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Lezioni americane : il “popolo a stelle e strisce” “oltre” il tifone Trump nell’onda blu 

Il “popolo americano” e i movimenti “oltre”  Trump (e i trumpismo?) nel disordine Maga
 infranto sull’onda blu di votanti pazienti e resistenti, giovani, motivati, colorati delle tante minoranze

8 Novembre 2026
1  – Popolo americano e movimenti in cammino per ricostruire unità e visione tra inclusione e coesione
Queste forse le prime domande dalle quali ripartire per capire frammenti di presente, luminescenze di passato, per provare a intravvedere schegge di futuro oltre il 3 novembre 2026, dove intanto hanno vinto le “minoranze” che si son fatte maggioranza nel pluralismo come forza storica della crescita americana che è da sempre una crescita nelle diversità culturali, etniche e religiose partendo dal voto alle donne dell’agosto 1920, quando in Italia decollava la violenza del Fascismo. Avendo mobilitato in modo pacifico e partecipato il voto giovanile e delle donne e dunque avendo rinnovato con candidati/e più giovani su temi concreti e vicini al ceto medio e popolare che in questi anni si è impoverito. Il popolo americano con la carica dei/delle 40enni, delle prime due donne “native” e della prima donna “afroamericana” tra le neo-governatrici riafferma i valori occidentali e democratici contro l’ oligarchia di un establishment trumpista inadeguato, corrotto e familista che ha “svilito” lo stesso istituto della Presidenza corrodendone la reputazione e delegando pezzi di potere alle big tech nel controllo dello Stato democratico alla nicchia  dei super ricchi (da Musk a Thiel ad Andriessen e pochi altri). Quindi di fatto rimontando quelle istituzioni intermedie e di controllo, dalla giustizia all’ istruzione (università comprese) alla sanità ( Medicaid) scardinate da Trump e che per questo è stato penalizzato dallo stesso voto repubblicano tradizionalmente “isolazionista” votando contro la guerra in Iran. Allora i Repubblicani di fatto stanno già iniziando lo “scarico” di questo Presidente che ha tentato la sovversione della stessa Presidenza corrompendola dall’interno e che JD Vance si candida a “sostituire”.  Ma sarà complicatissimo “distinguersi” da questo referendum contro il suo Presidente,  così come distinguersi per le big tech che su questo presidente hanno scommesso centinaia di milioni di dollari. Le quasi (finte) dimissioni di Rubio sembrano espressione plateale di questa spaccatura sul dopo Trump, già iniziata. Tra gli sconfitti del 3 novembre ci sono dunque anche le big tech, compresi i piani d’impatto dei mega Data Center avviati da Musk e company in Texas. Come Putin che ha già reagito mobilitando hacker su supermercati, sanità e aerei in Italia e in Europa. Vota anche la borsa risalendo “contro” Trump e trumpismo. Da noi in Italia sarà difficile anche per Meloni distinguersi non avendo peraltro proferito parola sulla guerra in Iran che ha incendiato i prezzi globali del petrolio cosi come sul genocidio a Gaza e avendo speso i suoi primi 5 anni nell’auto-illusionismo del “ponte” tra il tycoon e l’ Europa in diretto contrasto con il ruolo dei fondatori UE, ossia Francia e Germania in primis.
Molti governatori conservatori sono stati sconfitti dai democratici, segnando il passaggio dal rosso al blu. Hanno perso numerosi consensi tra latinos e afroamericani, anche per l’azione violenta e repressiva contro l’immigrazione della milizia privata dell’ICE. Ha pesato anche la marginalizzazione del Congresso: Trump ha governato attraverso ordini esecutivi, senza consultarlo neppure sulle dichiarazioni di guerra, e ha sostituito il corpo diplomatico con amici e fedelissimi, con arroganza, cecità politica ed effetti disastrosi. Ha inoltre abusato dei poteri emergenziali, ricorrendo all’Emergency Economic Powers Act o ampliando l’applicazione del Trade Expansion Act per imporre dazi in nome della sicurezza nazionale, aggirando il Congresso. Sono tutti costrutti illiberali del Project 2025, volti a scardinare il diritto internazionale e a imporre un nuovo ordine eversivo e autoritario.
Allora, parafrasando Abraham Lincoln prima che divampassero le “Guerre di Secessione” : “spingendo “oltre” i demoni perché’ gli angeli tornino a volare”, ma sempre in tensione dinamica tra storia, culture, etnie, valori, tradizioni e – anche – tra visioni e temperamenti. Un equilibrio dinamico in perenne tensione appunto e spesso emergente dall’incontro pacifico e virtuoso tra differenze ma anche dallo scontro anche violento tra conservazione e progresso, tra innovazione e protezione, tra competizione e cooperazione, tra pubblico e privato. Quell’equilibrio dinamico che Trump ha cercato di recidere in radice nell’illusione forse di “fermare la storia” in una torsione impropria di riconfigurazione di ciò che la Statua della Libertà ha rappresentato per 250 anni. Ossia il cuore pulsante di un motore che ha sempre spinto in avanti il confine tra libertà e tirannia nella protezione e dignità di uomini\donne liberi di scegliere il loro destino attraverso l’unico mezzo possibile finora noto e che l’emersione dell’Occidente come destino ci ha consegnato e cioè la democrazia con i suoi pesi e contrappesi di adattamento tra poteri primari distinti e integrati: esecutivo, legislativo e giudiziario. “Poteri circolari” di mitigazione di quelli secondari innestati tra Stato e Mercato, e poi terziari tra competizione e cooperazione fino a quelli quaternari tra individuo e collettività. Questa l'”anima antica e profonda” di un Occidente in cammino nello scontro-incontro di Civiltà e che ha rappresentato e rappresenta il perno del nostro presente traguardando al futuro e facendo tesoro di un passato complesso e turbolento che ha portato alla nascita degli USA come prima grande democrazia moderna. Un’anima di “Grande Nazione ” che non si cambia con un colpo di frusta o un batter di ciglia, né la si “scambia” con denaro e/o potere (anche fosse di una super – tecnologia tipo l’ AI), né la si può “commutare” cancellando o riscrivendo alleanze storicamente consolidate da dolorosi processi condivisi verso la libertà ( “Guerre di Secessione”, “Guerre  Mondiali” ) compresi gli attacchi terroristici (Twin Towers, 11 settembre 2001).
2 – Grande affluenza tra omogeneità (dei delusi) Maga e disomogeneità’ dei (rimotivati) democratici verso 2028
La grande affluenza a queste midterm ha detto soprattutto questo, con il no ad una divisione artificiosa e artificiale di quella “anima profonda”, scritta e non scritta, come architrave di una storia lunga che non può e non deve essere demolita né per ragioni di potere, né per ragioni di arricchimento personale-familistico-clanico o peggio, per egotismi vari. Rifiutando dunque una “forzata polarizzazione” per scopi oscuri e obliqui tra (iper) conservatori e progressisti che va invece ricomposta e riportata sulla “retta via” di una “convergenza tra diversità” che concorre con strumenti alternativi al ” bene comune”, unita nelle regole costitutive e costituzionali di base. “Ricomponendo” la stessa divergenza o asimmetria tra omogeneità dell’elettorato repubblicano e disomogeneità di quello democratico come fonte generativa stessa di questa Grande Democrazia moderna e che Trump e il trumpismo hanno cercato di “disaccoppiare violentemente” cercando il primato di una sull’altra forzando la stessa “struttura federale” quale barriera ultima contro i rischi di una “monarchia totalitaria ed eversiva”.
Ripartendo da un ricambio generazionale che è di idee e di strumenti appropriati dove servono soprattutto giovani e donne (trentenni e quarantenni) e confermando una struttura ” federale” del potere come necessità di un Grande Paese con ambizioni di “governo del mondo”.  Da qui è allora partita la corsa al traguardo di “svolta” per il 2028 anche con la corsa di una donna che al “terzo tentativo” forse questa volta potrà farcela.
Ma un tale ricambio generazionale nella stabilità dei poteri federali potrà avvenire solo ” unendo il paese” nell’inclusione virtuosa delle sue molteplici minoranze come fonti ecosistemiche di ascensione sociale e di competitività nella creatività degli apporti al “bene comune”. Ripensando alla crescita di un paese indebitato con adeguate riforme della sanità, della scuola, dell’istruzione superiore, dei trasporti per accrescere il valore del capitale umano, sociale e certo della difesa per una più stabile e sicura protezione infrastrutturale anche in riferimento agli investimenti AI che vedono la rincorsa della Cina da un lato e l’imprevedibilità aggressiva di Putin dall’altra. Spingendo quindi per il ritorno al perimetro virtuoso del diritto internazionale e di un “multilateralismo aperto e dinamico”, tra alleanze storiche e nuove alleanze alla ricerca di fonti di equità negli scambi internazionali come motore primario del commercio internazionale e che solo crescendo può produrre benefici del tipo “win-win” tra inclusione e responsabilità nella sostenibilità condivisa e se con meno dazi meglio.
3 – Dopo le midterm 2026 un mondo più sicuro tra diritto internazionale e multilateralismo?
Certo dopo questo esito delle midterm forse il mondo torna ad essere un pò più sicuro rafforzandosi lo “spirito democratico e le sue istituzioni di pesi e contrappesi” a mitigazione dell’ esercizio di un “presidenzialismo monarchico” inutilmente assertivo all’interno ( in buona parte bloccato dai tribunali USA) oltre che disastrosamente aggressivo all’esterno in quanto mancante di un disegno di mondo condiviso e in pace e avvolto in uno “schizofrenico avventurismo” anti- isolazionista e in contrasto con gli stessi Maga e con gli alleati storici  a  Occidente  e senza prospettive a Oriente (Board of Peace docet). Traiettoria che ha portato al pantano di Hormuz e Bad el Mandeb con effetti sui prezzi globali energetici e dunque soffiando su diffuse dinamiche inflazionistiche. Una mancanza strutturale di visione rinchiusa in un formidabile e paralizzante conflitto di interesse aggravato da una gestione familistica del potere e della ricchezza personale – dunque – che iniettando più instabilità e più imprevedibilità rispetto  ha alimentato quei conflitti, che mercati e finanza hanno letto e leggono come “ostacoli materiali” (prima che immateriali) alla libera circolazione di merci e capitali, oltre che di uomini e competenze decostruendo gli “stati di fiducia” e quindi “spegnendo il mondo”. Una traiettoria che ha diviso lo stesso mondo Maga e certo quello repubblicano, costretti a reinventare una strategia politica per guardare al 2028 che si avvicina pericolosamente e che non potrà che essere “senza Trump” e con le anime conservatrici già ora in conflitto (Vance vs. Rubio?).
L’ America profonda e quella democratica hanno parlato e sembrano convergere almeno su questa traiettoria di un futuro “oltre Trump” alla ricerca di più coesione. All’ Europa spetta di superare timori e timidezze mostrate nel “contrasto” alle politiche del disordine trumpista recuperando unità e direzione di marcia guidata da diritto internazionale, riduzione della dipendenza energetica e riforme del welfare per l’equità e l’inclusione in un restaurato quadro multilateralista.
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