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Immigrazione

Ernesto Galli della Loggia, prima delle opinioni c’è una realtà che ci schiaccerà

di Fabio Cavallari

Possiamo discutere dei limiti del multiculturalismo e dell’integrazione. Ma il cambiamento climatico potrebbe rendere secondarie molte delle nostre categorie. Prima di chiederci come fermare chi parte, dovremmo chiederci che cosa fare perché possa continuare a vivere dove è nato.

28 Agosto 2026

Possiamo discutere quanto vogliamo dei limiti del multiculturalismo. Possiamo chiederci, come fa
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, se una società possa contemporaneamente riconoscere
culture differenti e pretendere che esse si integrino dentro una cultura comune. La domanda esiste e
liquidarla come una forma mascherata di intolleranza sarebbe troppo facile. Esiste un problema della
convivenza, esiste quello dei valori che una comunità considera non negoziabili ed esiste persino il
diritto di una società a domandarsi che cosa possa tenere insieme persone che hanno storie, religioni e
concezioni della vita molto diverse. Galli della Loggia arriva a domandarsi se multiculturalismo e
integrazione non siano, alla fine, due concetti opposti tra i quali saremo costretti a scegliere.
Ma prima di scegliere dovremmo porci un’altra domanda, perché c’è una realtà materiale che rischia di
rendere secondarie molte delle nostre discussioni. Che cosa accadrà quando decine di milioni di persone
non si muoveranno perché sedotte dall’Europa, ma perché nei luoghi in cui sono nate l’acqua verrà
meno, l’agricoltura diventerà sempre più difficile e il calore renderà alcune aree progressivamente più
complicate da abitare? Nello scenario più severo considerato dall’IPCC, entro il 2050 fino a 85 milioni di
persone potrebbero migrare all’interno dell’Africa subsahariana per gli effetti del cambiamento climatico
su disponibilità d’acqua, produttività agricola e innalzamento del livello del mare. La precisazione è
importante, perché stiamo parlando di migrazioni interne e non di 85 milioni di persone dirette verso
l’Europa. Lo stesso IPCC considera inoltre questa una stima prudenziale, poiché non comprende
fenomeni improvvisi come alluvioni e cicloni tropicali.
Abbiamo costruito buona parte della discussione europea sull’immigrazione intorno alla volontà.
Vogliamo accoglierli oppure no, vogliamo che arrivino oppure vogliamo fermarli, devono integrarsi
oppure possono conservare integralmente la propria cultura, quanti ne possiamo accogliere e quanti ne
possiamo respingere. Sono tutte domande politiche legittime, ma hanno un presupposto quasi mai
dichiarato, quello che dall’altra parte ci sia qualcuno che possa scegliere se partire. È proprio questo
presupposto che il cambiamento climatico potrebbe progressivamente mettere in discussione, perché
alla povertà, ai conflitti e all’assenza di lavoro si aggiunge una trasformazione materiale che non
riconosce confini, culture, religioni e politiche migratorie.
Possiamo costruire un confine contro una decisione, mentre è assai più difficile costruirlo contro una
necessità. Questo non significa sostenere che il cambiamento climatico produrrà automaticamente una
marcia di milioni di persone verso l’Europa, perché sappiamo che le migrazioni climatiche avvengono
innanzitutto all’interno dei Paesi e delle regioni colpite. Significa però comprendere che le migrazioni
non cominciano sulle coste libiche e neppure quando un barcone entra nel Mediterraneo. Cominciano
molto prima, quando un raccolto non basta più, quando trovare acqua diventa più difficile, quando il
terreno perde produttività e una famiglia vede diminuire, anno dopo anno, la possibilità di continuare a
vivere del proprio lavoro.
È qui che il discorso sui limiti del multiculturalismo rischia di arrivare troppo tardi. Galli della Loggia
pone una questione culturale importante quando si domanda quale rapporto possa esistere tra una
società europea fondata sulla laicità, sui diritti individuali e sull’uguaglianza tra uomini e donne e
comunità portatrici di concezioni differenti. Non occorre negare quella domanda per accorgersi che

davanti a noi se ne sta formando un’altra, probabilmente più grande, che non riguarda innanzitutto ciò
che pensano coloro che arriveranno, ma le ragioni per cui saranno costretti a partire.
Se una persona lascia il proprio Paese perché cerca un salario migliore, possiamo discutere delle
politiche migratorie con le categorie alle quali siamo abituati. Se lo lascia perché una combinazione di
siccità, temperature estreme, impoverimento del terreno, scarsità d’acqua e impossibilità di mantenere la
propria famiglia ha progressivamente distrutto la possibilità di viverci, la questione cambia natura. Non
scompare il problema dell’integrazione e non scompare neppure quello dell’identità, ma entrambi
vengono dopo una domanda molto più elementare, che riguarda la possibilità materiale di continuare a
vivere nel luogo in cui si è nati.
Per questo sarebbe un errore rispondere a Galli della Loggia contrapponendo ancora una volta
accoglienza e sicurezza, multiculturalismo e identità, apertura e chiusura. Il problema che abbiamo
davanti è molto più concreto e ci obbliga a domandarci che cosa intendiamo fare oggi perché milioni di
persone possano continuare domani a vivere nei propri Paesi. Significa parlare di acqua, energia,
agricoltura, infrastrutture e lavoro; significa immaginare una cooperazione che non sia elemosina e
investire nell’adattamento climatico dei territori più vulnerabili non soltanto per generosità, ma perché
ciò che accadrà dall’altra parte del Mediterraneo finirà inevitabilmente per riguardare anche noi.
Forse è questa la contraddizione più grande del nostro tempo. Spendiamo enormi energie politiche e
intellettuali per decidere come difendere i confini del mondo che abbiamo costruito, mentre ne
spendiamo molte meno per impedire che diventi impossibile vivere dall’altra parte di quei confini.
Possiamo certamente discutere, come chiede Ernesto Galli della Loggia, dei limiti del multiculturalismo
e possiamo persino riconoscere che alcune delle sue domande non ammettono le risposte rassicuranti
con cui per troppo tempo abbiamo cercato di eluderle. Ma prima delle nostre opinioni, delle nostre
identità e persino delle nostre frontiere c’è una realtà materiale che potrebbe schiacciarle tutte: se intere
comunità perderanno progressivamente acqua, terra coltivabile e condizioni minime di vita, non
potremo limitarci a domandarci come fermarle quando saranno già in viaggio. Dovremo chiederci,
molto prima, che cosa abbiamo fatto perché potessero continuare a vivere dove erano nate.

Fonte del dato climatico: IPCC, Sixth Assessment Report, Working Group II, Chapter 9 – Africa.

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