Grandi imprese
Ilva ultima fermata
Al capolinea la vicenda dell’impianto tarantino, dopo una crisi decennale, determinata dalla trasformazione del mercato, ma anche dal gravissimo impatto sulla salute degli abitanti della città pugliese, e dalla striscia inintettorra di morti bianche
L’altoforno di Taranto da mesi lavora a un terzo della sua capacità. Intorno, capannoni semideserti, migliaia di operai in cassa integrazione- L’impianto il venerdì si svuota prima ancora che arrivi il weekend, perché in tanti, quel giorno, restano a casa per turno. È lo scenario che i cronisti hanno raccontato in questi giorni. Gli operai dell’Ilva hanno accolto senza sorpresa la notizia della conferma del blocco dell’area a caldo, in uno stabilimento dove circa 3mila lavoratori su quasi 8mila dipendenti diretti sono già in cassa integrazione e un solo altoforno su tre resta acceso. L’11 settembre 2026 la Corte d’Appello di Milano ha messo la parola fine su una battaglia legale durata quattordici anni, respingendo la richiesta di Acciaierie d’Italia di sospendere la chiusura dell’area a caldo, decisione che comporta lo spegnimento dell’impianto entro il 28 ottobre, perché senza l’area a caldo la fabbrica non può produrre nulla. È l’atto conclusivo di una parabola lunga sessant’anni, quella della più grande acciaieria d’Europa, che ha attraversato il boom economico italiano, gli anni della deindustrializzazione, gli scandali ambientali, i tribunali, l’avvento della finanza internazionale e infine la sua stessa agonia.
1965, nasce il colosso del Sud. Per capire cosa muore davvero a Taranto, bisogna tornare a un cantiere aperto sull’estremo lembo della città vecchia, tra ulivi secolari abbattuti a migliaia per fare spazio a quella che sarebbe diventata una vera e propria cattedrale industriale. La decisione di costruire un grande centro siderurgico a ciclo integrale nel Sud Italia fu presa dal governo, dall’IRI e dalla Finsider tra la fine degli anni Cinquanta, con l’obiettivo dichiarato di trainare lo sviluppo dell’intero Mezzogiorno. Il 9 luglio 1960 viene posata la prima pietra. Il 24 ottobre 1964 si accende il primo altoforno, alla presenza del presidente del Consiglio Aldo Moro. Il 10 aprile 1965 il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inaugura ufficialmente il quarto centro siderurgico italiano (dopo Cornigliano, Piombino e Bagnoli), il più grande di tutti.
I cinegiornali dell’epoca raccontano di un Paese che si guarda allo specchio e si compiace di avere finalmente il profilo di una nazione industrializzata, non solo al Nord, ma anche dove sino a pochi decenni prima esisteva solo il latifondo. Sono gli anni in cui l’Italia produce sempre più acciaio, ferro, lamiere, e li trasforma in automobili, elettrodomestici, infrastrutture. È il materiale grezzo del miracolo economico. Taranto diventa in pochi anni il polmone siderurgico che rifornisce non solo il settentrione del Paese, ma buona parte d’Europa. Migliaia di famiglie pugliesi, lucane, calabresi trovano lavoro dietro quei cancelli. l’Italsider (questo il nome che l’azienda pubblica assume nel 1964, dalla fusione tra l’Ilva storica e le Acciaierie di Cornigliano) diventa sinonimo di riscatto sociale per un territorio che fino ad allora aveva conosciuto solo la prospettiva di fuga dell’emigrazione di massa.

Quel nome, Ilva, incorporato nella nuova ragione sociale come un’eredità silenziosa, non nasce a Taranto. Occorre tornare indietro di settant’anni, quando il ferro italiano evocava due luoghi, Piombino e l’Elba. Nel 1897 nasce a Firenze la Società Anonima degli Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Piombino, primo nucleo di un’industria siderurgica nazionale ancora frammentata e fragile. Pochi anni dopo, nel 1905, sei tra le principali aziende del settore (Elba, Ferriere Italiane, Siderurgica di Savona, Ligure Metallurgica, Terni e gli Altiforni di Piombino della famiglia Bondi) si alleano e danno vita, a Genova, a una nuova società: si chiama Ilva, dal nome latino dell’isola d’Elba, culla millenaria della lavorazione del ferro nel Mediterraneo. Quel nome doveva evocare una tradizione antica quanto gli Etruschi, applicata però a un progetto calato nella realtà del Regno d’Italia, che mirava a costruire un grande stabilimento a ciclo integrale a Bagnoli, vicino Napoli, sfruttando le agevolazioni previste da una legge del 1904 per il rilancio industriale del capoluogo partenopeo.
Sono anni turbolenti. Nel 1911 le principali aziende del comparto si uniscono nel Consorzio Ilva per fronteggiare debiti e sovracapacità produttiva. la Prima guerra mondiale fa esplodere la domanda di acciaio e la produzione di ghisa a Piombino sfiora le 500 tonnellate al giorno, ma la pace porta con sé una nuova crisi. Nel 1921 la ripresa delle esportazioni americane travolge un settore indebitato per impianti sovradimensionati, e il titolo Ilva crolla in borsa. Nel 1918 il finanziere Massimo Bondi ne ha assunto il controllo, fondendola con la propria Piombino sotto il nome di Ilva – Altiforni e Acciaierie d’Italia. È un’azienda che nasce già segnata da un tratto che l’accompagnerà per tutto il Novecento e oltre, la difficoltà cronica di reggersi sulle proprie gambe senza il sostegno, esplicito o implicito, dello Stato.
Quel sostegno arriva, strutturale e definitivo, con la grande crisi del 1929. Le banche italiane, esposte fino al collo verso le imprese industriali, rischiano il collasso sistemico. Nel 1933 il regime fascista fonda l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, che rileva i pacchetti azionari dei principali gruppi in difficoltà, Ilva compresa. È il momento in cui l’ingegnere romano Oscar Sinigaglia, futuro artefice della rinascita del settore, comincia a lavorare a un primo piano di ammodernamento degli impianti a ciclo integrale di Bagnoli e Piombino. Il tentativo fallisce, e nel 1938 le leggi razziali, in quanto ebreo, lo estromettono dalla vita pubblica. Nel 1937 prende forma intanto la Finsider, la finanziaria del gruppo IRI che riunisce sotto un unico cappello Ilva, Cornigliano, Terni e Dalmine. È la nascita ufficiale della siderurgia di Stato italiana, quella che per i successivi sessant’anni deciderà dove e come l’Italia produce il proprio acciaio.
La guerra distrugge gran parte di quel patrimonio industriale. Ma è proprio dalle macerie del 1945 che nasce il capitolo più glorioso della storia. Richiamato da Alcide De Gasperi, Sinigaglia torna alla guida della Finsider e firma quello che passerà alla storia come il Piano Sinigaglia, approvato dal governo nel 1948 e finanziato in parte con i fondi del Piano Marshall. L’idea è tanto semplice quanto ambiziosa: concentrare la produzione di massa in pochi grandi stabilimenti a ciclo integrale (Cornigliano, Piombino, Bagnoli), capaci di competere con la siderurgia del resto d’Europa, abbandonando la logica frammentata e protetta ereditata dal fascismo. Il piano non è privo di oppositori. I grandi gruppi privati, Falck in testa, temono un’invadenza pubblica eccessiva, e il dibattito politico si divide tra chi lo giudica faraonico e chi vi legge, giustamente, la premessa del miracolo economico italiano. I fatti daranno ragione a Sinigaglia. Nel giro di pochi anni la produzione siderurgica nazionale triplica, e l’Italia risale dal nono al sesto posto tra i produttori mondiali di acciaio.
È dentro questa traiettoria, nata da un’alleanza tra aziende toscane e liguri di fine Ottocento, passata per il salvataggio pubblico degli anni Trenta e risorta con il piano di ricostruzione del dopoguerra, che matura, alla fine degli anni Cinquanta, l’idea di un quarto grande centro siderurgico, certamente più ambizioso di tutti. Quello di Taranto. Torniamo dunque agli altiforni tarantini appena accesi, nella seconda metà degli anni Sessanta. Il polo raggiunge le sue dimensioni massime a metà anni Settanta, quando gli occupati diretti sfiorano le 20mila unità, e attorno allo stabilimento cresce un indotto difficilmente misurabile, che indubbiamente dà impiego e una prospettiva di sviluppo in termini medio-lunghi a un bacino strategico per il Mezzogiorno. È allora che, per condizioni esogene, il mercato mondiale dell’acciaio comincia a flettere. Gli shock petroliferi del 1973 e del 1979 fanno impennare i costi energetici proprio nel settore che più ne dipende, mentre il crollo della domanda globale mette in ginocchio tutta la siderurgia europea.
Nel 1980 la Comunità Europea dichiara lo stato di crisi manifesta per il comparto, imponendo tagli di capacità e ristrutturazioni forzate in tutti i Paesi membri. È il momento della disillusione, in cui s’incrina il sogno degli anni Sessanta. La fabbrica pensata come motore inesauribile si scopre sovradimensionata rispetto a un mercato mondiale che cambia volto, con nuovi produttori emergenti in Asia e prezzi sempre più compressi. Nel 1988 Finsider e Italsider, ormai appesantite da debiti pubblici insostenibili, vengono messe in liquidazione. Al loro posto nasce, l’anno successivo, l’Ilva spa. È lo Stato che, ancora una volta, riorganizza la propria industria pesante, nel tentativo di salvarla da se stessa, ossia da una concezione elefantiaca che non ha più ragione di essere.

La privatizzazione e l’impatto dello stabilimento sulla salute dei tarantini. Il 1995 segna la seconda svolta della storia tarantina. Nell’ambito delle grandi privatizzazioni degli anni Novanta, avviate sotto il governo Dini, lo stabilimento passa dalle mani pubbliche al Gruppo Riva, la famiglia bresciana fondata da Emilio e Adriano Riva, già leader privato dell’acciaio italiano. L’operazione, del valore di circa 2.500 miliardi di lire per un’azienda stimata quasi il doppio, viene accompagnata da polemiche sulla congruità del prezzo, ma per i Riva rappresenta l’occasione per costruire un impero. Nel giro di pochi anni il gruppo diventa uno dei principali produttori d’acciaio d’Europa, con Taranto come cuore pulsante. Il colosso ha i piedi d’argilla. In quegli stessi anni, tuttavia, che iniziano a emergere con maggiore evidenza i primi studi epidemiologici che collegano l’attività dello stabilimento a un incremento anomalo di tumori, anche pediatrici, tra la popolazione dei quartieri limitrofi, in particolare il rione Tamburi, letteralmente attaccato al perimetro industriale, separato dagli impianti da poche centinaia di metri e da una collinetta di minerali a cielo aperto. Diossina, benzopirene, polveri sottili. Per anni la fabbrica cresce, produce, dà lavoro, e allo stesso tempo respira ossido di ferro sopra i tetti delle case, tinge di rosso i cortili, entra nei polmoni dei bambini che giocano nei cortili delle scuole elementari a ridosso del siderurgico. Le indagini epidemiologiche condotte negli anni successivi dall’Istituto Superiore di Sanità documenteranno un eccesso di mortalità e di ricoveri per patologie tumorali, respiratorie e cardiovascolari nell’area tarantina rispetto alla media regionale e nazionale, rendendo Taranto un caso di studio internazionale sul rapporto tra grande industria e salute pubblica. È un conflitto che a Taranto diventa quotidiano molto prima che la politica e la magistratura decidano di occuparsene sul serio: da una parte chi difende il salario e il posto fisso, dall’altra chi denuncia una condanna a morte lenta e silenziosa per un’intera città. Per decenni le due ragioni convivono nello stesso cortile di casa, spesso nella stessa famiglia. C’è chi lavora dentro la fabbrica e chi, fuori, ne conta i danni.
Una mattanza lunga trent’anni. C’è poi un secondo registro del dolore, forse meno discusso ma altrettanto radicato nella memoria della città. È quello degli incidenti mortali sul lavoro, dentro gli impianti. Dagli anni Novanta a oggi la cronaca tarantina scandisce con cadenza quasi regolare nomi ed età di operai morti tra altiforni, nastri trasportatori, colate e gru. il 28 ottobre 1998 Osvaldo Tafuto, 46 anni, viene schiacciato da un carroponte all’Altoforno 2 dopo 32 ore di turni consecutivi; nel 2001 Francesco Montervino muore soffocato dai gas residui in una centrale termoelettrica dell’area; nel 2002 il ventiseienne Marco Perrone resta incastrato negli ingranaggi di un nastro trasportatore. Negli anni Duemila si susseguono altre vittime. Luciano Di Natale nel 2006, il diciannovenne Andrea D’Alessandro e il ventiseienne Domenico Occhinegro nel 2007, Antonio Alagni e Zygmunt Paurovvicz nel 2008. Neppure il sequestro giudiziario del 2012 non ferma la scia di morti bianche. Pochi giorni dopo l’ordinanza della gip Todisco muore il ventinovenne Claudio Marsella, schiacciato tra due locomotori, e a fine novembre un fortunale uccide Francesco Zaccaria nella cabina di una gru portuale.
Il caso che più di ogni altro entra nella memoria collettiva è quello di Alessandro Morricella, operaio di 35 anni investito da un getto di ghisa incandescente all’Altoforno 2 l’8 giugno 2015 mentre misurava la temperatura del foro di colata. Ustionato sul novanta per cento del corpo, muore quattro giorni dopo. Nei mesi successivi cadono ancora Cosimo Martucci, travolto da un tubo d’acciaio, e nel 2016 il venticinquenne Giacomo Campo, stritolato da un nastro trasportatore. Nel 2018 è la volta di Angelo Fuggiano, ventottenne colpito da un cavo d’acciaio nell’area portuale; nel 2019 Cosimo Massaro precipita in mare travolto da una tromba d’aria mentre lavora su una gru; nel 2021 Francesco Tomai muore per un malore nel reparto trattamento acque. Anche nel 2026, mentre l’impianto lavora ormai a scartamento ridotto, la mattanza non trova fine. L’anno si apre con la morte di un operaio precipitato durante un intervento su un convertitore dell’unica acciaieria ancora attiva, e nel corso dei mesi successivi altri due lavoratori perdono la vita cadendo da strutture di calpestio cedute sotto il loro peso, spingendo i sindacati a proclamare ore di sciopero e a denunciare, ancora una volta, la manutenzione sacrificata sull’altare del contenimento dei costi. È una lista che nel complesso conta ormai più di venticinque nomi dall’inizio degli anni Duemila. Una geografia del lutto che si sovrappone, quartiere per quartiere, a quella dei tumori.

2012, la magistratura entra in fabbrica. Il punto di svolta arriva il 26 luglio 2012. Nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”, il gip di Taranto Patrizia Todisco firma le prime ordinanze di custodia cautelare a carico dei vertici della famiglia Riva e dispone il sequestro degli impianti dell’area a caldo, ritenuti responsabili di un disastro ambientale sanitario di proporzioni enormi, accumulato in silenzio per decenni sotto gli occhi di autorità sanitarie, amministrazioni locali e governi di ogni colore. È un terremoto istituzionale prima ancora che giudiziario. Per la prima volta un magistrato ordina lo stop totale a una fabbrica che dà lavoro, direttamente e nell’indotto, a decine di migliaia di persone, in una delle aree più povere d’Italia, aprendo uno scontro di principio tra chi rivendica la priorità assoluta del diritto alla salute e chi teme che quella priorità, applicata senza gradualità, si traduca in un altro disastro, questa volta sociale. Scontro mai ricomposto, anche se il governo, il 3 dicembre 2012, di fronte al rischio di un collasso occupazionale immediato, interviene con un decreto legge, che autorizza la prosecuzione della produzione nonostante il sequestro, introducendo per la prima volta il principio secondo cui un impianto di interesse strategico nazionale può continuare a funzionare anche sotto sequestro penale, a condizione di rispettare un piano di risanamento ambientale. Nasce così la lunga stagione dei “decreti salva Ilva”, che negli anni successivi si susseguiranno a ripetizione, sotto governi di segno opposto, da Monti a Letta, da Renzi a Conte, fino a Draghi e Meloni, ognuno dei quali proroga termini, sposta scadenze, rinnova autorizzazioni, senza mai risolvere alla radice il nodo che la sentenza del 2012 aveva sollevato: si può davvero continuare a produrre acciaio, in quel modo e in quel luogo, senza compromettere la salute di chi ci vive intorno?
Nel 2013 il sequestro si allarga. Un maxi-provvedimento, poi in parte ridimensionato nei gradi successivi di giudizio, colpisce beni e conti della famiglia Riva per oltre otto miliardi di euro. Per la dinastia bresciana che vent’anni prima aveva rilevato lo stabilimento sull’onda ottimista delle privatizzazioni, è la fine di un ciclo imprenditoriale durato quasi un secolo. Gli eredi di Emilio e Adriano Riva si troveranno negli anni successivi coinvolti in una serie di procedimenti penali per disastro ambientale doloso, associazione a delinquere e corruzione, con condanne che arriveranno, in gradi diversi di giudizio, a distanza di anni dai fatti contestati. È l’inizio della fine per la proprietà storica dello stabilimento. Travolta dalle inchieste, incapace di reperire le risorse per l’ambientalizzazione promessa, l’azienda viene affidata a un commissariamento straordinario. Lo Stato torna, di fatto, a gestire da vicino la fabbrica che aveva venduto vent’anni prima, questa volta però per tenerla in vita, in un rovesciamento dei ruoli che si ripeterà, con altre forme, per tutto il decennio successivo.

Il nodo mai sciolto del ruolo della magistratura. Proprio a partire da quel 2012 si apre un dibattito che accompagnerà l’intera vicenda fino alla sentenza dell’11 settembre 2026, e che va ben oltre il caso Ilva: fin dove può spingersi un magistrato quando decide le sorti di una fabbrica che pesa sul destino economico di un’intera regione? Da un lato c’è chi, come l’analisi pubblicata all’epoca da “Il Fatto Quotidiano”, riconosce apertamente che la magistratura tarantina abbia fatto “politica industriale” imponendo all’azienda tempi e modalità di bonifica, e sostiene che abbia fatto bene, colmando un vuoto lasciato da decenni di inerzia di governi, enti locali e authority ambientali. La stessa Associazione Nazionale Magistrati, per bocca dei propri dirigenti, ha più volte respinto l’accusa di protagonismo giudiziario parlando di una “supplenza” subita più che cercata. I giudici, si è detto, non decidono per scelta di intervenire dove la politica ha fallito, ma sono obbligati a farlo di fronte a fattispecie di reato che il codice penale impone loro di perseguire, quali il disastro ambientale e le lesioni colpose plurime ai danni dei lavoratori e dei cittadini.
Dall’altro lato, negli anni si è consolidata una lettura opposta, portata avanti da settori della politica, in particolare di centrodestra. Quella di un'”invasione di campo” della magistratura in una materia, la politica industriale ed energetica del Paese, che dovrebbe restare di competenza esclusiva del Parlamento e del governo. È un tema che a Taranto assume contorni particolarmente netti perché a decidere le sorti di uno stabilimento strategico non è, come altrove, un tribunale amministrativo che valuta la legittimità di un atto, ma direttamente un giudice penale che dispone sequestri e, di fatto, blocchi produttivi. Le stesse critiche sono state rilanciate più volte anche in tempi recenti da esponenti del governo Meloni a proposito di altri dossier, dai decreti sicurezza ai rimpatri, fino al Ponte sullo Stretto, in un clima di tensione permanente tra esecutivo e ordine giudiziario di cui la vicenda Ilva resta probabilmente il caso più antico e più politicamente carico.
A fare da spartiacque giuridico, in questo confronto, resta la sentenza della Corte Costituzionale n. 85 del 2013, chiamata a pronunciarsi proprio sul primo decreto “salva Ilva” contestato dai giudici di Taranto. La Consulta, in quell’occasione, non dà torto né ai magistrati né al governo. Stabilisce che nessun diritto costituzionale, nemmeno quello alla salute, sancito dall’articolo 32, può considerarsi automaticamente prevalente sugli altri, dovendo essere bilanciato con il diritto al lavoro tutelato dall’articolo 4 e con la libertà d’impresa dell’articolo 41. La prosecuzione dell’attività produttiva, spiega la Corte, è legittima non perché il diritto alla salute venga sacrificato, ma perché viene subordinata al rispetto di nuove e più severe prescrizioni ambientali, costantemente controllate. È un impianto giuridico che regge per anni, ma che nel 2018 la stessa Corte Costituzionale, chiamata di nuovo a pronunciarsi, giudica ormai squilibrato: il fattore tempo, scrivono i giudici costituzionali, ha reso quel bilanciamento irragionevole, perché le proroghe si sono susseguite senza che le bonifiche promesse venissero davvero completate. È in questa cornice che va letta anche la sentenza dell’11 settembre 2026. I giudici della Corte d’Appello di Milano non fanno che applicare, aggiornandolo all’ennesimo fallimento del piano ambientale, lo stesso principio già enunciato dalla Consulta tredici anni prima. Che si tratti di supplenza necessaria o di indebita invasione di campo resta, ancora oggi, una domanda a cui la politica italiana non ha saputo dare una risposta condivisa.

La gara internazionale e l’arrivo di ArcelorMittal.
Tra il 2016 e il 2017 si apre la fase della ricerca di un nuovo proprietario. Alla gara internazionale partecipano diversi gruppi, tra cui una cordata italiana affiancata dal colosso indiano Jindal, ma alla fine a spuntarla è Am Investco, veicolo controllato da ArcelorMittal, il più grande produttore mondiale di acciaio. Il 5 giugno 2017 l’allora ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda firma il decreto di assegnazione. È la fine dell’era Riva e l’inizio di quella che avrebbe dovuto essere la definitiva internazionalizzazione dell’Ilva. Un gruppo con base in Lussemburgo, controllato dalla famiglia Mittal, che promette investimenti, ambientalizzazione e il rilancio produttivo dello stabilimento più importante d’Europa.
Le premesse, sulla carta, sono solide. Nella pratica, il matrimonio tra ArcelorMittal e Taranto si rivela quasi da subito complicato, e la crisi esplode attorno allo “scudo penale”. Si tratta di una norma, introdotta nel 2015 con un decreto legge, che protegge chi gestisce lo stabilimento in regime di amministrazione straordinaria (e poi anche i vertici di ArcelorMittal) dal rischio di essere perseguiti penalmente per la mancata bonifica, a patto di rispettare le scadenze del piano ambientale concordato con lo Stato. È una tutela controversa, vista da alcuni come indispensabile per convincere un investitore privato ad assumersi un rischio industriale enorme, da altri come un privilegio inaccettabile che mette un colosso multinazionale al riparo dalle conseguenze dei propri inadempimenti. Nel novembre 2019, sotto la pressione di una parte del Movimento 5 Stelle, il Parlamento elimina quello scudo. La reazione di ArcelorMittal è immediata e durissima. Il gruppo notifica ai commissari il recesso dal contratto di affitto con obbligo di acquisto, sostenendo che senza quella protezione legale non può portare avanti il piano ambientale senza rischiare di essere incriminato. È la stessa multinazionale a definire la situazione di “incertezza giuridica e operativa” la causa della propria fuga.
Segue una settimana di caos istituzionale. Il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e il premier Giuseppe Conte tentano una mediazione last minute, mentre lo stesso Movimento 5 Stelle si spacca pubblicamente sul ripristino, sia pure attenuato, dello scudo. L’allora capo politico Luigi Di Maio lo definisce incostituzionale e incompatibile con lo Stato di diritto, mentre altri esponenti del governo temono che la sua abolizione definitiva significhi la fine dello stabilimento. Il 12 novembre 2019 ArcelorMittal deposita in tribunale a Milano l’atto di citazione per far dichiarare l’efficacia del proprio recesso; i commissari straordinari, dal canto loro, presentano un ricorso d’urgenza per bloccarlo, sostenendo che lo scudo penale non fosse una condizione contrattuale che legittimasse l’uscita del gruppo. Il segretario della Cgil Maurizio Landini coglie l’occasione per rilanciare la necessità di un ingresso pubblico stabile nel capitale della società, sul modello di altri grandi gruppi siderurgici europei. Ne segue un lungo braccio di ferro giudiziario e politico, che si trascina per mesi e si conclude con un compromesso solo parziale. Lo Stato, attraverso Invitalia, entra nel capitale della società. ribattezzata Acciaierie d’Italia, affiancando ArcelorMittal in un assetto di proprietà mista, pubblico-privata, che avrebbe dovuto stabilizzare la governance dello stabilimento ma che si rivelerà, negli anni a venire, tutt’altro che risolutivo.
Gli anni successivi sono un susseguirsi di piani industriali annunciati e mai pienamente realizzati, di altiforni spenti e riaccesi, di ricorsi alla cassa integrazione sempre più diffusi, di scontri sindacali e di nuovi decreti governativi per prorogare l’autorizzazione integrata ambientale. La produzione, che negli anni migliori aveva sfiorato gli otto milioni di tonnellate annue, crolla progressivamente fino a una frazione di quella capacità. Nel frattempo la magistratura continua a intervenire: nuove indagini, nuovi sequestri parziali legati alla presenza di amianto negli impianti, nuove prescrizioni sull’Autorizzazione Integrata Ambientale che la proprietà fatica cronicamente a rispettare.
Nel marzo 2026 si tiene l’ennesimo tavolo a Palazzo Chigi tra governo, con i ministri Urso, Calderone e Pichetto Fratin, e sindacati, nel tentativo di trovare una via d’uscita definitiva tra vendita dello stabilimento, piano ambientale e tutela occupazionale. Ma il nodo giudiziario arriva prima di qualsiasi soluzione politica. A fine luglio 2026 una sezione della Corte d’Appello di Milano dispone lo stop definitivo di cokerie e altoforni, ritenendo la presenza di amianto e le violazioni dell’Aia incompatibili con la prosecuzione dell’attività. Acciaierie d’Italia e la gestione commissariale straordinaria presentano ricorso per sospendere l’esecutività del provvedimento, sperando in un ultimo rinvio.
La sentenza che chiude un’epoca. La risposta arriva l’11 settembre 2026, e per Taranto è definitiva. La Corte d’appello di Milano conferma lo spegnimento, respingendo le istanze di Acciaierie d’Italia e della gestione straordinaria e non sospendendo il decreto di fine luglio che dispone lo stop per cokerie e altiforni. La Corte ha stabilito che il diritto alla salute prevale sia sul danno economico che l’azienda avrebbe subito, sia sul rischio della perdita dei posti di lavoro, ritenendo che il governo avesse avuto anni a disposizione per completare l’ambientalizzazione dello stabilimento senza però realizzarla. La fabbrica, così come l’Italia l’ha conosciuta per sessant’anni, smette di esistere nella sua forma storica. Senza l’area a caldo (cokerie, altiforni, il cuore impiantistico dove il minerale di ferro diventa acciaio grezzo), Taranto non può più produrre nulla dall’inizio del ciclo. Può al massimo lavorare semilavorati acquistati altrove, un’attività di trasformazione che non ha nulla a che vedere con l’identità industriale del sito.
Il conto sociale: diecimila posti di lavoro in bilico. Il numero che circola nelle ultime ore è impressionante: la chiusura rischia di travolgere oltre diecimila posti di lavoro in meno di due mesi, tra dipendenti diretti e lavoratori dell’indotto. Già il 4 settembre era stato annunciato, e poi sospeso in attesa della sentenza, il licenziamento collettivo di 2.500 lavoratori dell’indotto. Con la conferma della Corte d’Appello, quella procedura rischia ora di essere riattivata su scala ancora più ampia. I sindacati di categoria hanno chiesto con urgenza al governo la convocazione di un tavolo permanente a Palazzo Chigi e il blocco immediato di ogni licenziamento, definendo la situazione una bomba sociale da disinnescare con interventi straordinari.
Per una città come Taranto, dove l’ex Ilva resta ancora oggi il principale datore di lavoro dell’area, l’impatto non è solo economico ma identitario: intere famiglie hanno costruito tre generazioni di reddito dentro quei cancelli, padri e figli hanno indossato la stessa tuta a distanza di trent’anni, e la prospettiva di uno spegnimento definitivo apre una voragine che il tessuto produttivo locale, fatto in larga parte di piccola impresa e turismo stagionale, non è in grado di assorbire. Nei bar davanti ai cancelli, nei quartieri Tamburi e Paolo VI che per sessant’anni hanno vissuto all’ombra delle ciminiere, convivono oggi sentimenti opposti e ugualmente comprensibili: il sollievo di chi vede finalmente riconosciuto il danno alla salute patito per generazioni, e la paura di chi non sa più, a fine mese, da dove arriverà lo stipendio. È la stessa contraddizione che ha attraversato la città fin dal giorno dell’inaugurazione del 1965, arrivata ora, dopo sessant’anni, al suo punto di non ritorno.
La ricaduta sul sistema Italia. Ma la vicenda dell’ex Ilva non riguarda solo Taranto. Riguarda la capacità del Paese di produrre acciaio in autonomia, in un momento storico in cui quella capacità è tornata a essere considerata, in tutta Europa, una questione di sicurezza economica e non solo di mercato. L’Italia, seconda potenza manifatturiera d’Europa dopo la Germania, dipende dall’acciaio per l’automotive, l’edilizia, la cantieristica navale, l’elettrodomestico, la meccanica di precisione. Senza un polo siderurgico primario a ciclo integrale, il sistema industriale nazionale sarà costretto a importare in misura crescente materia prima dall’estero, in un mercato mondiale dell’acciaio già distorto dalla sovracapacità produttiva cinese e reso ancora più instabile dai dazi imposti negli ultimi anni dagli Stati Uniti e dalle contromisure europee. Anche i Paesi che hanno mantenuto una siderurgia pubblica o parzialmente pubblica, dalla Francia alla Germania, stanno rivedendo le proprie strategie industriali in questa direzione. L’Italia rischia di trovarsi, per la prima volta dal dopoguerra, priva di un attore primario proprio mentre il tema torna centrale nelle agende di Bruxelles e delle principali cancellerie europee.
C’è poi il capitolo giudiziario-politico che resta aperto, forse il più difficile da chiudere di tutti. La vicenda dell’ex Ilva è, da quattordici anni, il terreno su cui si è consumato uno scontro istituzionale senza precedenti tra magistratura ed esecutivo, con la prima chiamata più volte a colmare i vuoti lasciati dalla seconda nella gestione di un dossier che nessun governo, di nessun colore politico, è riuscito a chiudere davvero: né i governi tecnici di Monti, né quelli di centrosinistra di Letta e Renzi, né i gialloverdi e i giallorossi di Conte, né il governo Draghi, né infine quello guidato da Giorgia Meloni, che pure ha ereditato il dossier proprio nella sua fase più acuta. Decreti d’urgenza rinnovati quasi ogni anno, uno scudo penale concesso, revocato e più volte rimesso in discussione, commissariamenti straordinari succedutisi senza soluzione di continuità, ingressi e uscite di capitali pubblici attraverso Invitalia. La storia recente dell’Ilva è anche la storia di una politica industriale italiana incapace di scegliere in modo stabile tra due priorità legittime, il diritto al lavoro e il diritto alla salute — finendo, di rinvio in rinvio, per non garantire pienamente né l’uno né l’altro. È significativo che a mettere la parola fine su questo lunghissimo tira e molla sia stata, ancora una volta, non una decisione politica ma una sentenza. un tribunale, non il governo, a stabilire che il tempo delle proroghe fosse scaduto.
Oggi, mentre l’ultima colata si avvicina, restano aperte le domande più difficili: cosa resterà del sito di Taranto dopo lo spegnimento dell’area a caldo; se e come lo Stato riuscirà a trovare un nuovo assetto industriale, magari orientato alla produzione elettrica da forno, meno inquinante ma anche meno capace di assorbire l’attuale numero di lavoratori; e soprattutto se l’Italia accetterà di diventare, per la prima volta dal dopoguerra, un Paese che l’acciaio non lo produce più su grande scala, ma lo importa. È la fine di un’epoca che era cominciata sessant’anni fa con un presidente della Repubblica che inaugurava il futuro dell’industria italiana, e che si chiude oggi con una sentenza che, in nome della salute pubblica, mette la parola fine a quel futuro.

Nella migliore delle ipotesi, l’impianto superstite potrà sopravvivere come laminatoio, limitandosi cioè a lavorare bramme e semilavorati acquistati altrove, in Italia o all’estero. È la differenza che passa tra produrre e assemblare: un laminatoio non genera valore aggiunto dalla materia prima, lo trasferisce da chi quella materia prima la trasforma davvero. Per l’industria italiana significa perdere l’anello più a monte, e più strategico, dell’intera filiera metalmeccanica. È un arretramento nella catena del valore che nessun singolo governo ha voluto ammettere apertamente, ma che la sentenza dell’11 settembre 2026 rende ormai difficile da negare.
Su questo esito pesano, in proporzioni diverse, tre fattori che hanno accompagnato la vicenda per un decennio e mezzo. Il primo sono i decreti “salva Ilva”, che nel tempo hanno funzionato più da anestetico che da terapia: ogni proroga ha comprato mesi o anni di sopravvivenza produttiva, ma senza mai imporre un piano di bonifica realmente vincolante.
Il secondo fattore è il peso delle perizie tecniche, che nella vicenda Ilva hanno avuto un ruolo per certi versi ancora più decisivo delle sentenze stesse. Sono state le perizie epidemiologiche dell’Istituto Superiore di Sanità a fotografare l’eccesso di mortalità e di patologie tumorali nei quartieri limitrofi allo stabilimento; sono state le perizie chimiche e ambientali commissionate dalla Procura di Taranto a fondare, nel 2012, l’accusa di disastro ambientale; ed è stata una perizia più recentea fornire alla Corte d’Appello di Milano la base tecnica per disporre, nel 2026, lo stop definitivo dell’area a caldo. In una materia enormemente tecnica come la siderurgia, il verdetto dei periti ha finito per orientare, più di qualunque discorso politico, l’esito finale delle aule di tribunale.
Il terzo fattore, infine, è quello degli stanziamenti pubblici, che raccontano meglio di ogni discorso quanto sia costata allo Stato italiano la scelta di non scegliere. Secondo le stime più aggiornate, tra il 2012 e il 2026 il salvataggio dell’ex Ilva è costato ai contribuenti italiani circa 3,6-4,5 miliardi di euro in ricapitalizzazioni, finanziamenti soci e garanzie pubbliche — inclusi i 400 milioni per l’ingresso di Invitalia nel capitale nel 2021, i 680 milioni di finanziamento soci del 2023, altri 320 milioni nel 2024 e 250 milioni ancora nel gennaio 2025 — a cui si sommano, secondo alcune stime complessive che includono anche gli ammortizzatori sociali e i costi indiretti per il sistema Paese, oltre 13 miliardi di euro di impatto economico complessivo in tredici anni. Cifre imponenti, che non hanno però comprato una soluzione stabile, ma solo tempo: esattamente come, in un settore del tutto diverso, è accaduto con Alitalia. Anche lì, per oltre quarant’anni, lo Stato italiano ha versato, secondo le stime di Mediobanca e dell’Osservatorio sui conti pubblici — tra i 10 e i 13 miliardi di euro in prestiti ponte mai restituiti, ricapitalizzazioni e ammortizzatori sociali, prima di arrivare comunque, nel 2021, alla liquidazione della compagnia storica e alla sua rinascita ridimensionata come Ita Airways, oggi in gran parte ceduta ai tedeschi di Lufthansa. In entrambi i casi lo schema si ripete quasi identico: un asset ritenuto troppo strategico o troppo identitario per essere lasciato fallire, una sequenza pluridecennale di interventi pubblici emergenziali privi di un disegno industriale di lungo periodo, e infine un esito che quel disegno lo impone comunque dopo che ogni tentativo di rinviarlo ha solo reso il conto finale più salato. Si tratta della fine di un’epoca che era cominciata sessant’anni fa con un presidente della Repubblica che inaugurava il futuro dell’industria italiana, e che si chiude oggi con una sentenza che, in nome della salute pubblica, mette la parola fine a quel futuro, lasciando allo Stato il conto di un bivio, tra lavoro e salute, che per quattordici anni ha preferito rinviare piuttosto che affrontare.
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