Storia

Una città vista dalle sue case-museo

La bulgara Plovdiv incontro’ successo nei commerci a partire dalla fine del Settecento. Le famiglie ricche presero a costruirsi delle residenze bellissime, ottomane nella struttura ma europee nelle decorazioni e nel mobilio. Una visita permette di capirne la storia singolare.

21 Giugno 2026

In un venerdi’ pomeriggio di giugno turisti e visitatori passeggiano per i vicoli di Plovdiv, la bella citta’ della Bulgaria sud-orientale a poca distanza dalla Grecia e dalla Turchia. Ci sono turchi, europei, canadesi e americani oltreche’ numerosi asiatici orientali nei ristoranti e bar del quartiere di Kapana, fra i resti archeologici dell’antica Filippopoli e ai giardini reali; ma l’area piu’ frequentata e’ il centro storico con i suoi musei e case storiche ristrutturate. Molte sono aperte al pubblico, altre sono state trasformate in ostelli, caffe’ e piccoli alberghi: visitarle permette di capire in quale contesto siano state costruite, e che cosa possano comunicare del passato.

Innanzitutto il marchio di fabbrica di Plovdiv e’ la varieta’ etnica e religiosa. Albanesi, valachi, macedoni, greci, ebrei e armeni – questi ultimi divenuti piu’ numerosi dopo i massacri ad opera del sultano ottomano Hamid di fine Ottocento – erano attivi nei settori dei commerci, del tessile, della lavorazione del tabacco e del legno e vivevano gli uni di fianco agli altri. A cominciare dal tardo Settecento Plovdiv conobbe uno sviluppo economico notevole anche per via della propria posizione, trovandosi com’e’ tra Bucarest, Sofia e Istanbul. Curiosamente pero’ tra l’identita’ bulgara e quella tardo-ottomana si impose quella greca – vuoi per la vicinanza, vuoi perche’ la cultura ellenica rappresentava il tramite piu’ efficace con la modernita’ europea. I rampolli delle famiglie di mercanti venivano mandati a ‘ellenizzarsi’ negli istituti piu’ all’avanguardia: se infatti da un lato era fondamentale conoscere il greco in quanto lingua dei commerci, dell’amministrazione e della comunicazione pubblica nell’impero, dall’altro chi voleva aspirare a far parte dell’elite cittadina doveva una formazione aulica e sofisticata. Al contrario, cio’ che era turco veniva percepito come vecchio poiche’ l’impero ottomano era rimasto ancorato al passato: non era stato neanche sfiorato dall’illuminismo, dalle spinte secolari, dall’industrializzazione per non parlare degli ideali della rivoluzione francese. La componente bulgara, dal canto suo, veniva identificata con una dimensione rurale e contadina, e percio’ tenuta in disparte.

Questa sovrapposizione d’identita’ culturali la si nota durante la visita delle case-museo, che consistono in abitazioni ottomane a telaio ligneo su due piani, spesso simmetriche, corredate da giardino e cortile laterale o sul retro. Attraverso un portico decorato con pitture murali si accede ad un salone ampio e rettangolare con due vani per lato, tutti delle stesse dimensioni, di solito usati come camere da letto. Una scala in legno portava al piano nobile, giusto di fronte ad un grande salone utilizzato per ricevimenti e pranzi sontuosi; di nuovo vi erano due vani per lato, identici per grandezza, spaziosi e ben illuminati, che fungevano da studio o sala riunioni. Mediante la cosiddetta struttura a sbalzo, il piano superiore era piu’ grande e percio’ sporgeva in direzione della strada sottostante. Le facciate erano poi dipinte uniformemente d’ocra, giallo senape, rosso ruggine o porpora, con delle decorazioni sulle cornici; la visione d’insieme e’ attraente e mai monotona.

Quanto agli interni, i tappeti e le tende erano di produzione locale ma i mobili, gli oggetti d’arte, gli utensili, i libri e gli strumenti musicali arrivavano da Berlino, da Vienna, da Praga. Diversi salotti sfoggiavano delle pitture parietali stanti a rappresentare sguardi su Atene, Venezia, Roma, Alessandria d’Egitto, persino Stoccolma. Lo stile di vita che la grande maggioranza della borghesia del tempo desiderava era ‘alafranga’, ossia all’europea in contrapposizione con quello ‘alaturka’: e infatti alla struttura ottomana si aggiungevano decorazioni e rifiniture di marca europea con i fregi, mobilio e decorazioni delle suppellettili di stile rococo’ oppure neo-classico, con riferimenti costanti alla mitologia greca.

Il fatto e’ che nel periodo in cui le case della borghesia locale venivano edificate, in Bulgaria era in corso un processo di trasformazione dell’economia e della societa’ ispirato a progresso e indipendenza: questo revival nazionale bulgaro, come viene chiamato, era in verita’ piuttosto composito. Trovava la propria origine nello smarcarsi dai vicini greci ma prendendone a prestito gli stessi modelli, gusti, visione del mondo. C’era un dato di fatto: tra i popoli dell’impero i greci spiccavano per la loro abilita’ commerciale, imprenditoriale, nel settore dell’istruzione e delle scienze. Erano anche loro, come i bulgari, cristiani ortodossi – per quanto dal 1872 in poi la chiesa bulgara fosse divenuta indipendente dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli -, ma piu’ urbanizzati e sempre tra i primi a recepire le novita’ che arrivavano da ponente. Insomma, tra questi vicini c’era una relazione d’attrazione e repulsione, nel senso che si condividevano valori e obiettivi simili ma si cercava al tempo stesso di perseguirli in maniera autonoma.

A supportare questi cambiamenti c’era l’ideologia mercantilistica, in voga all’epoca in tutto l’impero: l’esempio piu’ lampante e’ casa Hindliyan, costruita attorno al 1830 da un commerciante armeno di stoffe indiane, Stepan Manuk. E’ decorata esternamente con dei motivi floreali bianchi su sfondo azzurro; al piano terra ospitava le camere in cui viveva la famiglia – la cucina e la lavanderia sono invece sempre separate – mentre al piano nobile vi e’ una grande sala ricevimenti, corredata di fontana a muro dalla quale scorreva acqua di rose. Quattro salotti eleganti piu’ un bagno con riscaldamento a parete alla maniera degli antichi romani danno l’idea dello status della famiglia. Gli interni del piano superiore sono un trionfo di pitture murali tipo trompe l’oeil, soffitti a intarsio, intagli lignei e fregi sorprendenti. Al pari dei ricchi commercianti costantinopolitani, il padrone di casa non avrebbe potuto pubblicizzare il proprio successo personale in maniera piu’ evidente di questa.

Un altro luogo imperdibile e’ la residenza fatta costruire nella seconda meta’ dell’Ottocento dal mercante greco Georgi Katsira, oggi nota come casa di Veren Stambolyan dal nome della famiglia bulgara che poi la rilevo’. Simmetrica nella struttura, la sua facciata e’ dipinta con dei motivi floreali blu su sfondo bianco nello stile ottomano di Edirne; in alto e’ visibile un fregio che segue la cornice esterna del tetto. Le stanze al suo interno sono pregevoli, con dei soffitti lignei intagliati e mura color pastello; per la sua eleganza divenne il punto dei riferimento degli artisti cittadini. Oggi ospita una mostra permanente di Dimitar Kirov (1935-2008), artista turco di nascita ma basato a Plovdiv per quasi tutta la vita. Il contrasto tra i dipinti modernisti di Kirov, influenzati dalle avanguardie prima e dalle tendenze piu’ astratte e informali poi, e lo stile retro’ di cio’ che li circonda e’ intrigante perche’ accorcia le distanze tra una cittadina allora ben stretta dalla camicia di forza negli anni del comunismo dogmatico e un mondo lontano in continuo cambiamento. In maniera coraggiosa, l’artista bulgaro ignoro’ il realismo socialista per perseguire una sua via; riusci’ a farlo proprio dai confini tra Blocco orientale e due Paesi NATO, ossia la Grecia e la Turchia. Riscoprire oggi i suoi tributi a Picasso a stretto contatto con la mobilia ottocentesca, le lampade a olio e i tappeti con i motivi tradizionali di queste parti crea un contrasto di grande fascino.

Ancora oggi, Plovdiv e’ una citta’ di commerci. Ha poco meno di 400 mila abitanti, una presenza industriale non trascurabile, un’universita’ di medie dimensioni e la scena culturale piu’ attiva di tutta la Bulgaria. Le minoranze etnico-religiose si sono ridotte di molto, ma fanno ancora la loro parte. Non e’ possibile rivivere le atmosfere del passato, fatta eccezione per qualche film e i romanzi di Angel Wagenstein; con un po’ di attenzione, pero’, si puo’ cercare di comprendere in che cosa sia consistito il revival pubblicizzato ovunque, e quanto gli elementi che lo compongono siano stati eterogenei per provenienza e significato.

L’ufficio per il turismo cittadino mette a disposizione dei biglietti multipli a prezzi scontati (5 ingressi a scelta a 10,74 EUR).

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