necessarie, in una catena che allunga sistematicamente ogni singolo passaggio autorizzativo. Alcune imprese impegnate nella ricostruzione hanno dovuto ricorrere al concordato preventivo o sono fallite del tutto, schiacciate dai ritardi nei pagamenti statali e dal rincaro dei materiali da costruzione degli ultimi anni. Per accelerare i cantieri privati ancora aperti, il 2026 ha portato diverse novità: la fine del sismabonus al 110%, sostituito da 1,3 miliardi di euro di contributi diretti; un nuovo Prezzario unico del cratere, approvato il 4 maggio 2026 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 giugno, che aggiorna i costi parametrici e introduce maggiorazioni per interventi di isolamento sismico e strutture in legno; un sistema di sanzioni progressive per imprese e professionisti in caso di ritardi ingiustificati, con scadenza fissata al 31 dicembre 2026 per i cantieri già scaduti. Il nuovo prezzario, elemento che in pochi hanno notato, estende la propria applicazione anche ai territori di Marche e Umbria colpiti dagli eventi sismici del 2022 e del 2023, unificando di fatto, almeno sul piano tecnico-economico, la gestione di terremoti diversi susseguitisi in meno di un decennio. Dieci anni, tre sismi, un prezzario unico. Con effetti che si apprezzano passando per città tutte cantierate, come Ascoli, dove si è atteso a lungo per poter iniziare i lavori. E la ricostruzione più che non ancora finita appare appena cominciata, difficilmente distinguibile dalle opere pubbliche intraprese per cogliere l’opportunitdel PNRR, non sempre di strettissima utilità.

 

Il 98% che nessuno paga.  D’estate, in Italia, il rischio cambia semplicemente faccia, non intensità. Il primo settembre Salvatore Giglia, 26 anni, muore all’ospedale Civico di Palermo per le ustioni riportate mentre cercava di spegnere l’incendio divampato accanto a casa sua, a Ciminna. Il giorno prima, tra sabato e domenica, il Corpo forestale regionale aveva contato 198 roghi in Sicilia in un solo weekend, con venti mezzi aerei, tra Canadair ed elicotteri, autorizzati a intervenire contemporaneamente su un territorio che, semplicemente, non basta a coprire tutti. Sotto questo profilo, non si è trattato di un’estate anomala, se si guarda a un dato: per il quarto anno di fila nella stagione più calda la Sicilia risulta essere la regione più bruciata d’Italia. Al 26 agosto risultavano andati in fumo 95.345 ettari nel Paese, quasi il doppio della media storica dello stesso periodo, dopo che nel solo 2025 il fuoco aveva già percorso 965 chilometri quadrati di territorio nazionale. Sicilia, Calabria e Campania concentrano da sole, anno dopo anno, circa il 70-73% di tutta la superficie forestale bruciata in Italia, e oltre un quarto di quella superficie ricade dentro la Rete Natura 2000, aree protette per definizione europea.

Secondo le elaborazioni di Legambiente sui dati 2025, il 98% degli incendi italiani ha origine dolosa. Eppure il rapporto tra roghi e denunce racconta una storia parallela, quella dell’impunità quasi totale. In Emilia-Romagna e nelle Marche a ogni incendio corrispondono in media 16-18 denunce, un rapporto che indica una risposta investigativa proporzionata; in Calabria si registra una denuncia ogni 32 incendi; in Sicilia il rapporto è ancora peggiore. Chi appicca il fuoco, nella stragrande maggioranza dei casi, non viene identificato, né, di conseguenza, perseguito. La legge quadro 353 del 2000 ha provato a disinnescare l’incentivo economico più classico e più antico, quello della speculazione edilizia sui terreni bruciati. Vieta per quindici anni qualunque cambio di destinazione d’uso e per dieci anni la costruzione di edifici sulle aree boschive percorse dal fuoco, imponendo ai Comuni di censirle in un catasto entro novanta giorni dall’incendio, pena sanzioni penali per chi non lo fa. Ha ridotto, rispetto agli anni Ottanta e Novanta, i casi di incendio seguito da cemento. Non ha risolto il problema di fondo, l’assenza di un sistema di prevenzione, avvistamento e repressione che resta, anno dopo anno, strutturalmente indietro rispetto alla stagione del fuoco.

Un incendio in Sicilia quest’estate.

In Sicilia, la regione più colpita, il comparto forestale regionale dispone nel 2026 di oltre 291 milioni di euro tra Corpo forestale e dipartimento dello Sviluppo rurale, a cui si sommano circa 20.000 lavoratori forestali stagionali. Si tratta di un bacino occupazionale che da decenni fa discutere più per il suo peso politico-elettorale che per la sua efficacia operativa sul terreno. Il WWF Italia ha dovuto lanciare nel 2026 l’ “Operazione Trasparenza”, per chiedere accesso agli atti e un’audizione all’Assemblea regionale siciliana, sostenendo che manchi ancora, semplicemente, un bilancio unitario capace di dire cosa produca, in termini di ettari effettivamente salvati, una spesa di quella entità. Il copione si ripete pressoché identico ogni anno: si brucia, si contano i danni, si stanziano nuovi fondi emergenziali, si ringraziano i soccorritori, arriva l’autunno e il tema torna in un cassetto fino all’estate successiva. Nel 2026 la Regione ha destinato quasi 30 milioni di euro del Fondo Sviluppo e Coesione all’acquisto di nuovi mezzi fuoristrada e autocarri antincendio. Si tratta certamente un rafforzamento reale, ma che interviene sulla capacità di risposta, non su quella di prevenzione e identificazione dei responsabili, il vero punto debole segnalato dai dati sulle denunce.

 

La montagna che si apre a fiore.  C’è infine un rischio che in Italia non ha ancora, semplicemente, un sistema costruito attorno. Il 27 luglio 2025, alle 2:36 di notte, 36.000 metri cubi di roccia si staccano dal versante di Cima Falkner, nelle Dolomiti di Brenta, in Trentino. I sismografi registrano l’urto a 50 chilometri di distanza. Cinque giorni dopo, il 1° agosto, un secondo crollo – trentadue volte più potente del primo – divora un blocco ancora più grande della montagna. Un anno dopo, nell’estate 2026, i sentieri intorno a Cima Falkner sono ancora chiusi. La via ferrata Benini, il tratto del sentiero 331. Le simulazioni del Servizio Geologico della Provincia di Trento, condotte con droni scanner, dicono senza troppi giri di parole che la montagna “si sta aprendo a fiore”. Non è un caso isolato. Il 25 luglio 2026 il Comitato scientifico del Club Alpino Italiano richiama alla cautela su un’intera lista di pareti dolomitiche sopra i 2.800-3.000 metri (Pelmo, Antelao, Sorapiss, Tofane, Civetta, Marcora, Val Fiscalina), segno che il fenomeno non riguarda una singola montagna sfortunata, ma un intero sistema montuoso che sta cambiando sotto i piedi di chi lo frequenta.

La frana di Cima Falkner.

Il colpevole, in tutti questi casi, è la degradazione del permafrost, il “cemento naturale” che da millenni tiene insieme i versanti sopra i 2.300 metri, e che le temperature in aumento stanno progressivamente sciogliendo. Il fenomeno non riguarda solo le rocce. il ghiacciaio di Solda, in Alto Adige, si è ritirato di 26 metri in un solo anno; quello del Bessanese, in Piemonte, è passato da 1,75 a 0,3 chilometri quadrati di superficie, perdendo 3,9 milioni di metri cubi di volume tra il 2010 e il 2023. In sessant’anni l’Italia ha perso oltre 170 chilometri quadrati di superficie glaciale alpina, secondo la Carovana dei Ghiacciai di Legambiente, che chiede da anni un monitoraggio alpino coordinato a livello europeo sul modello già sperimentato in Svizzera e Germania. Il catasto del CNR registra 722 processi di instabilità naturale sulle Alpi italiane sopra i 1.500 metri nel periodo 2000-2022, con i crolli di roccia al primo posto (36% del totale) seguiti dalle colate detritico-torrentizie (25%): fenomeni concentrati per oltre la metà dei casi proprio nei mesi estivi, quando il caldo scioglie ghiaccio e permafrost nello stesso momento in cui riscalda le pareti rocciose esposte al sole.

A differenza del dissesto idrogeologico o degli incendi boschivi, su cui l’Italia ha comunque costruito, nel tempo, una macchina di prevenzione complicata ma esistente, con leggi quadro, fondi dedicati e catene di comando definite da decenni, il rischio da degradazione del permafrost alpino non ha oggi un impianto normativo e finanziario paragonabile. Per capirci, non esiste un ReNDiS del permafrost, né una legge quadro equivalente alla 353 del 2000 sugli incendi. C’è, dal 2023, un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici che cita in via generale l’aumento dei fenomeni di instabilità in montagna; esiste, dal 2019, la rete “Rifugi Sentinelle del Clima” di CNR e CAI, diciannove siti che raccolgono dati meteo-climatici lungo la penisola. Ma un sistema dedicato di monitoraggio, allerta precoce e messa in sicurezza specificamente tarato sulla instabilità da permafrost è, semplicemente, agli inizi. Il progetto più avanzato in materia, chiamato Frost.ini, è transfrontaliero tra Italia e Austria e riunisce l’OGS di Trieste come capofila, la Provincia autonoma di Bolzano, Eurac Research, il servizio geologico del Salisburghese e la società GeoResearch. Il suo obiettivo dichiarato è monitorare la degradazione del permafrost e produrre linee guida per i gestori di impianti a fune e le amministrazioni pubbliche. È diventato operativo nel 2026, l’ anno dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina, che hanno portato grande attenzione mondiale su quelle montagne. Il sistema che dovrebbe dire quanto sono davvero sicure sta muovendo i primi, timidi passi. E il rischio, per rifugi, impianti di risalita, strade di collegamento delle valli alpine e, nei casi più estremi legati alla rottura di laghi glaciali, interi fondovalle, non ha ancora nemmeno una mappa di pericolosità consolidata su scala nazionale, paragonabile a quelle già esistenti per le frane. Lo si scopre, oggi, un crollo alla volta, anche osservando atterriti cosa accade in altre aree del pianeta, a partire dal Nepal.

 

Privi di copertura. Dietro tutti questi casi c’è una domanda semplice, e la risposta che l’Italia dà oggi non è confortante: chi paga, quando la prevenzione fallisce? Tra il 1980 e il 2022 il Paese ha accumulato 210 miliardi di euro di danni da eventi estremi, la cifra più alta in Europa, contro i 167 miliardi della Germania e i 120 miliardi della Francia. Eppure l’Italia resta tra i paesi europei con il più basso tasso di copertura assicurativa: solo tra il 4% e il 7% delle abitazioni dispone di una polizza contro terremoti e alluvioni, appena il 5% delle imprese è assicurato contro i rischi da calamità naturale, a fronte del 50% della Germania e di oltre il 75% della Spagna. Un rapporto congiunto di BCE ed EIOPA calcola che in Italia solo il 4% delle perdite economiche degli ultimi quarant’anni legate a eventi climatici estremi fosse coperto da assicurazione, contro il 61% della Danimarca e il 47% dei Paesi Bassi. Il divario più marcato riguarda proprio i rischi raccontati fin qui: il 98% dei sinistri da terremoto e il 97% di quelli da alluvione restano oggi privi di copertura in Italia.

Dal 2025 le imprese sono obbligate per legge a dotarsi di una polizza contro i rischi catastrofali, in un partenariato pubblico-privato con SACE; le abitazioni private, no. E il primo vero banco di prova del nuovo obbligo, il ciclone Harry di gennaio (lo stesso evento che aveva innescato la frana di Niscemi) ha mostrato come buona parte dei danni da mareggiata risultasse comunque esclusa dai contratti, perché non rientrante nelle definizioni tecniche standard di calamità naturale. Le stesse polizze, va aggiunto, escludono esplicitamente dalla copertura gli immobili gravati da abuso edilizio privo delle autorizzazioni necessarie: una clausola che, in un caso come quello di Ischia, dove circa ventisettemila domande di condono edilizio si sono accumulate nel tempo su un’isola vulcanica densamente costruita, lascia fuori dalla rete di protezione proprio le migliaia di edifici più esposti al rischio.

Il referto della Sezione delle autonomie della Corte dei conti, deliberato il 15 luglio scorso, mette tutto in fila con la freddezza dei numeri: su 28.276 interventi o lotti censiti nel Repertorio nazionale per la difesa del suolo, solo il 27% risulta concluso, mentre circa un terzo non è ancora avviato o è privo di dati aggiornati. Sul fronte dei pagamenti, il livello raggiunge appena il 41,3% per le opere monitorate e il 44,4% per i progetti PNRR, a fronte di impegni di spesa già arrivati al 79% delle risorse disponibili. Si tratta di un divario enorme tra somme impegnate sulla carta e somme effettivamente uscite dalle casse pubbliche. Non è la disponibilità di fondi il problema principale, scrivono i magistrati contabili, ma la difficoltà di governare una macchina decisionale con troppi soggetti coinvolti e livelli istituzionali sovrapposti. È esattamente lo schema già visto a Niscemi, dove un Comune privo di abbastanza tecnici in organico non è riuscito, per nove anni, a scrivere un progetto finanziabile: un problema, quello della carenza di personale tecnico nei piccoli enti locali, segnalato da tempo da ANAC e dall’Unione Nazionale Tecnici degli Enti Locali, e a cui un concorso pubblico unico per l’assunzione di funzionari tecnici (con graduatorie attese entro giugno 2026) proverà a dare una prima, parziale risposta, quindici anni dopo l’attivazione del portale nazionale ReNDiS.

È lo stesso schema, ancora, di Italia Sicura, la struttura di missione voluta da Matteo Renzi nel 2014 presso Palazzo Chigi, coordinata da Erasmo D’Angelis con la collaborazione dell’architetto Renzo Piano, che rivendicava di aver sbloccato oltre 2,2 miliardi di euro di fondi fermi trasformandoli in cantieri concreti. Chiusa dal primo governo Conte nel luglio 2018, con letture opposte tra chi vi vide un errore politico grave (la stessa maggioranza che l’aveva istituita) e chi, nella nuova maggioranza a Cinque Stelle, la bollò pubblicamente come “uno spot” del governo precedente, da superare restituendo la materia alla titolarità ordinaria del Ministero dell’Ambiente. Da allora, le competenze sul dissesto idrogeologico sono rimaste distribuite tra più ministeri, senza che le sia mai succeduta una cabina di regia altrettanto verificata nei risultati. Il ministro Musumeci ne ha annunciata una nuova nell’aprile scorso, sostenendo che il contrasto al dissesto debba restare saldamente in mano statale anche nelle trattative sull’autonomia differenziata. Nel frattempo, come si è visto, è lui stesso tra gli indagati per la vicenda di Niscemi. Non da solo, concendiamolo, e non per una colpa isolabile a una sola stagione politica, ma come tassello di una responsabilità che attraversa sedici anni e quattro governi regionali di segno diverso.

 

Un pomeriggio di settembre, ancora. Torniamo a Viareggio, alla Darsena, alle due del pomeriggio di due giorni fa. Non è un episodio isolato e non è nemmeno, a ben guardare, una sorpresa: è la stessa Italia dei Campi Flegrei, di Sante Croci, del cratere umbro-marchigiano e delle Dolomiti che si aprono a fiore, vista da un’angolazione diversa. Quella di un martedì di settembre qualunque, con la stagione balneare ancora aperta e gli ombrelloni ancora piantati in spiaggia, gli stabilimenti che contano i danni agli arredi mentre altrove, nello stesso Paese, si contano ancora le famiglie sfollate da gennaio. Il copione, alla fine, è sempre lo stesso, qualunque sia la forma che il rischio decide di prendere quell’anno, frana, bradisismo, alluvione, incendio, crollo in quota, tromba d’aria. Si conta il danno, si stanzia qualcosa, si aspetta la prossima volta, sperando che la prossima volta arrivi più tardi possibile. A Sante Croci, intanto, aspettano ancora.

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