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Le storie che portano: donne in prima linea a Gaza

A Gaza, donne come Nour, Samah e Rafa sostengono la risposta umanitaria mentre vivono sfollamento, lutto e rischio. Le loro storie mostrano la forza invisibile dell’aiuto umanitario.

20 Agosto 2026

In Gaza, dove la vita quotidiana è diventata una sequenza di perdite, sfollamenti e ricostruzioni senza tregua, la risposta umanitaria ha un volto che raramente appare nei titoli: quello delle donne che sostengono intere comunità mentre cercano, allo stesso tempo, di sopravvivere. Nour, Samah e Rafa sono tre di queste donne. Le loro storie rivelano una verità essenziale: dietro ogni tenda montata, ogni famiglia assistita, ogni sito di sfollamento riorganizzato, ci sono lavoratrici umanitarie che portano sulle spalle le proprie ferite mentre aiutano a curare quelle degli altri.

In un territorio dove centinaia di operatori umanitari sono stati uccisi negli ultimi anni, il loro lavoro non è solo professionale: è un atto di resistenza.

Ascoltare per agire: l’umanità come punto di partenza

Ogni azione umanitaria comincia con una storia. Con qualcuno disposto ad ascoltare. Il mondo vede spesso il risultato: una famiglia che riceve assistenza, un rifugio riparato, un sito di sfollamento che migliora i suoi servizi. Quasi mai si vede il processo: le conversazioni, le visite, le ore trascorse tra le tende, la pazienza di ascoltare il dolore degli altri mentre si tenta di contenere il proprio.

A Gaza, molte di queste lavoratrici vivono la stessa crisi delle famiglie che sostengono. Non arrivano dall’esterno: sono dentro, intrappolate nella stessa tempesta. Eppure, ogni giorno tornano sul campo.

Nour: documentare la dignità in mezzo al lutto

Nour è fotografa e operatrice comunitaria. Prima era avvocata, poi volontaria, poi coordinatrice di campo. Il suo percorso riflette una trasformazione segnata dal bisogno di essere vicina alle persone, di comprendere le loro storie e di trasformarle in azione.

Il suo lavoro è attraversato da una perdita irreparabile: il suo fidanzato è stato ucciso nel marzo 2025. Ha potuto prendersi solo pochi giorni di lutto. Tornare al lavoro è stato difficile, ma anche una forma di sostegno. Ogni volta che aiutava qualcuno, sentiva di farlo in sua memoria.

La fotografia è diventata il suo strumento per garantire che le esperienze delle famiglie non restino invisibili. Per lei, documentare non significa solo registrare: significa proteggere la dignità. Puoi approfondire il ruolo della fotografia umanitaria con documentazione etica.

Samah: amplificare voci che il mondo non sente

Samah lavora come coordinatrice dei rifugi. La sua missione è visitare famiglie sfollate, ascoltare le loro preoccupazioni, identificare i bisogni e collegarle ai servizi disponibili. È il ponte tra le donne sfollate e l’assistenza che può fare la differenza tra sopravvivere e scomparire nell’ombra.

Dopo oltre un decennio nel settore umanitario, Samah sa che ascoltare è un atto politico. Ogni visita è un promemoria che la crisi non è astratta: ha nomi, volti, storie ripetute di perdita.

Ogni sera torna a casa con il cuore pesante. Pensava che col tempo si sarebbe abituata, ma la realtà è diversa: “Il dolore delle persone è qualcosa a cui non ci si abitua mai.”

Il suo lavoro garantisce che le preoccupazioni delle donne non vengano ignorate. Puoi approfondire il tema con voci delle donne.

Rafa: ricostruire mentre ricostruisce se stessa

Rafa, 25 anni, è ingegnera di formazione. Oggi lavora come coordinatrice dei siti di sfollamento. Identifica i bisogni, supervisiona i miglioramenti e garantisce che gli spazi dove vivono migliaia di famiglie siano più sicuri e abitabili.

Anche lei vive sfollata. La sua famiglia è a Gaza City; lei a Deir al‑Balah. La distanza è breve, ma il costo del trasporto la tiene lontana da chi ama. Le manca la sua vita precedente, i suoi amici, la sua famiglia.

La sua esperienza personale le permette di connettersi con donne che portano da sole il peso della famiglia. Molte si rivolgono a lei perché riconoscono in Rafa una storia simile alla loro.

“Vivere lo sfollamento mi ha insegnato a essere grata. Vedere le lotte degli altri mi fa apprezzare le benedizioni che ho.”

Puoi approfondire il ruolo delle giovani professioniste con leadership femminile.

La risposta umanitaria come rete di donne

Dal 2023, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e i suoi partner locali hanno fornito oltre 1,3 milioni di assistenze: supporto ai rifugi, gestione dei siti, forniture essenziali. Ma queste cifre raccontano solo una parte della storia.

L’altra parte sono le persone che rendono possibile questa risposta. Persone che hanno bisogno di protezione, sicurezza e sostegno. Persone che lavorano in condizioni estreme, tra bombardamenti, sfollamenti e perdite personali.

Nour, Samah e Rafa rappresentano centinaia di donne che sostengono la risposta umanitaria dall’interno. Le loro storie mostrano che l’aiuto non è solo logistica: è profondamente umano.

L’umanità come forma di resistenza

A Gaza, dove la distruzione è quotidiana e la speranza sembra fragile, queste donne incarnano una forma di resistenza che non appare nei rapporti militari né nelle analisi geopolitiche. Resistono ascoltando. Resistono documentando. Resistono accompagnando. Resistono ricostruendo.

La storia della risposta umanitaria a Gaza non può essere raccontata senza di loro. Sono la prova che, anche nei contesti più devastati, l’umanità persiste.

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