Letteratura
La Carta del Carnaro, il laboratorio inquieto della libertà
Enzo Di Brango rilegge Fiume oltre il mito dannunziano, restituendo complessità a un esperimento politico sospeso tra emancipazione e autorità.
Ci sono documenti che la storia consegna alla memoria collettiva senza che questa riesca davvero a comprenderne la complessità. La Carta del Carnaro appartiene a questa categoria: un testo costituzionale che custodisce l’eco di un’esperienza politica eccezionale, ma anche le contraddizioni di un’epoca in cui le aspirazioni alla libertà potevano convivere con nuove forme di subordinazione.
È intorno a questa ambivalenza che si sviluppa La carta del Carnaro. Anatomia di un’utopia libertaria oltre la leggenda dannunziana, il saggio di Enzo Di Brango pubblicato da QED nel 2026. Il volume affronta l’impresa fiumana del 1919-1920 sottraendola, almeno nelle intenzioni, alla consueta alternativa tra celebrazione del gesto dannunziano e condanna retrospettiva dell’esperienza come semplice anticipazione del fascismo.
La scelta dell’autore è anzitutto metodologica: tornare al documento, esaminarne l’impianto, ricostruirne la genesi e mettere a confronto le due versioni della Carta, quella elaborata da Alceste De Ambris e quella successivamente rivista da Gabriele d’Annunzio. Un’operazione che consente di spostare lo sguardo dalla figura del poeta-comandante verso il lavoro politico e intellettuale che contribuì a dare forma all’esperimento costituzionale fiumano.
Uno dei meriti dell’impostazione di Di Brango consiste proprio nel ridimensionare il monopolio simbolico esercitato da d’Annunzio sulla memoria di Fiume. Senza negarne il ruolo decisivo, il libro invita a distinguere la forza teatrale e mitopoietica del Comandante dalla pluralità delle idee che attraversarono la città e ne alimentarono la sperimentazione politica.
In questa prospettiva, Alceste De Ambris assume una posizione centrale. Sindacalista rivoluzionario, esponente di una cultura politica attenta alla questione del lavoro e all’organizzazione sociale, De Ambris emerge come figura imprescindibile per comprendere l’architettura della Carta. Il confronto fra la sua stesura e la successiva revisione dannunziana permette di interrogare il rapporto fra contenuto politico e forma letteraria: da un lato, l’elaborazione di un progetto costituzionale; dall’altro, la sua riscrittura attraverso una lingua solenne, capace di conferirgli una particolare densità simbolica.
Non si tratta, tuttavia, di una differenza meramente stilistica. Il linguaggio concorre alla costruzione dell’immaginario politico, orienta la percezione del potere e trasforma il documento giuridico in un testo destinato a incidere anche sulla memoria pubblica. La Carta diviene così il punto d’incontro fra due differenti modalità di produzione del politico: quella che organizza diritti e istituzioni e quella che, attraverso il mito e la parola, cerca di imprimere loro un destino.
Il nucleo più interessante del volume risiede, tuttavia, nella lettura ambivalente della Carta. Il progetto del Carnaro contiene elementi che, nel contesto del primo dopoguerra, risultano significativi per la riflessione sui diritti sociali, sulla centralità del lavoro, sulle libertà individuali e sulla partecipazione delle donne alla vita pubblica.
Riconoscere tale portata innovativa non significa, però, trasformare Fiume in un modello compiuto di emancipazione. È proprio qui che la prospettiva critica di Di Brango acquista rilievo: l’innovazione giuridica non coincide necessariamente con una democratizzazione effettiva del potere. Un ordinamento può riconoscere libertà e diritti e, al tempo stesso, conservarsi gerarchico; può immaginare nuove forme di rappresentanza senza risolvere la questione fondamentale di chi detenga l’autorità ultima.
La figura del Comandante e i poteri a essa attribuiti costituiscono, da questo punto di vista, uno degli aspetti più problematici dell’esperienza fiumana. La libertà proclamata dall’alto rischia infatti di conservare una dipendenza strutturale da chi la concede. Si tratta di una contraddizione che attraversa il progetto e impedisce qualsiasi lettura pacificata della sua eredità.
Anche l’organizzazione corporativa del lavoro richiede un esame attento. La rappresentanza delle diverse attività produttive può essere interpretata come un tentativo di riconoscere voce politica ai soggetti sociali; resta tuttavia da comprendere in quale misura tale rappresentanza possa sottrarsi alla cristallizzazione gerarchica e al controllo dell’autorità. La partecipazione, infatti, non è garantita dalla semplice esistenza di organismi rappresentativi: dipende dalle condizioni concrete del loro funzionamento e, soprattutto, dalla possibilità di esercitare un dissenso effettivo e di contestare il potere.
È in questo scarto fra aspirazione e struttura istituzionale che la Carta del Carnaro rivela la propria natura più problematica. La sua attualità non risiede nella possibilità di riproporla come modello, bensì nella capacità di riportare al centro una questione tuttora irrisolta: quanto può dirsi libera una comunità quando il riconoscimento formale dei diritti non è accompagnato da un’effettiva distribuzione del potere?
La vicenda fiumana è stata a lungo assorbita da narrazioni politiche contrapposte, ciascuna incline a privilegiare determinati aspetti a scapito di altri. Il rischio, in entrambi i casi, è che il documento venga utilizzato per confermare una tesi precostituita, anziché interrogato nella sua complessità storica.
Il lavoro di Di Brango invita invece a considerare Fiume come un laboratorio attraversato da spinte eterogenee: nazionalismo, sindacalismo rivoluzionario, istanze libertarie, sperimentazioni sociali e pulsioni autoritarie. Non un percorso lineare verso un esito già scritto, ma una concentrazione instabile di possibilità politiche che non riuscirono a tradursi in un ordinamento capace di superare le proprie contraddizioni.
Un simile approccio consente anche di evitare un equivoco storiografico: individuare nella Carta alcuni elementi anticipatori di successive costituzioni non significa stabilire automaticamente una continuità diretta fra esperienze storicamente differenti. Le analogie devono essere valutate alla luce dei rispettivi contesti, delle differenze istituzionali e della concreta funzione dei diritti riconosciuti. Diversamente, la storia rischia di trasformarsi in una genealogia costruita a posteriori, nella quale ogni evento sembra condurre inevitabilmente a ciò che è venuto dopo.
La Carta del Carnaro acquista invece interesse proprio quando viene sottratta a questa prospettiva teleologica. È un documento che permette di osservare come, nella crisi dello Stato liberale e nel disordine del primo dopoguerra, potessero emergere tentativi di ridefinire il rapporto fra individuo, lavoro, comunità e potere, senza che tali tentativi riuscissero necessariamente a emanciparsi dalle strutture autoritarie che li attraversavano.
Il valore di La carta del Carnaro risiede dunque nell’invito a leggere un’esperienza storica senza assolverla né ridurla a una formula interpretativa. La ricerca di Di Brango riconduce il documento alla sua natura di campo di tensioni, nel quale l’aspirazione all’emancipazione incontra i limiti dell’assetto istituzionale e la promessa di una nuova cittadinanza convive con la persistenza di un’autorità concentrata.
La questione che rimane aperta investe il significato stesso dell’utopia politica. Un progetto può risultare innovativo nei propri principi e contraddittorio nella sua organizzazione; può ampliare l’orizzonte dei diritti senza riuscire a garantire le condizioni della loro piena autonomia. La distanza fra ciò che una costituzione promette e ciò che il suo assetto di potere consente non costituisce un dettaglio tecnico, ma uno dei nodi fondamentali della modernità politica.
Rileggere oggi la Carta del Carnaro significa allora interrogarsi non soltanto sul passato di Fiume, ma sul difficile equilibrio fra libertà, partecipazione e autorità. È questo il terreno sul quale il libro di Enzo Di Brango invita a muoversi: non quello della nostalgia per un’esperienza irripetibile, né quello della sua liquidazione sommaria, ma quello, più esigente, della comprensione storica.
Perché la storia, quando viene liberata dal mito, non offre necessariamente risposte rassicuranti, talvolta restituisce domande più difficili, mostrando come persino i progetti nati in nome della libertà debbano essere giudicati alla luce delle forme di potere che istituiscono. Ed è forse questa la lezione più feconda che la Carta del Carnaro consegna al presente: nessuna promessa di emancipazione può essere compresa fino in fondo senza interrogare chi la formula, chi la governa e quali strumenti restino ai cittadini per renderla effettiva.
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