Energia
La pompa del sindaco e lo Stato azionista
Nell’emergenza dei prezzi dell’energia, un sindaco compra una pompa di benzina per calmierare il mercato. Tutti lodano una politica industriale su scala locale, ma è ormai impensabile chiedersi quale ruolo possano svolgere imprese strategiche di cui lo Stato è ancora azionista
È curioso l’entusiasmo con cui si racconta la storia del bravo sindaco che, per contrastare il caro benzina, compra una pompa e vende carburante a prezzi più bassi. L’iniziativa è intelligente e persino efficace localmente, ma colpisce che venga salutata come una piccola invenzione amministrativa senza ricordare che l’Italia possiede ancora, su scala incomparabilmente maggiore, gli strumenti per fare qualcosa di non troppo diverso, se non negli impatti.
Uno di questi si chiama ENI, e accanto a ENI, se allarghiamo lo sguardo dal carburante all’energia, c’è Enel. Non sono più le imprese pubbliche che abbiamo conosciuto nel Novecento, sono società quotate, operano sul mercato, rispondono anche ad azionisti privati e devono rispettare le regole europee sulla concorrenza. Lo Stato però ne è ancora un azionista decisivo, incide sulla nomina dei vertici e soprattutto continua evidentemente a considerarle strategiche, altrimenti non si comprenderebbe perché abbia conservato quelle partecipazioni.
Non serve qui riaprire la discussione sulle privatizzazioni degli anni Novanta, transeat; avevano ragioni finanziarie, industriali, europee e ideologiche, alcune fondate e altre assai più discutibili, e appartenevano comunque a una stagione nella quale sembrava che la proprietà pubblica fosse quasi inevitabilmente meno efficiente del mercato. In ogni caso, ENI ed Enel sono state privatizzate ma non completamente privatizzate, lo Stato ha scelto di restare, e la domanda è dunque a che cosa serva essere rimasto.
Naturalmente il governo non può telefonare all’amministratore delegato di ENI e ordinargli il prezzo della benzina, né può chiedere a una società quotata di comportarsi come un ufficio ministeriale, tanto più che ormai i politici si vantano di non interferire e lasciar fare al mercato, pace all’anima loro. Esistono responsabilità degli amministratori, interessi degli altri azionisti e norme sulla concorrenza, e una politica di vendita sistematicamente sottocosto finanziata dal bilancio pubblico porrebbe problemi evidenti.
Ma tra questo e sostenere che lo Stato non possa fare nulla c’è uno spazio di politica industriale, perché nessuna legge impone a un’impresa di massimizzare il margine su ogni litro venduto, e fare concorrenza abbassando i prezzi non è normalmente una violazione della concorrenza, è proprio ciò che la concorrenza dovrebbe produrre. Un grande operatore può scegliere margini inferiori per costringere i concorrenti a reagire, e un azionista può discutere con il management la strategia dell’impresa, tanto più quando quell’azionista è lo Stato e il settore è strategico.
ENI non può naturalmente decidere da sola il prezzo nazionale dei carburanti, così come Enel non determina da sola quello dell’elettricità. Petrolio e prodotti raffinati hanno prezzi internazionali, sulla benzina pesa enormemente il fisco e il mercato elettrico è ancora più complesso. Pensare che basti un ordine a due amministratori delegati per risolvere il caro energia sarebbe semplicemente sbagliato.
Ma non è possibile che in una fase nella quale il costo dell’energia torna a essere un’emergenza nazionale, lo Stato azionista e la politica continuano a parlare di “extraprofitti”, e non si chiedono se le partecipate possano contribuire a esercitare una pressione concorrenziale sui prezzi, compatibilmente con la loro solidità economica. Perché l’unico comportamento immaginabile per l’azionista pubblico dovrebbe essere nominare gli amministratori, incassare dividendi e osservare le proprie imprese comportarsi esattamente come qualunque altro operatore privato?
È una questione che va persino oltre ENI ed Enel, perché le privatizzazioni hanno modificato la forma dell’intervento pubblico nell’economia, ma non lo hanno cancellato. Abbiamo conservato partecipazioni importanti in imprese strategiche senza chiarire fino in fondo quale funzione debbano svolgere. Se servono soltanto a produrre dividendi, lo Stato si comporta come un grande investitore finanziario, mentre se continuiamo a definirle strategiche dovrebbe esistere anche una strategia, specialmente nelle fasi di emergenza.
Nel Novecento l’impresa pubblica non serviva soltanto a produrre beni e servizi che il mercato non produceva, ma anche, nel bene e nel male, a orientare investimenti, costruire settori industriali e modificare gli equilibri di mercato. Non si tratta di restaurare quel modello, che apparteneva a un’altra economia e aveva anche enormi difetti, ma almeno di domandarsi se, dopo averlo smantellato, non abbiamo finito per dimenticare persino la funzione che svolgeva.
Ed eccoci allora alla pompa del sindaco; se un Comune compra un distributore per fare concorrenza agli altri distributori e calmierare localmente il prezzo, tutti comprendono immediatamente il meccanismo, quando invece si sale di scala e si arriva alle grandi partecipazioni pubbliche nazionali, quella stessa possibilità sembra diventare quasi impensabile.
Abbiamo conservato alcuni degli strumenti della politica industriale, ma abbiamo perso l’abitudine di pensare che possano essere usati come strumenti di politica industriale.
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