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Dieci parole chiave per comprendere la guerra d’invasione russa in Ucraina. Intervista a Owen Matthews
Le lezioni da trarre dalla guerra russo-ucraina vanno dalla natura del potere nei due paesi fino al modo in cui verranno combattute le prossime guerre. Saremo in grado di farle nostre? Ne parliamo con Owen Matthews, giornalista e autore del libro ‘Overreach’ (HarperCollins).
È un peccato che Overreach. The inside story of Putin’s war against Ukraine (Mudlark / HarperCollins) non sia stato tradotto in italiano. In circa 400 pagine scorrevolissime fornisce un quadro chiaro della guerra d’invasione russa in Ucraina cominciata nel febbraio del 2014 e non ancora finita. Analizza le figure di Volodymyr Zelenskyy e di Vladimir Putin e le rispettive corti, cercando di capirne i meccanismi di formazione decisionale e il peso delle loro responsabilità. Approfondisce i temi economici, soprattutto in merito a questioni energetiche e di commercio internazionale. Infine, presta attenzione ai modi in cui i cittadini comuni di entrambi i Paesi subiscono gli sviluppi, provando anche a interpretarne i sentimenti e le paure mediante interviste sul campo.
L’autore del volume è Owen Matthews, associate editor del settimanale inglese The Spectator. Di madre russa e padre britannico, ha studiato Storia moderna all’Universita’ di Oxford per poi lavorare come corrispondente da Mosca e Istanbul per Newsweek. Abbiamo avuto modo di approfondire con lui dieci temi attraverso altrettante parole chiave estratte dal suo libro.
1) Aspettative
Se mettiamo a confronto l’inizio della guerra con la situazione corrente, c’è un divario enorme tra quelle che erano state le promesse dei leader americani ed europei in particolare e la realtà dei fatti. Già nel giugno e poi nel novembre 2022 Joe Biden disse che l’Ucraina sarebbe stata aiutata con qualsiasi mezzo e finché fosse stato necessario. Quelle parole non sono state rispettate: all’Ucraina non è stato dato ciò di cui aveva bisogno e non per tutto il tempo.
Al momento gli ucraini sono a corto di missili di difesa aerea, cosa che lascia scoperti i loro cieli, e soprattutto di fondi. Un paio di settimane fa Volodymyr Zelenskyy e il suo primo ministro Serhii Koretskyi hanno annunciato che mancano 26 miliardi di Euro sui 90 promessi in prestito dall’UE. Consideriamo che era già stato difficilissimo negoziarlo, e inoltre ha rappresentato l’ammontare massimo che l’Unione potesse offrire. Di certo non si ripeterà.
L’ipocrisia dei leader occidentali ha poi raggiunto l’apice sul tema delle forniture energetiche. Si promise che la Russia sarebbe stata sanzionata e che quindi la loro economia ne avrebbe sofferto irrimediabilmente, ma questo non è accaduto. Se da un lato Joe Biden non poteva rischiare un rincaro improvviso dei prezzi dei carburanti, dall’altro l’Europa non si è mai voluta privare del gas naturale liquefatto (GNL) russo soprattutto dal febbraio 2026, quando è cominciata la guerra in Iran. Il risultato è che l’Europa ha finito per pagare molti più soldi al Cremlino per gli idrocarburi di quanti ne siano stati dati all’Ucraina.
2) Cerchie
È uscito da poco un report dall’Istituto per lo Studio della Guerra sul fatto che Putin venga informato erroneamente sulle avanzate russe. Lo dimostra un video di Andriy Biletsky, oggi a capo del terzo Corpo d’armata ucraino, realizzato dal vivo su di un ponte nella cittadina che la settimana scorsa Putin annunciava di aver occupato. Insomma, è vero che la cerchia di Putin continua ad abbellire la scena agli occhi del leader; e fino a quando Putin continuerà a credere che la guerra stia andando nella maniera che vuole lui non ci sarà alcun incentivo da parte sua ad allentare la tensione. Non a caso, i punti chiave sollevati da Vladimir Putin sono esattamente gli stessi del 2022.
In aggiunta, Putin crede di poter convincere gli americani sul fatto che la vittoria russa sia inevitabile. Purtroppo trovo sempre più difficile dagli torto. Vivrà pure in un mondo tutto suo, ma allo stesso tempo la sua abilità nel distruggere l’economia ucraina e l’operatività delle sue forze armate sul campo sono molto più incisive ora di quanto lo fossero all’inizio della guerra.
3) Oligarchi
Se intendiamo per oligarchi degli imprenditori di spicco che possano intervenire nelle questioni politiche, beh, non se ne vedono più dagli anni Novanta. Putin ha da tempo azzerato il loro potere d’influenza. Da questo punto di vista, l’idea del 2014 di congelare gli asset in Europa e negare i visti ai super-ricchi vicini al presidente russo nella speranza che questo potesse influenzare le decisioni del Cremlino non era solo sbagliato, ma dava a intendere una scarsa conoscenza di come funziona il potere in Russia da parte di chi promuoveva certe iniziative.
I vecchi oligarchi sono stati sostituiti dai siloviki, o ‘securocrats’ in inglese, ossia alti funzionari degli apparati di polizia che detengono ampio potere politico nelle proprie mani. Un esempio è Alexander Bortnikov, direttore dei servizi segreti russi (FSB); un altro è Nikulai Patroshev, stretto collaboratore di Putin su questioni marittime. Si tratta in sostanza di vecchi elementi del KGB che sono diventati progressivamente i signori della Russia nonché membri di rilievo della corte putiniana.
4) Propaganda
C’è stata una cosa sulla quale mi sono sbagliato nel libro, ossia che prima o poi la realtà dei fatti si sarebbe scontrata frontalmente contro la propaganda che i media russi proponevano. In altre parole, sarebbe divenuta un’intrusa inevitabile e pericolosa. Ecco, non solo questo non è mai accaduto, ma a dire il vero la realtà prosegue il suo percorso per conto proprio.
Mi spiego: molti strateghi e sostenitori dell’Ucraina pensavano che bombardando dei siti sul territorio russo, i cittadini di quel Paese avrebbero sentito la guerra avvicinarsi e quindi fatto pressione sul Cremlino perché si smettesse. Sta accadendo l’esatto contrario: gli attacchi ucraini stanno rinforzando la posizione di Putin. Magari danneggeranno l’economia russa, ma politicamente il presidente ne esce meglio di prima; e anzi si corrobora il sentimento che si debba andare avanti e piegare l’Ucraina una volta per tutte.
5) Consenso
È sorprendente notare come il consenso per Zelenskyy si stia erodendo molto di più di quello di Putin. Nell’agosto scorso sono stati pubblicati dei sondaggi secondo i quali gli ucraini considerano la corruzione una minaccia più seria per lo Stato ucraino di quanto non lo siano Putin e le sue forze armate. Come se non bastasse, ben il 57% degli interpellati considera Zelenskyy personalmente responsabile per la corruzione: è una percentuale molto più alta del 25% registrato nell’aprile dello scorso anno. Infine, lo stesso sondaggio mostrava che tutti e tre gli sfidanti indicati per la presidenza sconfiggerebbero Zelenskyy – due dei quali lo doppierebbero in termini di preferenze. In breve, il supporto popolare per Zelenskyy sembra in caduta libera.
Quanto alla Russia, interpretare i risultati dei sondaggi è più difficile per via di costanti elementi contraddittori. Ad esempio, il numero di coloro i quali si ritengono favorevoli ad un accordo di pace è sempre più alto; d’altro canto, però, sono anche tanti quelli che vogliono che la guerra continui sino alla fine, e il supporto per le politiche del Cremlino rimane. Come far andare insieme le due cose? In generale i rilevamenti d’opinione in Russia non sono il mezzo migliore per capire che cosa pensano i cittadini.
6) Autoesilio
Circa un milione di russi andarono in autoesilio all’inizio della guerra nel 2022, ma pare che tra un terzo e la metà di loro siano rientrati. I motivi sono vari. innanzitutto, non è mai stata dichiarata la mobilitazione generale; solo i riservisti, cioè persone con esperienza militare, erano stati richiamati nel settembre 2022, ma poi la richiesta non è stata rinnovata. Altri sono tornati per motivi personali oppure perché vivere e lavorare all’estero presenta molte difficoltà.
Per quanto riguarda l’Ucraina, invece, credo che la grande maggioranza degli uomini in età di servizio preferirebbe lasciare il Paese piuttosto che servire nell’esercito, e le cronache di questi giorni lo confermano. Circolano immagini di persone carpite in mezzo alla strada e gettate a forza in autobus da squadre di arruolamento forzato (la cosiddetta busyfikatsiia). Proprio qualche giorno fa è comparsa su Telegram una foto in cui un autobus pieno di reclute dell’esercito compariva in uniforme, sedute ma tutte con le manette ai polsi. Ecco, se davvero l’Ucraina sia arrivata al punto di mandare i combattenti al fronte in manette direi che le cose si mettono veramente male.
Vorrei anche aggiungere che sino a quando il numero dei disertori era noto pubblicamente, quindi inizio 2026, si contavano 280.000 casi, un numero che supera gli eserciti del Regno Unito, Francia, Germania e Italia messi insieme. Direi che il dato parla da solo.
7) Energia
Ecco un’altra sorpresa: all’inizio del conflitto si pensava che l’approvigionamento energetico fosse un guaio. Ad esempio, nell’estate del 2022 tutti si chiedevano: ‘Ma Putin chiuderà i rubinetti dei gasdotti sottomarini Nord Stream?’ (Il sistema collega direttamente la Russia alla Germania attraverso il mar Baltico, ndr). Difatti per ben due volte Gazprom interruppe le forniture di gas. Quando venne fatto saltare per aria nel settembre 2022 era già inattivo. Io pensavo che questo si traducesse in un disastro per tutto il continente europeo, ma ben prima che le squadre speciali ucraine lo sabotassero i prezzi erano in discesa perché i mercati si stavano adattando al nuovo contesto.
Paesi come la Germania, i Paesi Bassi e l’Italia tra gli altri avevano realizzato dei terminal per la rigassificazione – o, in alternativa, reperito delle strutture galleggianti chiamate FSRU – e acquistavano nel contempo quantità ingenti di LNG sul mercato mondiale a prezzi contenuti. Inoltre, gli Stati Uniti e il Canada si erano proposti di sostituire il gas russo con il proprio; a dire il vero, però, anche i russi aumentarono di molto la loro produzione di LNG e l’Europa è rimasta nel tempo il primo cliente russo di gas naturale liquefatto. Insomma, il timore che la guerra in Ucraina mandasse in crisi il sistema delle forniture energetiche si è rivelato in parte infondato. Va anche detto che né l’UE né gli Stati Uniti hanno mai sanzionato il gas e il petrolio russi, cosa che ha contribuito a tenere i prezzi tutto sommato moderati.
8) Disobbedienza civile
Per quanto concerne l’Ucraina, la disobbedienza civile è limitata: ci sono state delle proteste a seguito della cacciata dell’ex ministro della difesa Mykhailo Fedorov, ma pare che siano state una messa in scena. Gli episodi più seri sinora sono accaduti invece a Ternopil nell’Ucraina occidentale (115 km a est di Lviv). Si tratta di vere e proprie rivolte contro la mobilizzazione forzata, con decine se non centinaia di persone a pestare gli ufficiali reclutatori e attaccare i loro uffici.
Al momento, quindi, si tratta di un fenomeno contenuto, ma sono sicuro che la cosa prenderà altre dimensioni dopo la guerra perché in entrambi i paesi ci saranno tantissimi ex soldati inattivi. E si tratta di gruppi molto violenti, ben organizzati e in fondo criminalizzati dalle società di appartenenza: come potranno, infatti, ritornare alla vita civile? Temo che si possa verificare una situazione simile a quella dei freikorps, ossia membri dell’esercito tedesco che dopo la fine della prima guerra mondiale confluirono in gang paramilitari di estrema destra. Furono loro a destabilizzare la politica di quel Paese tra il 1918 e il 1922.
Non c’è traccia visibile di disobbedienza civile, invece, in Russia. Non si vede nessun segno di una opposizione crescente, né di proteste pubbliche o supporto per movimenti d’opposizione. Per quanto concerne il cosiddetto esilio interno – ossia di coloro i quali scompaiono volontariamente dalla vita civile per estraniarsi dalla società – è un fenomeno diffuso in Russia ma ti dà l’idea di quanto codarda, debole e intellettualmente disonesta sia l’intelligentsia russa. Altro che le studentesse persiane: quelle sì che non hanno paura di sfidare il regime e magari venire arrestate, picchiate, addirittura condannate a morte. I russi non muovono un dito. Credo che qui giochi un combinato disposto di apatia inveterata, viltà, mancanza di impegno sociale e di solidarietà.
Eppure in Russia ci sono state due occasioni in cui delle rivoluzioni hanno portato a cambiamenti politici significativi: una nel febbraio del 1917 e l’altra nell’agosto del 1991. Quelli sono stati movimenti ampi, motivati soprattutto da crisi economiche che obbligarono milioni di persone a protestare nelle piazze. Li ho visti io con i miei occhi nel 1991 a Leningrado: erano arrabbiati e determinati. Niente a che vedere con dei giovani fannulloni che corrono a nascondersi: quella non è una protesta vera, è solo vigliaccheria.
9) MnAGA (Make NAto Great Again)
L’aumento della spesa per armamenti tra i paesi NATO è destinato a durare, ma non necessariamente per ragioni strategiche né patriottiche. Da un lato si è registrato quasi un raddoppio in termini reali dal 2020 a oggi; ora ciascun paese membro si impegna a spendere il 2% del PIL ma con il nuovo accordo siglato a the Hague si dovrebbe arrivare al 3,5% per poi forse salire ancora. Dall’altro la cosa rappresenta innanzitutto un intervento di stimolo fiscale, ossia politiche keynesiane sostenute magari dai fondi di resilienza europei. Secondo il Recovery and Resilience Facility (RRF), infatti, i paesi che prendono denaro in prestito o a fondo perduto possono anche utilizzarli per l’industria della difesa, così da creare lavoro.
Il caso tedesco è particolarmente eloquente. Di quanto messo a budget dalla difesa nel 2026-7, solo il 12% andrebbe a sostenere soluzioni vagamente tecnologiche; ma se poi si va nello specifico, voci come la guerra elettronica coprono appena l’1%. In breve, una grossa parte della spesa tedesca verrà utilizzata per carri armati, proiettili, granate eccetera proprio come si faceva nel 1945. Viene il dubbio che questo denaro servirà più a sostenere colossi tipo Rheinmetall che altro.
10) Difesa
I vari ministri fanno bene a battere cassa coi propri governi perché l’emergenza difesa è autentica, non si tratta di teorie cospirazioniste. Le questioni militari vanno affrontate e risolte appropriatamente. Detto ciò, i problemi sono numerosi.
Il primo è come raggiungere un livello di tempestività soddisfacente. Ad esempio in Ucraina i sistemi anti-drone, quelli che alla prova dei fatti si sono rivelati determinanti sul campo di battaglia, vengono creati a costi bassi da centinaia di piccole industrie mediante un sistema di approvigionamento chiamato BRAVE1; questo permette di soddisfare le richieste dalle unità sul campo nel giro di poche settimane o al massimo qualche mese. Questo modello innovativo non è assolutamente quello in uso presso i ministeri della difesa: nel Regno Unito o negli Stati Uniti i contratti della difesa più consistenti impiegano dai tre ai dodici anni ad essere onorati. Con i tempi che corrono, questi sono tempi impensabili.
Secondariamente, bisogna capire come si dovranno combattere le prossime guerre. C’è un proverbio che dice: ‘I generali si preparano sempre a combattere le guerre passate’, e c’è del vero. Oggi si parla ancora di carri armati, navi da guerra, proiettili et similia, ma quanto contano davvero? A partire dal 2023, nella guerra russo-ucraina i carri armati sono praticamente scomparsi dalla prima linea. Non parliamo poi delle navi da guerra: la flotta russa nel mar Nero o è stata confinata nei porti oppure è stata neutralizzata da un Paese che non ha nemmeno una marina militare degna di questo nome.
Quanto alla fanteria, incluso quella meccanizzata, direi che sta perdendo di significato soprattutto a seguito di una guerra in cui l’idea tradizionale di prima linea è scomparsa. È stata infatti sostituita da una zona di fuoco fluida, larga sino ad un massimo di trenta km, in cui le qualità di chi vi combatte non contano più. Questo è il motivo per cui l’esercito russo è tornato indietro ad un’aritmetica di fanteria da prima guerra mondiale, una roba da Vittorio Veneto o Caporetto: enormi battaglie in cui grandi masse di soldati vengono spinti in avanti a tutti i costi, con tantissimi morti.
Ricapitolando, c’è bisogno di riconsiderare le questioni militari accuratamente, soprattutto andando a colpire gli interessi costituiti all’interno stesso delle forze armate, degli alti comandi e dei meccanismi di procurement. Non dimentichiamo che questa è un’industria che vive innanzitutto di lucrosi contratti pubblici, anche in Italia. Tuttavia, non credo che le società che operano nel settore o i vari eserciti abbiano imparato le lezioni dell’Ucraina, se non altro perché nessun esercito europeo è più forte o più grande di quello ucraino. Le eccezioni parziali sono i britannici e i francesi perché detengono armi nucleari. E ripeto, qui non è solo questione di strategie militari: bisogna ripartire dall’approvigionamento, dai meccanismi degli appalti, dall’acquisizione dei sistemi d’arma. È un percorso tutto in salita, almeno per ora.
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