Filosofia

Fisiologia della violenza contemporanea

Quali sono gli effetti di una narrazione collettiva basata sulla divisione tra “amici/nemici”? La logica del capro espiatorio torna a dominare i dibattiti politici internazionali mascherando un’economia della forza che sfrutta le identità collettive per legittimare i conflitti.

15 Ottobre 2026

Ogni potere ideologico prevede un esito violento. Così accade nell’era della post-politica contemporanea, che si caratterizza per il crescente distanziamento tra coloro che detengono le regole del gioco e quelli che, invece, obbediscono. La violenza può, tuttavia, non esplicitarsi attraverso i tradizionali metodi repressivi, ma legarsi al consumismo e agli stili di vita promossi da un sistema che incrementa il capriccio negli individui, illudendoli di essere liberi.

Prima di decostruire i meccanismi della violenza implicita ed esplicita contemporanea, è dunque necessario focalizzarsi sulle caratteristiche ricorrenti del potere deviato e post-politico, di per sé ideologico. La post-politica s’impone infatti a causa del crollo della fiducia nei confronti della classe dirigente, che ha dato ampiamente prova di corruzione e amoralità. Tale fattore contribuisce all’avvento di crisi sociali ed economiche nei paesi retti da classi dirigenti sempre più distanti dai cittadini e concentrate esclusivamente sulla difesa dei propri privilegi, come in un sistema oligarchico. L’instabilità socio-economica, unitamente alla sfiducia dilagante, potenzia nelle masse un sentimento di frustrazione e rabbia che, sul lungo termine, tende a legittimare nuovi autoritarismi. Al contempo, tale rabbia nei confronti di una gestione del potere che non ha a cuore il bene dei cittadini, ma utilizza il proprio ruolo per consolidare il privilegio, determina il successo di una propaganda basata sulla logica del capro espiatorio: gruppi d’individui privi di tutele giuridiche o di garanzie economiche, come i poveri e i migranti, vengono additati come responsabili della decadenza collettiva, allo scopo di occultare le responsabilità politiche ed economiche di chi detiene il potere.

L’identità delle masse spaesate e sopraffatte dall’anonimato e dall’esclusione, a cui la post-politica le consegna, viene pertanto compensata dal “fare gruppo” attorno a un capro espiatorio identificato come responsabile dei mali collettivi. Il meccanismo di manipolazione messo in atto, in questo caso, stimola direttamente gli istinti e le pulsioni delle folle, sospendendo in esse l’uso della ragione, attraverso la quale si perverrebbe alla comprensione dell’inganno.

La logica del capro espiatorio, nella sua primitiva dinamica semplificatoria, è dunque funzionale a orientare l’opinione pubblica verso una visione del reale che oppone “buoni e cattivi”, “giusti e ingiusti”, spingendo verso derive autoritarie. I “buoni”, in questo gioco distruttivo, si sentono legittimati a utilizzare ogni mezzo contro i “malvagi”, proprio perché a questi ultimi, ormai ridotti a capri espiatori, viene sottratto lo statuto di persone per sostituirlo con quello di nemici. È un meccanismo che può essere osservato anche nel modo in cui il conflitto viene rappresentato e interpretato nello spazio pubblico. Nella Striscia di Gaza, per esempio, la devastazione, le sofferenze della popolazione civile e le restrizioni all’accesso ai beni essenziali hanno alimentato un dibattito internazionale nel quale sono state formulate accuse di genocidio nei confronti di Israele, oggetto di un procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia. Al di là degli sviluppi giudiziari, resta centrale, sul piano filosofico e politico, interrogarsi sui processi attraverso i quali la disumanizzazione dell’avversario può contribuire a rendere tollerabili, agli occhi dell’opinione pubblica, forme estreme di violenza.

Dinamiche analoghe di semplificazione e polarizzazione possono emergere anche nelle rappresentazioni occidentali della Russia e dell’Iran, quando la condanna delle scelte dei rispettivi governi e dei loro apparati politici viene estesa, in modo indiscriminato, alle popolazioni nel loro complesso. Distinguere tra governi, istituzioni, responsabilità individuali e cittadini è essenziale per evitare che la critica politica si trasformi in una condanna identitaria collettiva. È proprio quando questa distinzione viene meno che il nemico rischia di essere rappresentato non più come un soggetto con cui confrontarsi, ma come un’entità irrimediabilmente estranea ai valori della comunità che lo identifica come tale.

Nella misura in cui l’altro diventa “il nemico” e viene escluso simbolicamente dalla comunità umana, può diventare oggetto della violenza collettiva e, al contempo, un pretesto per incrementarla. Alla via diplomatica rischia così di sostituirsi la guerra, presentata alle masse ferite, rancorose e manipolate come unica via percorribile.

L’antistoricità che è alla base di tali manovre post-politiche e della manipolazione a esse correlata diventa un veicolo per legittimare, dietro alla scusa dei nemici, politiche espansionistiche nella corsa alle risorse, prassi neo-imperialistiche nella ricerca di terre rare e manodopera da sfruttare, nonché politiche di sterminio di interi gruppi per controllare nuove aree strategiche. Tanto nell’imperialismo quanto nel nazionalismo, così come nell’etnonazionalismo e nel fondamentalismo di matrice religiosa o politica, l’elemento psicologico è centrale: la coesione del gruppo dei “giusti” viene rafforzata attraverso l’idea di una superiorità di sangue, religiosa, economica o culturale, a cui si affianca la denigrazione dei nemici, ridotti a capri espiatori e a esseri non pienamente umani. La spersonalizzazione si trasforma allora in disumanizzazione, creando le condizioni simboliche per legittimare la violenza contro gli innocenti -donne, bambini, anziani e malati- come dimostrano numerosi eventi della storia recente.

Le masse, preda di una simile ipnosi collettiva, precipitano nella paura del nemico e nel risentimento sfrenato, emozioni che spianano la strada al bisogno di riscatto. Quest’ultimo consiste nella volontà di riprendersi ciò che è stato ingiustamente tolto e nell’inconscia necessità di dimostrare agli altri il proprio valore, capovolgendo le dinamiche che, nel tempo, hanno consegnato all’inferiorità economica, politica o di altro genere un popolo, un gruppo, una fede o un individuo.

Il sentimento di riscatto, utilizzato dalla post-politica contemporanea per legittimare i propri progetti di morte, si traduce dunque nella convinzione di poter riprendere ciò che, secondo una determinata narrazione ideologica, sarebbe spettato alle masse sin dal principio. Tale convinzione si fonda spesso su legittimazioni ideologiche o miti fondativi costruiti ad hoc. È in questo modo che, in nome del riscatto, le folle accecate possono arrivare ad accettare persino la cancellazione dei propri diritti o la perdita delle libertà fondamentali, pur di “servire” un progetto più grande nel quale sentono di avere finalmente voce in capitolo. Ecco perché il potere ideologico, quando falsifica la storia e subordina la politica alla ricerca del profitto e del dominio, tende a generare forme di potere dispotico, inclini a reprimere ogni forma di dissenso, interno ed esterno.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.