Italia

La scuola che non si ripara

Si ritorna in classe, e gli stanziamenti-lampo del ministro Valditara non valgono la riqualifica necessaria alla nostra edilizia scolastica, che continua a procedere per provvedimenti – tampone, senza pianificazione e con troppa burocrazia.

18 Settembre 2026

Un vecchio amico mi scrive su Whatsapp. Ha appena finito di leggere un pezzo sulla fragilità del nostro territorio. “Sai Andrea, dovresti scrivere della scuola. Della condizione terrificante in cui si trova. Una mia conoscente dopo tanti anni di attesa è finalmente passata di ruolo, ma dopo aver toccato con mano la realtà ha deciso di rinunciare”. “Ciao, come sai non ho figli. Non ho un’esperienza diretta. È un tema che conosco poco”, rispondo, con l’intenzione di scartare un problema che chiede appunto una conoscenza sul campo. I dati però vengono in aiuto, e soprattutto le possibili comparazioni con gli altri Paesi europei. C’è una motivazione che rende difficile tirarsi indietro. Il tema scuola in Italia entra nelle agende dei media e della politica per dieci/venti giorni, a fine agosto, sino al ritorno in classe. Mi ricorda quando, interfacciandomi con i manager delle grandi aziende di entertainment, parlando del largo consumo, a giugno iniziavano a parlarmi di “back to school”. Un momento che cade nel calendario dei consumi, e che viene sfruttato come la possibilità di vendere al target qualsiasi cosa alla popolazione scolastica. Il mondo dell’informazione funziona anche lui così, e l’effimero dell’attenzione politica viaggia in parallelo. Si inizia con la parte hardware (gli edifici, gli adeguamenti, l’assenza di spazi, la dotazione delle aule), si passa poi ai contenuti (i programmi, gli sbocchi formativi e professionali) e si finisce con la crescita dei costi (i libri). Compiuto questo periplo il tema è esaurito e si va oltre, pronti a rispolverarlo tra dodici mesi, o a recuperarlo nei programmi elettorali. Fuori dalla stretta contingenza, la scuola non interessa a nessuno. È attualità, non diventa mai un topic degno di una riflessione allargata. La scuola è settembre. E settembre vola via.

Il ritorno in classe. Il racconto si esaurisce in fretta. A Bolzano la campanella è suonata il 7 settembre. A Trento, in Valle d’Aosta e in Veneto il 10. Il 14 è toccato a Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte e Umbria; il giorno dopo a Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Sicilia e Toscana. La Puglia chiude il calendario il 17. In mezzo, quasi otto milioni di studenti, durante la “sesta ondata di calore” di quest’estate sterminata, con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, costretto a intervenire pubblicamente per placare le richieste di posporre l’inizio dell’attività didattica a ottobre.

Valditara ha risposto con due mosse: uno stanziamento-lampo di 20 milioni di euro per l’acquisto di condizionatori e dispositivi di raffrescamento, presentato quasi come una vittoria di una campagna di comunicazione (“lo avevamo promesso e l’abbiamo fatto”), e, di rimbalzo, il tentativo di scaricare le responsabilità verso il basso, sostenendo che le date del calendario scolastico restano competenza delle Regioni, non del Governo, e che per gli interventi strutturali “ci aspettiamo che gli enti locali facciano la loro parte”. Nel frattempo, un dato circolato nei giorni della polemica ha reso plastica la distanza tra proclami e realtà. Solo il 15% delle scuole italiane risulterebbe dotato di condizionatori, una cifra comunque lontanissima da qualunque soglia di adeguatezza, anche a voler credere alla stima più generosa (il dato più rigoroso, quello di Cittadinanzattiva, basato sull’Anagrafe dell’edilizia scolastica, si ferma al 7,4%). Il Comune di Rosolini, in provincia di Siracusa, ha semplicemente firmato un’ordinanza sindacale e rinviato in autonomia l’inizio delle lezioni al 21 settembre, avendo buon gioco nel bypassare il balletto istituzionale romano.

Questa è la cornice, a cui rischia di restare appeso il dibattito. 20 milioni applicati una tantum come un cerotto, richiami agli enti locali che a loro volta lamentano di non avere risorse, attesa che il caldo si smorzi da sé e faccia dimenticare che le aule sono sfornite di condizionatori. Tanto a giugno le scuole italiane smettono di funzionare dopo una manciata di giorni, demandando alle famiglie l’onere di collocare e occupare i figli per i due mesi mancanti prima che le aziende chiudano. Il cambiamento climatico sotto questo profilo non ha cambiato nulla. Ma è bene chiarirlo subito, prima di addentrarci nei cinque nodi: i cantieri fermi, le verifiche antisismiche mai seguite da un intervento vero, i fondi del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, cioè i finanziamenti europei post-pandemia da spendere entro il 2026) arenati a metà strada non vanno in vacanza a giugno insieme ai ragazzi. Il caldo di agosto è solo il detonatore mediatico, quello che per dieci giorni accende i telegiornali, di una mina che resta innescata trecentosessantacinque giorni l’anno, silenziosa, mentre nessuno la guarda.

Se vogliamo provare a sganciarci dalla cronaca quotidiana dobbiamo focalizzarci sull’edilizia scolastica, mettendo a confronto l’Italia con il resto d’Europa. Ho provato così a individuare cinque domande, cercando la risposta a ciascuna nella documentazione disponibile in Rete. Le ragioni del nostro ritardo sono infatti scritte nero su bianco. Il problema è individuare dove. Pareri amministrativi, decreti ministeriali, relazioni della Corte dei Conti, che quasi nessuno, fuori dagli addetti ai lavori, ha mai letto per intero. Ricostruirle passo per passo, con tutta la loro macchinosità burocratica, aiuta a capire perché la scuola italiana sia schiacciata sotto il peso di un’architettura normativa costruita in modo che nessun soggetto specifico debba mai rispondere di un edificio pericolante.

 Chi risponde quando crolla un soffitto. Partiamo dal dato più duro da digerire: 22.968 edifici scolastici su 39.351, il 58%, non hanno il certificato di prevenzione incendi. Non è un dettaglio da azzeccagarbugli. È la carta che dovrebbe dire, in sostanza, “se succede un incendio, questo edificio è in grado di far evacuare tutti in sicurezza”. E oltre la metà delle nostre scuole non ce l’ha. La domanda, allora, non è “perché è così alta la percentuale”, ma un’altra, più inquietante: perché una percentuale del genere non fa scattare nulla? Nessuna chiusura di massa, nessuna emergenza nazionale, nessun titolo di apertura di telegiornale che duri più di un giorno.

La risposta sta in un documento che quasi nessun genitore ha mai sentito nominare: un parere dell’Avvocatura Generale dello Stato, scritto nel dicembre 2010 e mai superato da allora. Per capirlo bisogna prima sapere come funziona, sulla carta, l’ottenimento di questo certificato. Dal 2011 la procedura è più snella di un tempo: per le scuole più grandi e affollate serve prima un progetto tecnico, poi l’esame dei Vigili del Fuoco, poi, per gli edifici a rischio più alto, un sopralluogo in loco, e solo alla fine il certificato viene rilasciato o rinnovato. Un percorso lungo, che richiede soldi (spesso decine di migliaia di euro per edificio), competenze tecniche negli uffici comunali, e la pazienza di seguire un iter che non finisce mai una volta per tutte, perché va ripetuto ogni volta che cambia qualcosa nell’edificio.

Ecco, quel parere del 2010 stabilisce con chiarezza chi deve occuparsi di ottenere questo certificato: non la scuola, ma il Comune (per le materne, elementari e medie) o la Provincia (per le superiori), in quanto proprietari dell’edificio. E soprattutto stabilisce che il preside — pardon, il dirigente scolastico, come si dice oggi — è del tutto esonerato da ogni responsabilità, se si limita a segnalare per iscritto che il certificato manca. Punto. Non deve chiudere la scuola, non deve inseguire il Comune, non risponde di nulla, salvo il caso, raro, per fortuna, ma non impossibile, in cui il pericolo diventi concreto e immediato. E chi altro potrebbe intervenire? In teoria il sindaco, che per legge è l’unico che può ordinare la chiusura di un edificio pericoloso. In pratica, un sindaco con centinaia di scuole sul territorio e un ufficio tecnico ridotto all’osso non ha né il tempo né gli strumenti per andare a controllare ognuna, e finisce quasi sempre per intervenire solo dopo che qualcosa è già successo. Un pezzo di intonaco caduto, un controsoffitto ceduto, la cronaca che lo costringe.

Il risultato è una specie di gioco delle tre carte scritto nella legge stessa: il preside è coperto se segnala, il Comune non ha i soldi per completare l’iter e ottiene proroga su proroga, il sindaco interviene solo quando è troppo tardi per prevenire e resta solo da contare i danni. Nessuno dei tre, singolarmente, sta violando la norma. Ma l’effetto collettivo è che quasi sei scuole su dieci restano senza un pezzo di carta essenziale, e nessuno ne paga mai il conto.

Cosa accade in Francia. Vale la pena guardare oltre confine, perché in Francia il meccanismo funziona all’opposto. Le scuole francesi sono soggette a un regime molto più severo: ogni istituto deve tenere un registro di sicurezza sempre aggiornato, che una commissione — pompieri, Comune, prefettura — controlla di persona con sopralluoghi periodici. Se il registro è incompleto o irregolare, la commissione può disporre la chiusura amministrativa immediata, senza dover aspettare che accada qualcosa di grave. E se qualcosa accade davvero, il preside francese rischia personalmente fino a un anno di carcere per aver messo in pericolo la vita altrui. Sia chiaro. Non sto descrivendo un paradiso scolastico. La Francia soffre il caldo estivo quanto e più di noi (lo vedremo tra poco, con migliaia di scuole chiuse per le ondate di calore) e ha edifici vecchi esattamente come i nostri. Il punto del confronto non è che lì i problemi non esistano, ma che il sistema francese lavora su soglie di tolleranza zero e scadenze certe: quando la carta manca, qualcuno paga, e paga in fretta. Da noi, semplicemente, no.

Il numero che non torna: sappiamo tutto, e non curiamo niente. C’è un altro dato, nel dossier, che a prima vista sembra quasi un errore di stampa: il 44% degli edifici scolastici italiani si trova in zone ad alta sismicità, ma solo il 4% ha davvero ricevuto un intervento di adeguamento antisismico. Come si spiega questo divario enorme? Qui il colpevole non è (solo) la burocrazia dei permessi, ma un cavillo tecnico che vale la pena raccontare, perché cambia completamente la lettura del problema.

Dal 2003, dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, dove morirono ventisette bambini sotto un tetto che sarebbe dovuto essere sicuro, la legge impone a chi possiede un edificio scolastico di sottoporlo a una “verifica di vulnerabilità sismica”. Verificare ovviamente non  significa curare. La verifica ti dice quanto un edificio è distante dallo standard di sicurezza richiesto oggi per una casa nuova, produce un numero, un indice di rischio. Non tocca un mattone. Il passo successivo, quello che davvero rende un edificio più sicuro, si chiama “miglioramento” (se l’intervento è parziale) o “adeguamento” (se porta l’edificio allo stesso livello di sicurezza di una costruzione nuova), ed è qui che, in Italia, la macchina si inceppa quasi sempre. Migliaia di Comuni hanno fatto la radiografia. Pochissimi hanno fatto la cura.

È lo stesso schema del certificato antincendio, applicato a un rischio persino più grave: l’obbligo normativo c’è, è stato rispettato “sulla carta” (la verifica), ma il passaggio che costa davvero — progettare, appaltare, cantierare, chiudere i lavori — resta bloccato quasi ovunque. Il confronto con il Regno Unito, qui, è istruttivo a patto di non raccontarlo come una favola. Il problema del calcestruzzo RAAC (sigla che sta per “Reinforced Autoclaved Aerated Concrete”), un calcestruzzo areato, leggero ed economico, molto diverso da quello che si usa oggi non è nato nel 2023: è il frutto di decenni di sottofinanziamento dell’edilizia scolastica britannica, esattamente il tipo di trascuratezza di cui accusiamo noi stessi. La differenza non sta nell’aver evitato il problema, ma in cosa è successo dopo averlo scoperto. Quando nel 2023 gli inglesi hanno capito che quel calcestruzzo, usato dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, rischiava di far crollare i tetti senza preavviso, hanno reagito in modo quasi opposto al nostro. Censimento tecnico immediato su tutte le 22mila scuole del Paese, chiusura di 104 istituti nel giro di pochi giorni, e una scadenza pubblica e vincolante, il 2029, con un comitato del Parlamento che ogni pochi mesi convoca il governo per chiedere a che punto siamo arrivati. A oggi il 60% delle scuole coinvolte ha già risolto il problema. Anche qui, il punto di forza non è l’assenza di guai, ma la tolleranza zero e la scadenza certa con cui quei guai vengono affrontati una volta scoperti.

L’Italia, nello stesso lasso di tempo, ha prodotto ben poco di equivalente. La notizia più recente è arrivata l’8 settembre scorso, pochi giorni prima della riapertura di quest’anno: un decreto da 285 milioni di euro per la prevenzione sismica degli edifici pubblici, con la priorità alle scuole e agli altri edifici “strategici” nelle zone più a rischio. Sembra una buona notizia, e in parte lo è. Ma bisogna guardarla con gli occhi giusti: sono soldi che le scuole dovranno contendersi con ospedali e caserme dei vigili del fuoco; arrivano ventitré anni dopo l’obbligo di verifica del 2003; e cadono a soli tre giorni da un annuncio ministeriale (il “superamento di tutti i target PNRR”) che la stessa Corte dei Conti, come vedremo tra poco, racconta in modo molto meno trionfale.

Perché i soldi non sono ancora usciti dal rubinetto. A questo punto viene naturale la domanda più diffidente: ma i soldi, quelli veri, dove sono finiti? La risposta, verificata sui documenti ufficiali, è meno da complotto e più banale, ma non per questo più rassicurante. Non sono spariti, sono incastrati in un imbuto amministrativo.

Il PNRR non funziona come un bonifico diretto da Roma a ogni scuola. Lo Stato assegna i fondi tramite bandi, ma poi tocca ai Comuni (o alle Province, per le superiori ) fare materialmente tutto il resto. Bandire la gara d’appalto, scegliere l’impresa, seguire il cantiere, e infine caricare ogni documento su piattaforme informatiche dal nome tecnico (ReGiS, OpenCUP) che servono a dimostrare a Bruxelles che i soldi sono stati spesi bene. È un lavoro enorme, che un grande Comune con un ufficio tecnico strutturato riesce a portare a termine; un piccolo Comune di provincia, magari con un solo geometra part-time, molto meno.

La Corte dei Conti (l’organo che per legge deve controllare come vengono spesi i soldi pubblici) lo scrive senza troppi giri di parole nella sua Relazione sul Rendiconto 2025: a fronte di un patrimonio scolastico in cui oltre il 41% degli edifici è privo di collaudo statico e il 56% non ha l’agibilità (percentuali molto vicine, ma non identiche, a quelle di Cittadinanzattiva, un dettaglio che dice già molto su quanto sia difficile, persino per due enti che lavorano sugli stessi dati ufficiali, arrivare a un numero condiviso), la capacità di spesa effettiva del Ministero sull’edilizia scolastica si è fermata al 26%. Tradotto in euro: 2,3 miliardi di euro risultavano bloccati nel Fondo Unico per l’Edilizia Scolastica sotto forma di “residui passivi”.  Soldi già stanziati, già assegnati sulla carta, ma mai effettivamente usciti dalle casse dello Stato per diventare un cantiere aperto. La magistratura contabile individua il collo di bottiglia esattamente dove ce lo aspettavamo: non nella fase finale dei lavori, ma in quella iniziale della progettazione, dove molti Comuni più piccoli non hanno le professionalità tecniche per portare avanti gare d’appalto complesse in tempi compatibili con le scadenze europee.

Questo dato, però, convive con un annuncio che sembra raccontare tutt’altra storia. Il 5 settembre scorso, due giorni prima della prima campanella a Bolzano, il Ministero dell’Istruzione ha comunicato di aver “superato tutti i target e gli obiettivi del PNRR per la scuola” entro il 31 agosto 2026, edilizia scolastica compresa. Le due affermazioni non sono necessariamente incompatibili sul piano tecnico: nel linguaggio del PNRR un “target raggiunto” è spesso una tappa procedurale. Un cantiere avviato, un progetto approvato, un bando pubblicato, mentre la “capacità di spesa” misura quanti soldi siano stati davvero erogati fino in fondo. Ma è proprio questo scarto linguistico, tra i traguardi dichiarati e i fondi ancora fermi, a raccontare meglio di ogni altra cosa il problema di fondo. Un cittadino che leggesse solo il comunicato ministeriale del 5 settembre penserebbe che la partita sia chiusa; chi legge la Relazione della Corte dei Conti sa che oltre due miliardi di euro destinati proprio a questo scopo non sono ancora diventati un solo mattone posato. Nel mezzo, il Governo ha provato a correre ai ripari con l’Assestamento di Bilancio, stanziando altri 114 milioni di euro (15 dei quali dalla quota statale dell’8xmille) e cercando di intervenire proprio sulla fase di progettazione. Riconoscendo  implicitamente che il problema individuato dai magistrati contabili è reale.

E qui il divario diventa anche geografico. I dati elaborati dallo Svimez (l’istituto di ricerca specializzato nello sviluppo economico del Mezzogiorno) mostrano che il Mezzogiorno ha rendicontato solo il 39,5% della spesa per le opere pubbliche del PNRR, contro il 52,7% del Centro-Nord. Non perché al Sud manchino i soldi assegnati (sono gli stessi, proporzionalmente), ma perché mancano più spesso le persone e le competenze per portare a termine, nei tempi giusti, l’infinita catena di documenti che ogni euro pubblico oggi richiede. È la prova plastica che avere gli stessi finanziamenti sulla carta non basta. Occorre anche la capacità amministrativa di spenderli, e quella capacità non è distribuita in modo uguale sul territorio.

Settanta milioni di italiani generosi, e un buco nella tracciabilità. C’è poi una storia che riguarda direttamente le tasche di chi legge, ogni anno, in un piccolo riquadro della dichiarazione dei redditi: l’8 per mille. Nel 2025 gli italiani hanno destinato oltre 70 milioni di euro all’edilizia scolastica, che è risultata la voce più votata in assoluto, in crescita rispetto ai 59 milioni dell’anno prima. È un segnale preciso. I cittadini, messi di fronte a una decisione concreta sulle loro tasche, indicano la scuola come prioorità più di ogni altra cosa. Il problema è cosa succede a quei soldi dopo che li abbiamo scelti.

Il Ministero pubblica in Gazzetta Ufficiale gli elenchi dei Comuni beneficiari e degli importi assegnati, e dal 2014 esiste anche una piattaforma pensata apposta. Si chiama GIES, Gestione degli Interventi per l’Edilizia Scolastica e consente di tracciare gli interventi. La trasparenza, insomma, in teoria c’è. Il problema, denunciato dalla stessa Cittadinanzattiva nel suo ultimo rapporto, è che questa trasparenza arriva sempre con un ritardo di uno o due anni rispetto al momento in cui abbiamo firmato la nostra dichiarazione dei redditi, ed è dispersa in decreti e banche dati che pochissimi sanno consultare. In pratica, se un genitore volesse sapere oggi se la sua piccola fetta dei 70 milioni di euro stiano finanziando proprio la scuola di suo figlio, non ha modo di scoprirlo in tempi ragionevoli. In Germania, per fare un paragone, la KfW, che è grosso modo l’equivalente tedesco della nostra Cassa Depositi e Prestiti, una banca pubblica che finanzia gli investimenti di Comuni e Regioni, pubblica ogni anno un rapporto aggregato, leggibile, che dice con precisione quanto manca alla manutenzione delle scuole comune per comune. Da noi lo strumento tecnico per fare lo stesso, in teoria, esiste già. Manca la volontà, o forse solo l’abitudine, di usarlo per comunicare, e non solo per archiviare.

L’aria che respiriamo a scuola. L’ultima domanda è forse la più sorprendente, perché ribalta un pregiudizio. Verrebbe da pensare che l’Italia sia indietro anche sul fronte scientifico, oltre che su quello dei cantieri. E invece no: già nel 2020 l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato uno studio molto dettagliato su come monitorare la qualità dell’aria nelle scuole. Il documento studia muffe, umidità, anidride carbonica, composti chimici volatili, e negli anni successivi ha affinato ulteriormente le linee guida, fino a rendere obbligatori, nelle scuole nuove o profondamente ristrutturate, gli impianti di ventilazione meccanica. Sul piano del sapere, insomma, siamo perfettamente all’altezza dei paesi più avanzati.

Il problema è che tutto questo sapere si attiva solo “a chiamata”. Se un dirigente scolastico sospetta un problema di aria viziata, deve chiedere lui, di sua iniziativa, che l’ASL (l’azienda sanitaria locale) o l’agenzia regionale per l’ambiente venga a fare le misurazioni. Solo se il controllo conferma il problema, scatta l’obbligo per il Comune di intervenire. Ma se nessuno chiede, per mancanza di tempo, di consapevolezza, o semplicemente perché aprire un fronte con un Comune già in affanno sembra una battaglia persa in partenza, quella scuola resta ufficialmente “senza problemi”, per il solo fatto di non essere mai stata misurata. È la stessa identica logica del certificato antincendio: nessun obbligo di controllo sistematico, e quindi nessun dato aggregato che qualcuno sia costretto a guardare.

Cosa accade in Olanda. Il confronto con l’Olanda qui è quasi imbarazzante, in senso buono per loro. Nei Paesi Bassi indagini nazionali ricorrenti hanno permesso di dire, con un numero solo, pubblico e ripetuto ogni anno, che tra il 70 e l’80% delle scuole olandesi ha una qualità dell’aria interna insufficiente, al punto che gli stessi insegnanti, interpellati, danno ai loro edifici un voto medio di 5,7 su 10. È un dato che mette in imbarazzo un paese ricco, con conti pubblici solidi. Ma è anche un dato che esiste, ed è proprio per questo che, prima o poi, qualcuno in Olanda sarà costretto a fare qualcosa. Da noi, semplicemente, quel numero non c’è. E un problema che non ha un numero, si sa, è un problema più facile da rimandare a settembre prossimo.

Le stagioni in cui l’Italia ha costruito bene (e perché non sono mai durate).  A questo punto del racconto verrebbe da pensare che l’Italia sia strutturalmente incapace di costruire scuole decenti. Non è così, ed è importante dirlo, perché la storia dell’edilizia scolastica italiana è fatta anche di stagioni di slancio autentico, che però condividono tutte la stessa caratteristica: sono nate da un’emergenza, non da una politica ordinaria e continuativa, e per questo si sono sempre esaurite.

La prima, e per numeri la più grande, porta il nome di un ministro democristiano: Amintore Fanfani, che nel 1958 lanciò il cosiddetto “Piano decennale della scuola” (1959-1969), varato per rincorrere il boom demografico del dopoguerra e l’estensione dell’obbligo scolastico. Fu un investimento colossale per l’epoca, con oltre 1.386 miliardi di lire preventivati.  Riempì l’Italia di edifici scolastici nuovi, spesso nelle zone rurali dove prima le scuole semplicemente non esistevano. Il piano ebbe un iter tormentato in Parlamento e non fu mai realizzato per intero nella sua versione originaria, ma la sua eredità fisica è ancora sotto i nostri occhi. Buona parte delle scuole italiane che oggi cadono a pezzi, quelle costruite prima del 1976 di cui parlano i rapporti Cittadinanzattiva, sono figlie di quella stagione. Un piano nato per rispondere in fretta a un’emergenza numerica – troppi bambini, troppo poche aule – con progetti standardizzati, spesso ripetuti identici da un capo all’Italia all’altro, pensati per durare il tempo di assorbire l’urgenza, non per attraversare i sessant’anni che poi hanno effettivamente attraversato.

Bisogna aspettare il 1996, con la legge 23  (governo Dini, un esecutivo tecnico sostenuto da una maggioranza di centrosinistra ) perché lo Stato scriva finalmente una cornice organica, distinguendo le competenze tra Comuni (materne, elementari, medie) e Province (superiori) e istituendo un Osservatorio nazionale per l’edilizia scolastica. È la legge che ancora oggi regge l’impalcatura di responsabilità di cui abbiamo parlato, ma che, va detto per onestà, arriva più come sistemazione amministrativa che come piano di investimento vero e proprio.

La seconda stagione di slancio, paradossalmente, nasce dal dolore. Dopo il terremoto dell’Emilia del 2012, un pool di soggetti privati — Confindustria, Confservizi (l’associazione delle aziende di servizi pubblici locali) e i sindacati CGIL, CISL e UIL, riuniti nel Trust “Nuova Polis”, raccolse oltre sette milioni di euro per ricostruire non semplicemente “com’era, dov’era”, ma meglio di prima. Il progetto fu affidato all’architetto bolognese Mario Cucinella, allievo di Renzo Piano, che firmò cinque edifici nel cratere sismico — tra cui un nuovo asilo a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, per sostituire due nidi danneggiati dal sisma. Il dato che rende questo caso interessante non è solo la qualità del risultato, premiato nel 2019 con l’European Sustainability Award della Commissione Europea, ma il suo costo: 1.650 euro al metro quadrato, lo stesso di un edificio “brutto” qualsiasi. La bellezza, in questo caso, non è costata di più: è stato un problema di volontà e di governance (pubblico, privato e sindacati seduti allo stesso tavolo) non di budget.

Una dinamica simile si è ripetuta dopo il terremoto del Centro Italia del 2016, quando il governo Renzi istituì la struttura “Casa Italia” e affidò a Renzo Piano la guida del gruppo G124 per la ricostruzione delle aree colpite, comprese alcune scuole pilota. Una a Sora, in provincia di Frosinone, costruita al posto di un vecchio mattatoio, e una a Macerata firmata proprio da Mario Cucinella. Di nuovo, un intervento nato da una tragedia, con un numero di edifici contenuto  (dieci scuole pilota in tutta Italia) non certo un piano capace di scalfire le decine di migliaia di edifici che ne avrebbero bisogno.

L’ultima stagione, la più recente, porta la firma del PNRR e del governo Draghi. Nel 2022 il Ministero dell’Istruzione, allora guidato da Patrizio Bianchi, chiamò a raccolta un gruppo di architetti di fama internazionale — lo stesso Renzo Piano, Stefano Boeri, Mario Cucinella, Cino Zucchi, Massimo Alvisi, Sandy Attia, affiancati dal pedagogista Franco Lorenzoni, per scrivere le linee guida del concorso di progettazione delle “scuole innovative”.  Edifici pensati non più come contenitori di aule allineate lungo un corridoio, ma come piccoli centri civici, con spazi comuni flessibili, attenzione all’inclusione e ai consumi energetici. Il concorso, finanziato con quasi 1,2 miliardi di euro, ha selezionato oltre 200 progetti in tutta Italia, alcuni dei quali, come si è visto, in Trentino-Alto Adige, con un tasso di realizzazione integrale (demolizione e ricostruzione, non semplice manutenzione) superiore alla media nazionale.

Messe in fila, queste quattro stagioni — il Piano Fanfani, la legge Dini del ’96, la ricostruzione emiliana del dopo-2012, le scuole innovative del PNRR — raccontano una capacità progettuale e architettonica che l’Italia possiede davvero, e che a tratti ha prodotto risultati invidiati anche all’estero. Ma raccontano anche, con la stessa chiarezza, il limite strutturale di questa capacità. Si attiva solo quando la spinge un’emergenza, che sia un boom demografico, un terremoto, una scadenza europea non negoziabile come quella del PNRR,  e riguarda sempre una minoranza del patrimonio scolastico nazionale, mai la sua totalità. Le “cinque pillole di bellezza” di Cucinella sono cinque edifici su trentanovemila. Le scuole innovative del PNRR sono poco più di duecento. Nel mezzo, tra un’emergenza e l’altra, il sistema torna a funzionare, o a non funzionare, secondo la logica frammentata che abbiamo raccontato nei cinque nodi precedenti.

Un pattern, non cinque casi isolati. Se mettiamo in fila queste cinque risposte, la coincidenza colpisce: non è mai un problema di leggi mancanti. L’Italia ha una normativa antisismica dal 2003, regole antincendio via via semplificate dal 1998 al 2011, linee guida scientifiche sull’aria dal 2020, un meccanismo di raccolta e redistribuzione dell’8xmille regolato per legge. Come abbiamo visto, sa persino costruire scuole bellissime quando qualcuno gliene dà l’occasione e la spinta giusta. Il problema è un altro, più sottile. In ognuno di questi cinque sistemi ordinari, quelli che dovrebbero funzionare tutti i giorni e non solo dopo un terremoto o una scadenza europea, la responsabilità è spezzettata tra così tanti soggetti (il preside, il Comune, il sindaco, l’impresa appaltatrice, l’ASL su richiesta) che quasi sempre ognuno di loro può dimostrare, sulla carta, di aver fatto la sua parte, senza che nessuno sia mai davvero l’ultimo a dover rispondere del risultato finale.

Altrove questo punto di non ritorno esiste sempre, da qualche parte nella catena. In Francia è la commissione che può chiudere una scuola su due piedi. Nel Regno Unito è la scadenza del 2029 sorvegliata dal Parlamento. In Olanda è il sondaggio nazionale che nessun ministro può fingere di non aver visto. Da noi, quel punto non è mai stato scritto in nessuna legge. La verità è che la scuola italiana non è rimasta senza manutenzione per distrazione: è strutturata per non averla. Ogni norma, per quanto tecnicamente ben scritta, si ferma un passo prima di dire chi paga quando tutto il resto fallisce.

Per uscire da questo vicolo cieco non servono altri decreti-lampo d’agosto, né ulteriori bandi che i Comuni più fragili non sanno come istruire. Una strada — non l’unica, e non priva di controindicazioni — sarebbe centralizzare la responsabilità della sicurezza scolastica, strappandola al palleggio eterno tra lo Stato che legifera, il Comune che non ha i fondi e il dirigente che si lava le mani con una PEC (una comunicazione via email a valore legale). Non è una ricetta priva di rischi. Un’Italia che negli ultimi trent’anni ha spostato competenze verso Regioni ed enti locali proprio per avvicinare le decisioni ai territori potrebbe replicare, a ragione, che il problema non è troppa autonomia comunale, ma un’autonomia lasciata senza le risorse e il personale tecnico per esercitarla, e che accentrare a Roma la sicurezza di 39mila edifici rischierebbe di ricreare, su scala nazionale, lo stesso collo di bottiglia amministrativo che oggi blocca il PNRR nei singoli Comuni. È un’obiezione legittima, e chi scrive non ha in tasca la controprova che centralizzare funzionerebbe meglio. Quello che i cinque nodi raccontati fin qui dimostrano con più certezza è solo il rovescio della medaglia. Il sistema attuale, frammentato così com’è, produce con regolarità l’assenza di un responsabile finale. Che la cura sia accentrare o, all’opposto, dare finalmente ai Comuni le risorse e le competenze tecniche per rispondere davvero di ciò che possiedono, resta una scelta politica aperta. ma è una scelta che, ad oggi, nessuno ha nemmeno provato seriamente a mettere in agenda.

Finché la scuola resterà un’incombenza condominiale divisa tra mille soggetti senza volto, continueremo a celebrare il rito estivo della campanella con la stessa angoscia di chi sa di abitare in una casa a cui nessuno toglie le fondamenta marce. Gli otto milioni di studenti tornati in classe tra il 7 e il 17 settembre meritano di meglio di un soffitto che resiste “fino a prova contraria”. E il giornalismo, prima di tutti, dovrebbe smettere di ricordarsene solo quando suona la prima campanella.

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