Letteratura

Acqua sporca, di Nadeesha Uyangoda

Rassegna finalisti Premio Strega 2026

19 Giugno 2026

Nadeesha Uyangoda—Acqua sporca— Einaudi, Torino 2025

“Acqua sporca” è un romanzo  che intreccia le vite di quattro donne tra Sri Lanka e Italia, connettendo varie tematiche: migrazione, identità, appartenenza e rapporti familiari.

La storia prende avvio allorché Neela, dopo circa un  trentennio trascorsi in Italia, decide di tornare nello Sri Lanka. Questa scelta riapre tensioni e ferite all’interno della sua famiglia e mette in moto una riflessione su cosa significhi davvero “casa”.

Attorno a lei ruotano: Himali, una delle due sorelle rimaste in Sri Lanka e che ha visto svanire gli ideali politici della giovinezza, e Pavitra, l’altra sorella, segnata dalla povertà, dalla disabilità e da una vita piena di rinunce. Ayesha, la figlia di Neela (alter ego dell’autrice e voce narrante cui è dedicato il capitolo “acqua sporca” a significare probabilmente l’emergere di problemi psicologici), cresciuta in Italia, e che vive il disagio di chi appartiene contemporaneamente a due mondi senza sentirsi del tutto di nessuno dei due, ma scegliendo l’Italia come approdo finale. Ma non solo mondi antropologici ma anche ideologici, come si vedrà nel sottofinale, dove si combatte una piccola guerra mentale tra il concetto ostile, antagonista, che «nella proprietà privata fiorisce la borghesia» alla considerazione realistico e creaturale che «quando cresci senza una casa, la sua proprietà è tutto ciò che desideri».

È un memoir, certamente, ma non steccato e appiattito sulla formula: ha colpi d’ala infatti che lo innalzano al romanzo a pieno titolo, anche se non da levare il fiato

Attraverso il punto di vista distribuito tra i protagonisti, la  narrazione dispiega le conseguenze della migrazione su più generazioni: chi parte, chi resta, chi sogna di andarsene e chi cerca di tornare. Il passato familiare, le differenze di classe, la salute mentale—senso di  “derealizzazione”, e depressione sono i temi emergenti  nel capitolo intitolato acqua sporca—e il peso delle aspettative si intrecciano in una narrazione che oscilla continuamente tra due paesi e due modi di vedere il mondo, ma anche una ruminazione sensibile con conseguente apertura sulla realtà.

Una penna che in certi punti è  un bisturi in altri uno scalpello. Che ha il requisito di incidere e colpire nella carne dei rapporti sociali con passi come questo: «Ero consapevole che la borghesia di sinistra è quella che s’indigna per il trattamento inumano dei migranti nella propaganda di destra, ma che poi si vanta di pagar loro persino i contributi, eppure mi era difficile difendere mia madre da qualcuno che credevo parte del mio patrimonio genetico: se erano nostri familiari, come facevano a sfruttare Neela? L’amore era stato sincero e generoso, ma era stato anche comodo e funzionale—a noi per sentirci meno sole, a loro per sentirsi meno padroni.»
Non meno pungenti però sono le note sul Paese natale: «tre categorie di persone: quelle tanto povere da non riuscire a racimolare i soldi nemmeno per il piú stronzo dei trafficanti di esseri umani; quelle che avevano già un familiare all’estero di cui essere parassiti; e i ricchi, che spesso coincidevano con quanti avevano messo in ginocchio tutti gli altri.»

Si nota, a tutto vantaggio  dell’affabulazione, l’uso consapevole e ben padroneggiato dell’imperfetto, forse il tempo verbale narrativo  ideale. «L’imperfetto […] in quanto durativo ci dice che qualcosa stava accadendo nel passato, ma non in un momento preciso, e non si sa quando l’azione sia iniziata e quando finisca. In quanto iterativo ci autorizza a pensare che quella azione si sia ripetuta molte volte. (cfr Umberto Eco, “Sei passeggiate nei boschi narrativi”).

Anche il governo della frase è accudito, nel senso che ha capacità espressiva nel  sapere tenere  la nota, e di saperla fare atterrare.  Come qui: «L’acqua era ovunque, e ovunque andasse annegava lo spirito in un sonnolenza che sembrava il preludio della morte» o qui: «Stava pensando a che giorno fosse: era mercoledí, o forse giovedí? Non importava poi molto, erano tutti uguali i suoi giorni: sveglia, cucina, cucito, pranzo, cucito, tristezza.»

Tuttavia il registro espressivo insistendo talora sul colore perde, anche se non sempre, il disegno, ovvero il filo del racconto (o meglio dire dei racconti) e la narrazione si smarrisce  in uno zigzagare random tra blocch di scene nella bassa Brianza e rammemorazioni cui si aggiunge talora il ricorso a termini in singalese  che si ha difficoltà a tenere a mente, che saranno irrinunciabili per la voce narrante (rispondendo «a esigenze di specificità del parlato e della cultura dei personaggi» è detto in nota), ma il patto narrativo si sigla in due, con quel lettore ignaro e talora anche ignorante di cui tener conto.

Si legge ancora: «Dei figli degli immigrati si dice che studino per compensare il senso di inadeguatezza dei genitori, ma io non ho studiato per mia madre, ho studiato al posto di mia madre. Come se avessi vissuto al posto suo: la sua vita, la mia, che differenza poteva fare.» Ci sento risonanze interiori in quest’ultimo passo, nel rapporto con la mia di madre. Eh sì i testi ci vengono incontro non solo per la loro forza espressiva, ma anche soggettivamente perché toccano nostri fili scoperti.

Studiare come ha fatto con profitto Ayesha, voce narrante, certo, può determinare l’acutizzarsi della consapevolezza e quindi un’ampliazione della  sofferenza secondo il principio biblico «molta sapienza molto dolore», ma anche, in virtù dell’acquisto del sapere e soprattutto della presa di possesso  della parola di chi sta sotto socialmente, può significare raggiungere la verità del mondo e poterla dire al mondo. Ed è ciò che più si sente—al netto  di un risentimento strisciante e di una certa invidia peraltro  confessata  verso le fortune altrui—sotto  il velo di questa prosa di un italiano tutto sommato accudito e assennato.

Avrò le traveggole ma non si comprende davvero l’esclusione dalla cinquina di questo testo, cui legittimamente avrebbe avuto diritto a far parte, in considerazione dopotutto del pari livello, certo non eccelso, di tutte le altre proposte.

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Christian Raimo — L’invenzione del colore, urly.it/31fm3f

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Matteo Nucci —Platone. Una storia d’amore urly.it/31fsfn

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