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Il rito del libro e l’insidia del codice: perché la cultura non può essere solo un “asset” di mercato
Tra la polvere di Cervantes e i server della Silicon Valley: nel World Book Day, una riflessione sulla libertà che nasce dalla carta e sul diritto d’autore minacciato dall’algoritmo
Oggi, 23 aprile, si celebra la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore. Una data che non è stata scelta a caso, ma che somiglia a un singolare allineamento astrale della letteratura: in questo giorno, nel 1616, morivano tre giganti come Miguel de Cervantes, William Shakespeare e l’Inca Garcilaso de la Vega. L’UNESCO l’ha resa una liturgia globale dal 1995, un tentativo di ricordare a un’umanità distratta che tra due copertine di cartone risiede ancora il nucleo atomico della nostra civiltà.
Ma, superata la retorica dei fiori e dei segnalibri, cosa stiamo celebrando davvero in questo 2026?
L’antidoto verticale in un mondo orizzontale
In un’epoca dominata dalla dittatura della rapidità, dove l’informazione si è ridotta a uno scorrimento frenetico di “reel” da quindici secondi, il libro rimane l’ultimo atto di vera ribellione. È un medium ostinatamente verticale in un mondo che si è appiattito sull’orizzontalità dei social media.
Il libro non chiede “like”, chiede tempo. Non offre conferme facili, ma impone domande difficili. La cultura che scaturisce dalla lettura è, oggi più che mai, l’unico antidoto efficace ai mali della società contemporanea: il populismo digitale, l’analfabetismo funzionale e quella polarizzazione estrema che ci impedisce di comprendere la complessità. Un libro è una forma di libertà prepotente perché è l’unico spazio dove l’informazione non è mediata da un algoritmo, ma dalla nostra capacità critica.
Il diritto d’autore al tempo della “vampirizzazione” algoritmica
Tuttavia, c’è un’ombra che si allunga su questa festa ed è legata alla seconda anima di questa ricorrenza: il diritto d’autore. Mentre celebriamo il genio creativo, dobbiamo ammettere che il concetto stesso di “autore” sta subendo un attacco senza precedenti.
L’Intelligenza Artificiale generativa, per come la conosciamo oggi, non è altro che un sofisticato meccanismo di ingestione: si nutre di milioni di pagine scritte da esseri umani per poi “sputare” fuori testi sintetici che ne scimmiottano lo stile. Se questa tecnologia non viene normata con fermezza, rischiamo di assistere a una vampirizzazione legale del lavoro intellettuale.
L’Europa, e l’Italia in particolare, si trovano a un bivio pericoloso. Mentre la Silicon Valley e la Cina corrono a velocità folli, noi rischiamo di restare i “custodi del museo”. Essere i depositari del cuore culturale del mondo non serve a nulla se non siamo capaci di governare le tecnologie che quel cuore lo stanno processando. Se non presidiamo la materia normativa e tecnologica con investimenti pesanti, perderemo il primato del pensiero per diventare semplici consumatori di algoritmi altrui.
Il prezzo della libertà: numeri, dollari e provocazioni
Quanto valgono, oggi, i libri e il diritto d’autore in termini sonanti?
Se guardiamo all’economia del settore, i numeri sono impressionanti ma rivelatori. Il mercato editoriale mondiale vale circa 100 miliardi di dollari. In Italia, l’industria del libro è la prima industria culturale del Paese, con un fatturato che si aggira intorno ai 3,4 miliardi di euro (dati AIE). Sono cifre che raccontano una tenuta eroica, ma che nascondono un paradosso: il valore economico di un libro è spesso irrisorio rispetto al costo del tempo e della ricerca necessari per produrlo.
E allora, ecco il punto: forse il problema è proprio qui. Finché considereremo la produzione intellettuale e la creatività come semplici “commodity” soggette alle fluttuazioni di un mercato spesso miope, la loro indipendenza sarà sempre a rischio.
Questi giacimenti di pensiero dovrebbero essere slegati dalle logiche pure del profitto immediato. Se vogliamo che i libri continuino a essere veicoli di libertà e non semplici prodotti da scaffale, servono investimenti pubblici massicci e strutturali. La cultura deve smettere di essere vista come un costo da tagliare o un mercato da mungere, per tornare a essere un bene comune protetto. Solo un’indipendenza economica garantita può assicurare un’indipendenza intellettuale assoluta.
Perché se il diritto d’autore ha un prezzo, la libertà che un libro regala non può essere quotata in borsa. E sarebbe ora che la politica, non solo l’industria, se ne rendesse conto.
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