Arte

Per una “genesi” del selfie

18 Giugno 2026
I dibattiti di ordine sociologico e psicologico sulla perdita di autenticità originati dall’abuso del selfie si sprecano. Ormai è assodato che, spesso, l’ossessione per l’autoscatto perfetto maschera un senso di inadeguatezza. Dietro la ricerca di approvazione tramite i “mi piace” sui social, si nasconde la paura di non esistere al di fuori dello schermo. Questo comportamento può ridurre l’esperienza reale a una semplice performance, distorcendo la percezione di sé e impoverendo le relazioni interpersonali. In quest’ottica, il selfie incarna l’idea moderna di “soffio” inconsistente, proprio come la parola ebraica “hevel” usata nel testo biblico del Qohelet. Il parallelismo tra questo antico saggio filosofico e la sociologia digitale svela dinamiche profonde sull’illusione dell’apparire. Nelle traduzioni classiche, la famosa espressione “Vanitas vanitatum et omnia vanitas” (Vanità delle vanità, tutto è vanità) definisce la fragilità umana. Il selfie, dunque, nella grande maggioranza dei casi ha la stessa identica natura del fumo. Richiede sforzo per essere creato, ma scompare subito nel flusso continuo della bacheca social. Cerchiamo di bloccare il tempo in uno scatto, ma quel momento è già morto. Il Qohelet definisce le fatiche umane come un “correre dietro al vento”: proprio come l’antico re accumulava ricchezze scoprendole poi vuote, l’utente social accumula interazioni digitali che non riempiono la solitudine. Fotografarsi serve a dimostrare di esistere, ma riduce la vita a una vetrina. Tuttavia, il saggio del Qohelet non propone la disperazione, ma il realismo, evitando di idolatrare le illusioni. La felicità non sta nel consenso della folla, ma nel godere delle piccole cose in modo autentico.
Passando all’arte, si potrebbe dire che la natura morta del Seicento anticipa il selfie attraverso un genere d’arte specifico: la Vanitas, appunto. I pittori barocchi usavano gli oggetti quotidiani esattamente come oggi si usano gli smartphone: per mostrare uno status sociale, finendo per riflettere sulla propria immagine l’ossessione del tempo che passa. Nel XVII secolo, soprattutto in Olanda, si diffuse la moda di dipingere tavoli pieni di oggetti lussuosi e simbolici. Questi quadri, esposti nelle case dei ricchi borghesi, funzionavano proprio come un profilo social moderno. Sulle tele venivano dipinti argenti, tappeti esotici e cibi costosi per dire “Guarda come sono ricco!”. È la stessa ostentazione che vediamo oggi nei selfie di viaggio o con abiti firmati. I pittori esasperavano i dettagli, rendendo i frutti succosi e gli oggetti lucidissimi. Creavano una realtà aumentata e artificiale, l’equivalente barocco dei nostri filtri digitali. Si aggiunga che diversi artisti del passato inserivano il proprio volto all’interno delle nature morte attraverso i riflessi. Un esempio straordinario è dato dalla pittrice Clara Peeters, pioniera di questa tecnica. La talentuosa artista fiamminga escogitò una sorta di selfie nella brocca. Nelle sue opere, Peeters dipingeva se stessa minuscola, riflessa sulle superfici metalliche dei calici o delle caraffe: una sorta di protoselfie, oppure l’antenato diretto del selfie allo specchio. In genere, nelle scene di vanitas dell’epoca comparivano spesso elementi simbolici legati alla fragilità, come il teschio, le candele consumate e le bolle di sapone. Ecco, la bolla di sapone è l’oggetto che meglio descrive il selfie. È bellissima, brilla, riflette il mondo circostante, ma dura solo un secondo prima di scoppiare e dissolversi. Come la bolla, il selfie cerca di catturare un momento di splendore che svanisce un attimo dopo, lasciando l’utente a caccia del prossimo scatto.
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